– Nei giorni scorsi Giacomo Canale è intervenuto su questo giornale da posizioni prudentemente favorevoli allo strumento delle quote rosa, nella misura in cui esse contribuiscono al conseguimento di pari opportunità sostanziali tra i due sessi. Pur condividendo in generale l’auspicio per una presenza maggiore e più competitiva delle donne nel mondo del lavoro, personalmente resto in disaccordo sulla possibilità di annoverare le quote tra gli strumenti politici moralmente “ammissibili”. Indipendentemente dalle finalità che si intendono perseguire, chi scrive ritiene che la politica non abbia il diritto di usare qualsiasi mezzo, non abbia il diritto di fare tutto. Ci sono dei valori e dei princìpi  “pre-politici” e non negoziabili e per me il principio di neutralità della legge rispetto a caratteristiche quali la razza ed il sesso è tra questi.

Devo dire, peraltro, che il concetto di pari opportunità così come viene solitamente declinato in politica mi appare comunque viziato da visioni parziali e discrezionali che lo rendono fallato non solamente da un punto di vista liberale, ma persino da quello di un progressismo effettivamente coerente. Nei fatti sono molti i fattori che influiscono sulle effettive opportunità di ogni persona. Il sesso è sicuramente uno di questi, ma altri sono il luogo in cui nasce, il benessere ed il grado di istruzione della sua famiglia, l’aspetto fisico, i tratti del suo carattere e così via. In questo senso non si vede perché equalizzare le opportunità rispetto al sesso deve essere più importante che equalizzarle rispetto a qualsiasi altro fattore.  Se si propongono le quote per le donne nei CDA o nei posti dirigenziali, si potrebbero anche proporre le quote per i figli di operai o per le persone timide – o per qualsiasi altro “gruppo” che per qualsiasi ragione possa incontrare qualche ostacolo nel processo di socializzazione professionale.

Limitarsi ad agire su un fattore ed ignorare gli altri può risultare distorsivo persino rispetto alle stesse finalità di garantire alle persone un’effettiva parità di chances – al punto magari da favorire i privilegiati della classe “protetta” a scapito degli svantaggiati nella classe “non protetta”. Ad esempio cosa c’è di progressista in fondo in una sistema di quote rosa che fa sì che una figlia di papà possa scavalcare per una poltrona un uomo di umili origini che nella vita ha avuto tutto contro ma con le sue forze è riuscito ad emergere? Allo stesso modo, se davvero è fondamentale che la politica e l’amministrazione attingano a tutto il possibile “patrimonio, umano, culturale, sociale, di sensibilità e di professionalità” perché si ritiene di doversi concentrare primariamente sulla diversità di genere rispetto a tutte le possibili diversità? Ad esempio la nostra Camera dei Deputati conta 86 avvocati, 79 dirigenti, 73 imprenditori e 64 giornalisti – e di contro solo 4 operai, 2 artigiani ed un commerciante. Se ci poniamo nell’ottica che anima le quote possiamo dire che il nostro parlamento sia rappresentativo della demografia del paese? Non è che forse prima delle quote rosa servirebbero ad esempio le “quote artigiane” o le “quote commercianti al dettaglio” oppure – tirando fuori qualche altra statistica –  le “quote giovani”, le “quote anziani non autosufficienti”, le “quote famiglie con malati cronici”, ecc.?

In ogni caso, persino volendosi limitare alla sola dimensione dell’equilibrio tra i due sessi, le politiche per le pari opportunità perdono qualsiasi credibilità nel momento in cui si concentrano selettivamente sui soli campi in cui le donne appaiono socialmente svantaggiate. Del resto se è vero che gli uomini occupano la maggioranza dei “posti migliori” della nostra società, è altrettanto vero che occupano anche la maggioranza dei “posti peggiori”. In pratica quasi tutti i lavori peggiori – per ambiente di lavoro, sicurezza, usura, stress – sono svolti da uomini; gli uomini rappresentano la stragrande maggioranza dei morti sul lavoro, delle vittime di suicidi, dei senza tetto, dei carcerati, oltre a godere di una minore aspettativa di vita. Insomma, in tutti questi campi sono i maschi ad avere statistiche da “minoranza svantaggiata” – sono i maschi ad avere statistiche da “negri”.

Delle politiche “interventiste” per le pari opportunità che volessero essere davvero eque dovrebbero essere pronte ad indirizzare con azioni positive – stavolta a favore del sesso maschile – anche tutte le aree in cui sono gli uomini a vivere situazioni sociali di difficoltà. Ritenere un problema politico l’equilibrio di genere nei CDA e non, ad esempio, quello nelle morti bianche rappresenta un’ingiustizia e porta con sé un messaggio profondamente sbagliato, quello di una gerarchizzazione politica dei due sessi – per cui la vita ed il successo di una donna è politicamente più importante della vita e del successo di uomo.

In generale quello che sul piano morale mi sembra maggiormente inaccettabile è la suddivisione delle persone per legge in insiemi definiti esclusivamente sulla base di caratteristiche alla nascita. Va notato che in Alto Adige è in piedi il cosiddetto sistema della “proporzionale etnica” per l’assegnazione dei posti di lavoro pubblici in modo rappresentativo della demografia dei tre gruppi linguistici. Tale sistema si appoggia su un censimento etnico che per le sue implicazioni “razziste” vide numerosi altoatesini – tra i quali Alexander Langer e Reinhold Messner – compiere a suo tempo coraggiose scelte di disobbedienza civile.

Tuttavia il carattere discriminatorio del modello altoatesino è per lo meno temperato dal diritto soggettivo dei cittadini di scegliere a quale gruppo linguistico dichiararsi appartenente e dalla possibilità di modificare nel tempo la propria affiliazione. Le quote rose  hanno invece un carattere più apertamente escludente perché si fondano sul concetto di sesso femminile come recinto chiuso, all’interno del quale non è possibile immigrare e che non ammette né accordi di Schengen né direttive Bolkenstein. Insomma in un’era in cui siamo riusciti ad abbattere molte frontiere nel nostro continente, le politiche di genere alzano nuove barriere; e così si arriva al paradosso che io, uomo italiano, ho diritto di contendere i posti di lavoro dei francesi, ma non quelli riservati – nel mio paese – alle persone di sesso femminile.

Tuttavia, una delle ragioni più importanti ed allo stesso tempo più sottovalutate per le quali lo strumento delle quote deve essere rigettato è il suo impatto di lungo termine dal punto di vista della conflittualità tra i generi. Troppo spesso ci si illude, infatti, che politiche di ingegneria sociale possano essere implementate senza pagare pegno e che la società resti a farsi plasmare passivamente, recependo come se nulla fosse le finalità dell’azione politica. Non è così; i costi della “rottura” del principio di neutralità della legge li pagheremo tutti – e con gli interessi – in termini di avvelenamento dei rapporti tra i due sessi.

Le conseguenze della politica delle quote saranno quella di indottrinare le donne al fatto che  sono state e sono socialmente oppresse e quindi hanno diritto di pretendere una riparazione ed al tempo stesso quella di far crescere nei maschi frustrazione e risentimento contro le donne per le discriminazioni positive che dovranno subire. Io non penso che possa essere questo il futuro che vogliamo e credo che, anziché scommettere sulla balcanizzazione del nostro paese secondo linee di genere, occorrerebbe rilanciare il concetto di neutralità della legge come fondamento dell’affermazione del primato della dimensione umanistica e del rispetto reciproco tra le persone.

Da questo punto di vista sono abbastanza convinto che dalle generazioni più giovani possa venire un contributo fondamentale nella battaglia politica contro le quote. Oggi ragazzi e ragazze vivono e crescono insieme, rapportandosi da pari, e quindi possono comprendere il concetto e la valenza della “neutralità” molto più dei loro genitori. Per questo rimango ottimista sul fatto che, attraverso l’impegno e la militanza, la sfida contro le politiche di genere e per una visione non costruttivista di uguaglianza abbia, in definitiva, buone possibilità di essere vinta.