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Caro Paul Ryan, ‘libertà’ non è solo pagare poche tasse

– La “moderazione”, che in altri tempi sarebbe stata una virtù, sembra essere diventata una zavorra nel Partito repubblicano di questi anni ’10, ormai dominato dalle istanze e dagli accenti del movimento dei Tea party. Non al punto da aver permesso ai candidati più “estremi” di vincere le primarie, ma quanto basta per mettere a disagio Mitt Romney, sospettato di troppa moderazione e troppo pragmatismo già solo per il fatto di essere stato governatore non del Texas, ma del Massachusetts (e di aver peraltro approvato a Boston una riforma sanitaria pericolosamente simile a quella poi introdotta a Washington dal presidente Obama).

Consapevole di dover rimediare a un curriculum dalle sfumature forse troppo “centriste” per piacere alla mutazione genetica del partito che fu di Abraham Lincoln, il candidato repubblicano ha scelto di puntare su un vicepresidente come Paul Ryan. Una scommessa azzardata ma coraggiosa, che gli ha permesso non solo di ammorbidire (anzi, di elettrizzare) i Tea party, ma anche di radicalizzare lo scontro con l’attuale inquilino della Casa Bianca, proponendo al paese una ricetta che si pone nettamente (e “ideologicamente”) agli antipodi di quella democratica.

Erano prevedibili, insomma, gli entusiasmi accesi dal giovane deputato cattolico del Wisconsin alla convention di Tampa (e non solo lì); erano prevedibili le speculazioni su un suo futuro da front-runner anziché da numero due; erano prevedibili i paragoni (azzardatissimi) con Ronald Reagan, icona ancora splendente nel firmamento repubblicano. E poco importa, per inciso, che Reagan – come ha osservato recentemente il figlio Mike – «oggi avrebbe problemi con la destra, non con la sinistra», per non parlare di Bush padre (che a sua volta definì le politiche economiche reaganiane “voodoo economics”) e di Bush figlio e del suo conservatorismo compassionevole alquanto generoso nell’aumentare la spesa pubblica.

Meno tasse, meno spesa, meno Stato, più lavoro. La ricetta della coppia Romney-Ryan è chiara e semplice, ripetuta e declinata con insistenza nella tre giorni repubblicana. Una narrazione che prende le mosse dall’elogio del successo individuale e dell’eccezionalismo americano (“We built it“, l’abbiamo costruito noi, era lo slogan della convention) con l’obiettivo dichiarato di mettere all’angolo lo “statalismo” infruttuoso del “socialista” Obama. Una narrazione che è spesso si rifà alle idee e delle suggestioni di Ayn Rand (1905-1982), scrittrice e filosofa nata a San Pietroburgo e poi divenuta celebre in America, anticomunista e anticollettivista, paladina del capitalismo, dell’individualismo e dell’oggettivismo, entrata di recente nel pantheon dei Tea party.

Peccato che l’autrice di “La rivolta di Atlante”, questo il titolo del suo capolavoro, fosse tra le altre cose anche abortista («l’aborto è un diritto morale», scrisse spiegando che «l’embrione non ha diritti») e atea («la fede è la negazione della ragione»), fieramente critica di ogni intervento pubblico non solo in campo economico ma anche nella sfera etica e nel dominio dei “valori”. Libertaria, forse anarchica, fino al midollo.

Non altrettanto può dirsi dei suoi attuali estimatori in casa repubblicana, aspirante vicepresidente incluso. Il quale nel 2005, davanti alla platea della Atlas Society, si professava devoto seguace della scrittrice di origini russe, salvo poi, in un’intervista alla National Review di pochi mesi fa, sostituirla nel suo personale pantheon con il più rassicurante Tommaso D’Aquino.

Un’ispirazione effettivamente più adatta a un candidato che forse non si spingerà a chiedere, come il suo compagno di partito Rick Santorum (altro beniamino dei Tea party, sconfitto da Romney alle primarie), che il darwinismo venga cancellato dai programmi scolastici, ma che di sicuro non fa mistero di voler vietare per legge l’aborto e i matrimoni tra omosessuali.

E così dopo la convention di Tampa e alla vigilia di un’elezione che come sempre non deciderà solo il futuro dell’America, mentre i repubblicani denunciano il  tasso di “socialismo” della presidenza di Barack Obama, ci si interroga anche sul presunto tasso di “liberalismo” di una piattaforma politica tutta retoricamente incentrata sulla “libertà”, ma in cui l’unica libertà che sembra accendere i cuori è quella (sacrosanta, beninteso) di pagare poche tasse. Per tutto il resto, c’è San Tommaso.


Autore: Federico Brusadelli

Nato a Roma trenta anni fa, si laurea in Lingue e civiltà orientali presso l’Università di Roma “La Sapienza”. Dal 2009 al 2011 lavora presso la Fondazione Farefuturo, occupandosi del webmagazine diretto da Filippo Rossi, con il quale in seguito collabora alla nascita del quotidiano Il Futurista. Giornalista professionista, dal 2013 è dottorando in Studi Asiatici presso l’Università di Napoli “L’Orientale”.

3 Responses to “Caro Paul Ryan, ‘libertà’ non è solo pagare poche tasse”

  1. Andrea B. scrive:

    Niente di nuovo sotto il sole, purtroppo, per i repubblicani: ormai dichiararsi anche solo “pro-choice” in tema di aborto pregiudica qualsiasi possibilità di successo tra le loro fila (vado a memoria..se non mi sbaglio gli ultimi esponenti di un certo rilievo ad esserlo erano un McCain dei primi tempi e Mario Cuomo).
    Comunque sarebbe interessante sapere, oltre ai temi economici, quanta parte del Tea Party fa della limitazione delle libertà civili un punto “non negoziabile”.
    Ed al contrario, nella destra religiosa, possibile che non ci sia nessuno a cui, tutto sommato, farebbe comodo un po’ di spesa pubblica in più per le sue opere compassionevoli ?
    Insomma, tutti quanti a chiedere meno tasse e poi a cantare devoti in chiesa ? Mah…
    Da ultimo ritengo che questo prevalere tra i repubblicani degli elementi più oltransisti in materia religiosa sia dovuta anche al radicalismo dell’unico esponente libertario di un certo rilievo negli USA, cioè Ron Paul… molti punti del suo programma, pur coerenti con il suo credo, forse spaventano l’elettore americano, che forse è più pragmatico che taleban-cristiano e quindi non ci pensa nemmeno ad abolire la Fed e di rinunciare ad avere una politica estera…

  2. Marcello Mazzilli scrive:

    A chi è indirizzata questa.. a Ryan o a Giannino? :)

    MENO STATO MENO TASSE MENO BUROCRAZIA.. significa anche meno ospedali pubblici (e politica sanitaria privata), meno consultori per l’aborto, meno carceri per i reati minori legati all’uso di droghe, etc…. Necessariamente partendo da MENO TASSE si arriva a meno stato in tutti gli ambiti.

  3. Piccolapatria scrive:

    Marcello Marzilli lei mi tira proprio a cimento…
    Punto primo le “tasse” ovvero la loro entità dovrebbe essere commisurata alla ricchezza prodotta e non alla spesa pubblica da spendi e spandi senza criterio come avviene da circa mezzo secolo in questo iniquo paese.
    Si ripete lo slogan che la maggior parte del gettito erariale è dovuto alle trattenute sui percettori di redditi “fissi” con il sottinteso che i lavoratori autonomi, imprese ecc… siano evasori, facendosi mantenere da stipendiati e/o salariati privati e pubblici. Il lavoratore dipendente privato riceve una busta paga netta ma l’esborso ( il costo) per il datore di lavoro comprende anche la quota tasse che in forza di legge è obbligato “a trattenere e versare all’erario”; al lavoro “pubblico” ( burocrazia elefantiaca inamovibile) provvede la collettività appunto con le famose tasse ( che non bastano mai…) come in una partita di giro; ai pensionati provvede l’ente preposto alimentato dai contributi dei “giovani” lavoratori che “pagano” il debito a coloro che godono da anni di un mensile pari all’80% dell’ultimo loro stipendio(calcolo retributivo)ma pagano anche la pensione definita graziosamente baby ai numerosissimi soggetti che, in forza di legge indecente, hanno cominciato a godere la pensione a neppure 40anni e che per “diritto acquisito” avranno l’ingiusto beneficio vita natural durante lunga o breve.
    ( Sono milioni? Io ne conosco molti, troppi…). Succede che l’ente pensionistico vada in affanno e allora provvede la fiscalità generale ovvero sempre le famose tasse e ripiana quel passivo a favore ( si fa per dire) dell’aumento inarrestabile del gigantesco monte debito statale.
    Ed è solo un esempio dello spreco immondo nel quale vanno a finire le “TASSE”…
    L’economia nazionale va di male in peggio e invece di produrre ricchezza si assiste ad una progressiva desertificazione economica con disoccupazione dilagante e chiusura di attività commerciali e produttive e vedrà che l’introito statale andrà a scemare per effetto della…miseria! E allora?

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