Martini non era un “oppositore”. Il suo carisma segna la Chiesa contemporanea

di GIORGIO LISI – Se occorreva ancora una volta un esempio di quanto l’esperienza cristiana sia irriducibile alle categorie normali e consuete della pubblicistica nostrana e dell’industria della comunicazione , bastava dare ieri un’occhiata alle agenzie di stampa, agli articoli, ai “coccodrilli” e alle dichiarazioni che hanno da subito accompagnato la morte del cardinale Carlo Maria Martini. Il “cardinale progressista” contrapposto ai “conservatori”; “l’uomo del dialogo” in lotta con i vecchi e nuovi fondamentalisti; il vescovo “del dubbio e della ricerca”  in opposizione ai pasdaran dalle certezze assolute; l’uomo di Chiesa possibilista sulle adozioni dei singoli e sull’uso del profilattico e “aperto” in tema di morale cattolica, avversato dall’ala rigorista e tradizionalista.

Per carità, tutto è legittimo e, probabilmente, tutto è anche vero. Nel senso che per chi si accontenta di etichette, di pregiudizi e di schemi facili racchiudere una personalità così gigantesca come quella di Martini in categorie semplici (meglio: semplicistiche) e navigate,  l’esercizio è facile e consolatorio. Purtroppo, però, la realtà è (sempre) straordinariamente più complessa, più ricca, più sfumata e meno rigida di quanto questi poveri schemi vorrebbero fosse. E non smette di ricordarcelo, con i suoi paradossi e le sue contraddizioni.

Come quella che fu proprio Papa Wojtyla a volere sulla cattedra di Ambrogio questo schivo e timido biblista, estraneo alla curia romana e a qualunque esperienza pastorale, quello stesso Wojtyla di cui Martini sarebbe stato secondo la vulgata il naturale oppositore in quanto a concezione della Chiesa,  della morale, della politica.

O come quella che dipinge del tutto insanabile lo scontro (che davvero ci fu, come del resto in ogni parte d’Italia) tra la baldanzosa rivendicazione di una presenza sociale attiva dei cristiani propugnata da don Giussani e dalla sua creatura CL e la consapevole mitezza e umiltà di chi, persuaso del ruolo di minoranza della Chiesa nella società italiana,  predicava una missione per i cristiani come “sale della terra”, dimenticando che proprio Martini fu chiamato ad inaugurare nel 1994 l’annuale edizione del Meeting di Rimini, massima espressione pubblica dell’universo ciellino.

O l’apertura e il confronto con le altre religioni e con i non credenti di Martini vista come naturale proseguimento del Concilio in presunta opposizione alla chiesa cattolica trionfante di Wojtyla, quasi che non fosse stato proprio Giovanni Paolo II a fortemente volere e alla fine realizzare il primo incontro inter-religioso di Assisi nel 1986.

Tutto ciò significa negare la diversità di sensibilità, di visione, di cultura, di approccio alle sfide della modernità che hanno caratterizzato Martini rispetto, per esempio, all’attuale Arcivescovo di Milano? Sarebbe stupido, oltre che falso, negarlo. Più semplicemente significa cercare di far comprendere come sia proprio in questa irriducibile compresenza di carismi e di sensibilità diverse che risiede l’esperienza storica (e la ricchezza umana e culturale) della comunità cristiana, dal dualismo Pietro-Paolo in avanti. E che chi cerchi un dialogo o semplicemente un’interlocuzione con questa pezzo di società che è vivo e presente anche nel nostro Paese “scegliendo” o “tifando” per l’una o per l’altra non riuscirà a trarne alcun beneficio.

E non c’è modo migliore per testimoniarlo che questo commento che un ciellino ha postato ieri in rete: “A me di CL piace pensare che don Giussani e il Cardinale Martini se la stiano ridendo insieme da qualche parte in barba a tutte le nostre analisi e controanalisi. Oggi ci vuole solo una preghiera per un grande uomo e Cardinale.”



Autore: Giorgio Lisi

Riminese, 55 anni, laureato in lettere, arriva alla politica dalla militanza nell'associazionismo cattolico (in specie attività e iniziative culturali, tra cui il "Meeting per l'amicizia fra i popoli" di cui è uno dei fondatori). Fa l'amministratore locale per dieci anni (alla Cultura, alla Pubblica Istruzione e ai Lavori Pubblici), poi il Consigliere Regionale e infine, a 43 anni, il Parlamentare Europeo. Ama dire che forse tornerà alla politica attiva quando la monarchia sarà finalmente finita.

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