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Milano saluta Martini, la Chiesa raccoglierà la sua eredità spirituale?

– Che lo si descriva come un accademico tentato dal ragionamento scientifico ad un punto tale da sfiorare il peccato oppure come un uomo che osservava il mondo per ricucire la distanza che tra questo e la Chiesasi stava – e si sta – creando, che lo si guardi con l’occhio severo della critica oppure con quello compiaciuto dell’ammirazione,  che lo si creda un insubordinato o un innovatore, una cosa è certa: Milano ha saputo riconoscersi nella figura di Carlo Maria Martini, suo Arcivescovo e padre spirituale. Città vera fino ad esser cruda, in cui ragione e laicismo, pur se variabilmente graduati, non sono venuti meno nel tempo, accentuando la naturale vocazione al pluralismo che essa possiede, Milano non avrebbe mai potuto rivedere sé stessa in un pio e devoto chierico, né avrebbe accettato personalità chiassose ed egocentriche.

La morte del cardinale Martini ha assunto una dimensione ulteriore rispetto a quella che normalmente si attribuirebbe alla scomparsa di un importante uomo di Chiesa. Questo è avvenuto per due ragioni: da un lato, infatti, non si possono ignorare la vastità e la complessità del personaggio, le cui posizioni – soprattutto in tema di adozione, uso del preservativo, coppie di fatto e problemi di bioetica -, al di là di ogni libera e soggettiva valutazione sul merito, sono sempre state coraggiose, procurandogli, se non il consenso, la stima, dei credenti meno tradizionalisti e dei non credenti più consapevoli; dall’altro, proprio le circostanze in cui l’evento si è verificato e le scelte compiute dal cardinale in punto di morte hanno, ancora un volta, dimostrato la sua pacata tenacia: il rifiuto di cure che si sarebbero certamente rivelate inefficaci, così come era stato da lui giudicato legittimo in vita – senza però che egli abbia mai incoraggiato alcun tipo di pratica eutanasica -, è stato, con un ultimo gesto, eloquentemente ribadito.

La ferma opposizione del cardinale Martini all’accanimento terapeutico, letta dalla vedova di Piergiorgio Welby come un atto di grande coerenza, non sembra aver ricevuto unanime interpretazione da parte della Chiesa e non solo. Un’opinione chiara proviene dal cardinal Sgreccia, presidente emerito della pontificia Accademia per la vita, il quale dichiara la sua contrarietà a qualsiasi tipo di cura che abbia come unico esito quello di prolungare la sofferenza del paziente, mentre Benedetto XVI rimane trincerato dietro un’impenetrabile barriera di apparente neutralità ed è confermata la sua assenza ai funerali di oggi, celebrati dall’arcivescovo Scola, a cui assisterà in sua vece il cardinale Comastri.

La vicenda che ha coinvolto Carlo Maria Martini, arcivescovo, è stata oggetto di un immediato parallelismo con i casi Englaro e Welby, con l’inevitabile conseguenza di un continuo affannarsi alla ricerca di elementi comuni e divergenti. Ma siamo certi che la decisione del cardinale abbia bisogno di essere interpretata? Non potrebbe, più semplicemente, trattarsi di un messaggio, di uno stimolo alla discussione, affinché si trovi un accordo definitivo che possa confluire in un testo normativo condivisibile a tutti i livelli istituzionali? Sia umanamente, sia giuridicamente, l’assenza di una disciplina univoca, non facendo altro che accrescere il rischio di trattare alla stessa maniera situazioni diverse ed in maniera diversa situazioni eguali, non è ammissibile. Tanto più che è di vita e di capacità di autodeterminazione, che si parla.


Autore: Annie Marino

Nata nel 1990, ha conseguito la maturità classica presso l’Istituto Salesiano di Soverato e studia giurisprudenza presso l’università Bocconi di Milano. Collabora con il giornale degli studenti universitari e ha pubblicato alcuni articoli per il quotidiano CalabriaOra. Si interessa di diritto pubblico ed internazionale e vuole diventare giornalista.

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