di PIERCAMILLO FALASCA – Una tassa sulle bibite gasate e sui superalcolici per ridurne il consumo e gli effetti negativi sulla salute degli italiani? La misura prevista dalla bozza del cosiddetto Decreto Salute predisposto dal ministro Balduzzi è una classica imposta pigouviana, una forma di prelievo fiscale tesa a scoraggiare un determinato comportamento degli attori economici considerato foriero di effetti negativi (esternalità, si dice in gergo economico) per l’intera società. Aumentare il prezzo della Coca Cola, nei desiderata del responsabile del dicastero della Salute, dovrebbe ridurne la quantità consumata, migliorando la dieta di quanti abusano del consumo di bevande e riducendo così i possibili danni alla salute e la spesa sanitaria pubblica.

Ma è proprio così? Probabilmente no. Anzitutto, non è detto che la domanda complessiva di superalcolici o di bevande analcoliche con zuccheri ed edulcoranti sia così sensibile al rialzo di prezzo provocato dalla tassa: uno studio “pro-soda tax pubblicato sul New England Journal of Medicine suggerisce che, per avere un impatto reale sulle scelte di consumo di bevande gasate e superalcolici, la tassazione dovrebbe essere particolarmente elevata, molto di più di quella immaginata dal governo italiano. Al livello fissato dalla bozza del Decreto Salute, un effetto probabile è semmai la migrazione di una porzione di domanda (quello dei consumatori a reddito medio-basso) da prodotti a più alta qualità e prezzo verso loro imitazioni più scadenti e meno care, in molti casi anche più dannose per la salute. Conviene che ciò avvenga, tanto più in un paese dove la produzione di superalcolici di nicchia e di qualità è un fiore all’occhiello dell’economia nazionale?

Se la tassa fosse poi sostitutiva di altre entrate fiscali, operando cioè a parità di gettito, sarebbe quantomeno apprezzabile il tentativo di legare il finanziamento dell’assistenza sanitaria pubblica alle scelte degli individui, valorizzando il principio di responsabilità personale. Purtroppo, la misura del Decreto si configura come un semplice aggravio fiscale, che si aggiunge alla già insostenibile pressione fiscale italiana. Per “educare” gli italiani, insomma, si finisce per “diseducare” ancora di più il pachiderma della sanità pubblica, che già assorbe in modo inefficiente ed inefficace una quota enorme delle risorse prelevate ai contribuenti.

Al fondo della questione c’è da chiedersi quale sia il ruolo che vogliamo attribuire alla legge e allo Stato nella nostra vita quotidiana. Fare un uso moderato di ogni cibo o bevanda, condurre una vita sana ed una dieta equilibrata, è certamente nell’interesse del singolo e, in una società che accetta la sostanziale universalità del sistema sanitario, conviene anche alla collettività. Ma se quindi è opportuno – come si diceva – provare a responsabilizzare i “consumatori di sanità pubblica”, il modo per farlo non è il restringimento della libertà individuale: semmai, c’è da agire sul piano più schiettamente culturale e divulgativo, e c’è da far compartecipare sempre di più i singoli alla spesa sanitaria.

Una tassa sulle bevande analcoliche e i superalcolici finisce invece per penalizzare indiscriminatamente tutti, i grassi e i magri, chi conduce una vita sregolata e chi ha una condotta salutare: per dirla con Richard Epstein dell’Università di Chicago, che disquisiva dell’ipotesi di una tassa sul cosiddetto cibo spazzatura, “la persona che calcola le calorie che assume e che fa esercizi fisici con dedizione è penalizzata perché sceglie di mangiare una torta a crema come parte di una dieta complessivamente equilibrata“.

Caro ministro Balduzzi, per dirla con Vasco Rossi: bevi una Coca Cola, che ti fa bene.