di PIERCAMILLO FALASCA – Paul Ryan, il candidato alla vicepresidenza degli Stati Uniti in tandem con Mitt Romney, non ha solo 42 anni ed una capacità oratoria tale da infiammare la convention repubblicana di Tampa: ha anche un profilo culturale e programmatico molto netto, ben riassunto ne “The Path to Prosperity (anche detto Piano Ryan, essendo il deputato presidente della Commissione Bilancio della Camera dei Rappresentanti), la controproposta parlamentare repubblicana alle scelte di budget assunte da Barack Obama negli ultimi due anni. Il piano ha sollevato numerose critiche “a sinistra”, avendo non solo proposto l’abolizione della riforma sanitaria di Obama, ma addirittura il superamento degli attuali programmi di assistenza Medicare e Medicaid, oltre ad un percorso severo di riduzione della spesa pubblica, il taglio delle aliquote delle imposte sul reddito e il disboscamento della giungla di deduzioni e detrazioni fiscali.

Se l’Heritage Foundation considera il Piano Ryan “un vero progresso per affrontare le sfide fiscali ed economiche della nazione“, Paul Krugman l’ha definito “ridicolo e senzacuore“: non si tratta dunque di un programma centrista rivolto agli elettori indecisi e mediani, ma di una ricetta marcatamente liberista di politica fiscale, capace di radicalizzare il confronto elettorale ed offrire agli americani  una visione opposta al modello Obama. Piaccia o meno, gli attori politici statunitensi si confrontano seriamente sulla politica economica da adottare dal 2013 in poi, su come risalire la china di una crisi epocale che ha bruciato decine di milioni di posti di lavoro, che dall’America si è propagata nel mondo e che in America potrebbe trovare la chiave della sua soluzione.

Avremmo bisogno, anche in Italia, fin dalle prossime elezioni politiche, di visioni e programmi più nitidi e confrontabili. Anzi, probabilmente avremmo banalmente bisogno di visioni. Sarebbe auspicabile che l’opinione pubblica, i mezzi d’informazione e gli investitori del nostro debito pubblico fossero messi in condizione di valutare – anche con numeri alla mano – le reali differenze tra offerte politiche contrapposte. Fantascienza? Forse. O forse è fantascientifico il dibattito politico che ci ritroviamo, mentre quello americano è la realtà. Scegliete voi, io opto per la seconda versione.