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La Sardegna non si salva così

– Piange calde lacrime che non accennano a fermarsi la Sardegna martoriata e afflitta, devastata e impoverita da sessant’anni di “autonomia” che avrebbero dovuto insegnarle a camminare sulle proprie gambe, davvero non esili, e che invece l’hanno ridotta ad aspettare sempre e comunque il sussidio, l’assistenza dallo Stato, l’intervento risolutore del governo.L’intervento che tutto risolve per non risolvere niente, che sposta, sempre un centimetro più su, l’asticella della frustrazione, della sofferenza, del cupio dissolvi, il palliativo che assicura il pranzo e la cena per qualche mese ancora, non si sa fino a quando. La contingenza invece dell’intervento strutturale, pensare all’oggi e allo ieri invece che al dopodomani, alle prossime elezioni invece che alle prossime generazioni.

Il sollievo è stato grande, quando si è saputo che i tanti lavoratori della Carbosulcis non torneranno a casa, e continueranno ad avere un “posto”, per loro e le loro famiglie. Colpisce, e in modo drammatico, che per tutelare un diritto fondamentale come quello al lavoro ci si debba barricare a centinaia di metri sotto terra, ci si debba dire pronti a fare esplodere quintali di esplosivo o a compiere atti autolesionistici. Era fatale che, al punto in cui si era arrivati, la politica desse il tipo di risposta che ha dato: diamo ancora soldi perché Carbosulcis non chiuda e per consentire a questi lavoratori, e alle loro famiglie, di continuare a sperare in un futuro.

Era obbligatorio, era inevitabile. Ma davvero basta? Davvero si pensa che l’industria, quel tipo di industria, sia essa mineraria o chimica, possa avere un futuro e a queste condizioni in Sardegna, una terra che ha un patrimonio di bellezze naturali ancora per la maggior parte inutilizzato e inesplorato? Nessuno, tra chi ha responsabilità di governo nazionale o regionale, tra i sindacati, tra quanti si sono occupati a vario titolo di questa vicenda, ha detto le parole che ci sarebbe piaciuto sentire:

“Siamo costretti a non fare fallire la Carbosulcis perché non possiamo permetterci che la povertà e la fame alimenti la rivolta violenta e suicida di una terra di frontiera che si sente negletta e da un certo punto di vista davvero è stata “assistenzialisticamente” abbandonata. Ma queste soluzioni di emergenza creano una “domanda di emergenza” e di eccezione anche per altri e anche altrove. Mentre occorre immaginare per la Sardegna un futuro diverso e ovunque la crisi industriale morda la carne di lavoratori angosciati e disperati anche un modo diverso – meno discrezionale, meno eccezionale, meno assistenziale e meno “politico” –  di stare loro vicini.”

Invece, nessuno ha parlato così. Tutti a saltare sul carro della protesta per lucrare sulle facili rendite di posizione ma tutti, probabilmente, disinteressati a vedere al di là del proprio naso, a guardare in prospettiva, a pensare alla Sardegna dei prossimi 20 anni, come la situazione attuale di crisi imporrebbe di fare. Diamo soldi a pioggia, certo. E quando finiranno? Chi lo sa, tanto nel lungo periodo saremo tutti morti. Il problema è che il lungo periodo è ora, e che certe soluzione neo-assistenzialiste servono per passare la nottata. Ma la giornata è lunga, ed è fatta di 24 ore.

Il Sulcis-Iglesiente è una terra bellissima e sventurata. Alcuni scorci, il pan di zucchero di Masua ad esempio, con la strada litoranea che si affaccia su di un mare a perdifiato, con un vento incessante da respirare a pieni polmoni, con silenzi infiniti interrotti solo dai rumori della natura, sono incredibilmente commoventi per la loro bellezza.  Ma ciò che la natura ha reso perfetto è stato saccheggiato e devastato dall’uomo. Il Sulcis-Iglesiente è infatti un luogo con antiche vestigia di un passato minerario glorioso, che non riesce a essere  modello di sviluppo per il futuro.  Un passato minerario che ha permesso alla gente del luogo di andare avanti, bene o male, per decenni, anche a costo di sacrifici enormi di vite umane, dato l’altissimo tasso di morti per tumori e silicosi nella zona, data anche la presenza di altre imprese altamente inquinanti. Un passato minerario che però nessuno, in quei decenni, ha pensato di mettere in discussione, per prepararsi a un futuro, che prima o poi sarebbe arrivato, in cui le risorse naturali, i metalli da estrarre, avrebbero iniziato a scarseggiare e la loro estrazione, per la sempre maggiore concorrenza mondiale, sarebbe diventata sempre più antieconomica.

Ma il dramma del Sulcis è il dramma dell’intera Sardegna, e forse dell’intero Mezzogiorno, e probabilmente, con molte non trascurabili e lodevoli eccezioni, dell’intera Italia: quello di un sistema sociale, politico, culturale che nel secondo dopoguerra ha certamente permesso a intere generazioni di uscire dalla fame e di sognare una vita dignitosa ma lo ha fatto su condizioni che alla lunga sarebbero diventate insostenibili perché basate sull’assistenzialismo, sui fondi dati indiscriminatamente, sul dare il tozzo di pane invece che insegnare a coltivare il grano. Poi, quando come ora finiscono i soldi, quando il governo chiude i rubinetti e un sistema imprenditoriale abituato da sempre solo a privatizzare i guadagni e socializzare le perdite non ce la fa più, la tragedia esplode in tutta la sua drammaticità. Perché quelle generazioni uscite dalla fame, nella fame rischiano di tornarci: e sarebbe ancora una fame ancora più cupa, ancora più nera della precedente, perché arrivata dopo decenni di benessere.

La soluzione non è a portata di mano né è semplice, tutt’altro. Perché riguarda un cambiamento culturale e sociale prima che politico, ed è un cambiamento che deve riguardare non solo l’apice – la politica, le parti sociali – ma anche i cittadini, i lavoratori. E, soprattutto, non è una soluzione a breve termine. Deve partire, prima di tutto, dalla constatazione che quei tempi, i tempi delle cattedrali nel deserto, della petrolchimica  di Porto Torres, ad esempio, che occupava decine di migliaia di persone – indotto compreso – sono finiti e che i sussidi pubblici attuali servono probabilmente non a dare loro un futuro ma a preservare i loro lavoratori – lo ripetiamo perché questo è il punto – dalla fame. Bisogna attrezzarsi per creare condizioni di sviluppo che possano servire a tutti. La Sardegna ha, soprattutto, risorse naturali e culturali, tradizioni e costumi, di inaudita bellezza. Ripartiamo da quelle. Incentiviamo il turismo anche delle zone interne, e incentiviamolo per tutto l’anno. La Sardegna è un piccolo continente, non ha solo spiagge e mare: ha anche foreste, laghi, montagne, borghi, con il vantaggio in alcuni posti di essere sostanzialmente disabitata e con una natura ancora vergine e intatta. Trasformiamo le vecchie aree industriali, dopo averle riqualificate, in parchi naturali, dove impieghiamo chi in quelle vecchie aree industriali ci lavorava. Lavoriamo seriamente per trarre profitto dalle energie rinnovabili, in una terra circondata ovunque dal mare, dove il vento soffia quasi tutti i giorni durante l’anno e il sole è luminoso come in pochi altri posti al mondo. Creiamo le condizioni perché non siano messi da parte valori di base come il merito, la legalità, la libertà, la concorrenza, la responsabilità, l’onestà. Chiediamo che il governo si impegni, una volta per tutte, a dare alla Sardegna ciò che le spetta: miliardi di euro di trasferimenti Irpef mai restituiti, e attraverso quelli costruiamo infrastrutture, materiali e immateriali, di cui c’è un bisogno drammatico. E chiediamo, e pretendiamo, che la politica si occupi davvero, e non più seguendo criteri meramente assistenzialisti o mettendo colpevolmente da parte progetti in cui non si è creduto abbastanza come il meritorio “Master and Back”, di elaborare azioni perché chi è andato via – altra piaga che brucia, quella dell’emigrazione giovanile, una piaga che fa intravedere la carne viva della Sardegna sofferente – pensi alla possibilità di poter tornare, un giorno, e possa mettere quanto imparato al servizio della propria gente, in cambio del diritto a un’esistenza e a un futuro dignitosi.

La solidarietà serve, ci mancherebbe, ma serve di più parlarsi chiaro per non essere, ancora una volta presi in giro. Altrimenti, tra poco, altri minatori rischieranno la vita per difendere il loro lavoro, e minacceranno di farsi saltare in aria, e occuperanno un altro vecchio carcere di massima sicurezza, ma questa volta sarà tutto inutile. Piange, la Sardegna sofferente e stuprata, e il suo pianto è quello di ognuno di noi, che vorremmo portarla dal chirurgo e invece siamo costretti, ancora una volta, nella peggiore delle impotenze che è quella della lontananza e della rabbia frustrate, a vederla solo bere un brodino caldo, mentre batte i denti e non riesce a smettere di tremare. Fino alla prossima crisi, sempre più forte, sempre più squassante, sempre più estrema. Letale.


Autore: Simone Callisto Manca

Nato a Sassari nel 1982, è giornalista professionista. Ha avuto esperienze professionali all'Ansa (tra Madrid e Roma) e al Public Affairs dell'Ambasciata Usa in Italia. Attualmente vive a Barcellona, dove è Responsabile Comunicazione e Relazioni Pubbliche di un'importante associazione benefico-culturale di italiani all'estero.

One Response to “La Sardegna non si salva così”

  1. Alessandro scrive:

    Troppo pessimista Simone. Soprattutto il finale del pezzo.
    Comunque concordo sul fatto che bisogna insegnare a creare impresa piuttosto che aspettare i soldi dallo Stato, se e mai arriveranno, visto il debito pubblico dell’Italia.
    Serve una partnership tra privati e amministratori locali per avviare dei progetti che riescano ad evitare la “piaga che brucia” (tua cit.) dell’emigrazione giovanile ma anche aiutare i quarantenni e cinquantenni espulsi dal mercato del lavoro.

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