Minatori del Sulcis e precari della scuola: vittime di una verità negata

di PIERCAMILLO FALASCA – Sulcis in fundo. Il disagio dei minatori sardi non è molto diverso da quello dei precari della scuola: si sentono tutti più o meno traditi da una politica e da una retorica pubblica (quella dei partiti, ma anche dei sindacati o di alcuni esponenti della Chiesa cattolica, per fare degli esempi) che per decenni hanno alimentato la convinzione che il lavoro nella miniera o nella scuola fosse un diritto in sè, indipendente dalle ragioni di efficienza economica e dalle stesse possibilità di esistenza dei posti di lavoro.

Si dà per acquisito che chi legge questo articolo abbia letto l’editoriale di Alessandro Penati su Repubblica di qualche giorno fa, in cui il giornalista copia-incolla un editoriale scritto negli anni Novanta sul Corriere della Sera, rallegrandosi sarcasticamente del fatto che gli opinionisti hanno vita facile, potendo riciclare pezzi e opinioni vecchie per tempi nuovi: in Italia non cambia mai un cazzo, per usare un linguaggio sintetico.

Già allora la vicenda dell’attività mineraria nel Sulcis aveva pressappoco le stesse problematiche attuali – un business economicamente insostenibile, retto esclusivamente dai sussidi statali – con i lavoratori che, ben più giovani di oggi, avrebbero dovuto essere accompagnati ad una ricollocazione professionale anziché illusi che la “politica” avrebbe potuto risolvere i loro guai e garantito il loro “diritto al posto”. “Se tutti i soldi spesi in sussidi in questi anni – scrive Penati – fossero stati messi in mano ai singoli minatori e lavoratori di Sulcis e zone limitrofe, sarebbero stati abbastanza per finanziare una casa, una seria formazione e una nuova attività economica a ciascuno di loro. E ne sarebbero avanzati per bonificare l´intera area”. In altri termini, la spesa pubblica sarebbe servita per far molto di quello che si chiede nella società contemporanea allo Stato: promuovere la riqualificazione del capitale umano e tutelare l’ambiente e la vivibilità degli spazi umani. E invece, si è fatto quel che si fa da sempre: drogare le imprese decotte, congelare gli operai in posti di lavoro fittizi, pagarsi il silenzio dei sindacati (nel Sulcis, ma anche a Taranto con l’Ilva).

Nel 1999, cinque anni dopo che il governo tecnico guidato da Carlo Azeglio Ciampi imponesse per decreto all’Enel di acquistare l’esosa energia prodotta dal Sulcis (farà lo stesso errore anche l’attuale esecutivo?), si teneva l’ultimo concorso per l’idoneità all’insegnamento nella scuola pubblica. Gli idonei con punteggio più alto sono stati man mano integrati stabilmente nel personale a tempo indeterminato, per molte altri migliaia di loro colleghi è iniziato (o proseguito) un calvario fatto di supplenze, sedi temporanee, aspettative tradite e angosce per il futuro. Oggi che il governo Monti compie per la scuola una scelta di “politica industriale” di buon senso – vale a dire riservare metà dei circa 24mila posti da insegnanti pubblici ai precari già inseriti nelle graduatorie e l’altra metà agli under 35, così da tutelare chi già lavora nella scuola, ma allo stesso tempo immettendo energie e competenze fresche (insegnanti che, in gran parte, sappiano usare un computer e abbiano dimestichezza con le nuove forme di informazione, comunicazione e apprendimento!) – i precari protestano. Vorrebbero tutti i posto per loro. Eppure essere “precari della scuola”, nonostante le illusioni che la cattiva politica ha alimentato negli anni, non attribuisce un diritto acquisito ad un dato lavoro in un dato settore.

I lavoratori (i minatori e i precari della scuola) sono i grandi sconfitti di questa vicenda, accompagnati pro-quota dai consumatori, dai contribuenti o dagli studenti: categorie in cui ricadono tutte le famiglie italiane, peraltro. Illusi che una miniera debba essere per sempre e che la cattedra fissa oggi no, domani forse, ma dopodomani sicuramente, abbiamo lasciato invecchiare, demotivare e dequalificare persone a cui si sarebbe dovuta “banalmente” raccontare la verità.


Autore: Piercamillo Falasca

Vicepresidente di Libertiamo. Nato a Sarno nel 1980, si è laureato in Economia alla Bocconi e ha frequentato il Master in Parlamento e Politiche Pubbliche della Luiss. E' fellow dell’Istituto Bruno Leoni. Ha scritto, con Carlo Lottieri, "Come il federalismo può salvare il Mezzogiorno" (2008, Rubbettino) ed ha curato "Dopo! - Ricette per il dopo crisi" (2009, IBL Libri). Ha scritto anche, nel 2011, "Terroni 2.0", edito sempre da Rubbettino.

3 Responses to “Minatori del Sulcis e precari della scuola: vittime di una verità negata”

  1. Piccolapatria scrive:

    In quel poco che resta del mio giorno e come al tempo del suo lontano speranzoso inizio, tristemente si aggira un fantasma funesto:”in Italia non cambia mai un cazzo, per usare un linguaggio sintetico”.

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  1. […] Poi c’è il caso dei minatori del Sulcis, illusi dalle promesse dello stato. La serie non si fermerebbe qui, ma è ora di inquadrare il quadro generale: Gerardo Coco ce lo presenta con un’analisi accurata della deriva industriale Italiana a favore della crescita spropositata del settore statale. […]

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