Torna la serie A. Lunga vita all’industria del pallone

di LUCIO SCUDIERO – Ieri è tornato il circo del pallone. E’ tornato il campionato di serie A a scandire la regolarità della vita italiana del tempo ordinario, più della scuola a settembre, più della ripresa post natalizia, più di Miss Italia e Sanremo e di qualunque altro rito civile o religioso della Penisola.

Il calcio in Italia è metafora di tutto, persino di troppo. E’ sport e costume, è passione e inganno, è lealtà e scorrettezza. Ma è, anche o forse soprattutto, un’industria. Fiorente un tempo, un po’ meno oggi. E non è chiaro se il suo declino abbia seguito o introdotto quello dell’intero Paese.

Le star del campo non arrivano più. E quelle che ci sono, anzi partono. Gli appassionati hanno imparato a leggere le pagine dei quotidiani sportivi dedicate al calciomercato con alla mano il prontuario dei giuristi della domenica. Tizio in prestito con diritto (o obbligo) di riscatto da parte della società Zeta, mentre il club alfa ha preso Sempronio alle buste per poi scambiarlo con Caio, il cui cartellino era di proprietà della società Gamma. Non si fanno nozze coi fichi secchi, recita il sommario.

Epifenomeni delle casse sempre più vuote dei club italiani, soccombenti nella competizione internazionale con le grandi public companies spagnole o inglesi, o con le ingenti risorse finanziare di emiri e sultani.

Ma sarebbe troppo tardi, e pure troppo stupido, tornare indietro, ai tempi in cui il pallone era soltanto un “sano” passatempo domenicale, mondato di ogni vizio e peccato come solo le cose povere sanno essere.

Intorno al calcio ruota la dodicesima industria del paese per fatturato, 9 miliardi nel 2012, 500 mila addetti e 1,3 miliardi di contributi fiscali e previdenziali. Le questioni etico politiche sollevate dai recenti scandali legati alle scommesse preoccupano ma non si discostano da quelle, di medesimo tenore, che involgono altri settori della vita pubblica ed economica italiana, dove la corruzione pesa e scava anche di più il fossato in cui rischiamo di affondare.

Quello che serve, al mondo del pallone, non è perciò diminuire i ricavi ma aumentarli. Non è perdere il proprio connotato di industria dell’entertainment ma diversificare il modello di business, fancedolo più forte, stabile, competitivo e, perchè no, anche etico. E’ esattamente l’opposto di ciò che il moralismo pedante di troppi predica il lunedì mattina. Una tentazione cui hanno ceduto anche i migliori. Perfino il premier Monti, per dire, quando qualche mese fa propose la sospensione dei campionati.

I dati economici di settore fotografano uno sbilanciamento dei ricavi dalla parte dei diritti televisivi, mentre gli stadi restano vuoti, il merchandinsing langue e la spesa per stipendi, nonostante le partenze illustri, continua a rimanere alta.

L’unica innovazione degna di un qualche rilievo degli ultimi anni è stato l’esperimento riuscito della Juventus di costruire uno stadio di proprietà, che ha sconfitto il combinato disposto della comodità del divano di casa e dell’inospitalità del vecchio Delle Alpi. Il piccolo e funzionale Juventus Stadium è stato sempre pieno nell’anno dello scudetto,  regalando alle casse della società un’extrabudget di quasi 15 milioni di euro. Non è l’unico esempio, e neppure il primo, visto che già nel 1994 ci avevano pensato a Reggio Emilia costruendo lo stadio ormai ex “Giglio” per la Reggiana. Una struttura polivalente sempre aperta, con centro commerciale, ristoranti e cinema.

Che poi, se lo stadio è un’asset proprietario delle società, tutto viene meglio. Manutenzione, gestione, marketing. Lo dimostrano le esperienze dei primi club sportivi europei, soprattutto le spagnole Barcellona e Real Madrid, che da sole fanno i ricavi delle prime cinque italiane e con un’incidenza molto netta dei biglietti sul totale complessivo.  Insomma, non veniteci a raccontare che con  un mercato di oltre venti milioni di tifosi il settore del pallone non non ha i margini per tornare ad essere avanguardia tecnica e avamposto di bel gioco. Come prima, più di prima.

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Twitter: @Antigrazioso


Autore: Lucio Scudiero

Classe 1986, è laureato in Giurisprudenza presso l’Università Federico II di Napoli. Quando non scrive nè edita bozze altrui studia a un master di diritto europeo, in attesa di potersi dedicare alla storia moderna, alla musica e ai classici della letteratura. E' incidentalmente caporedattore di Libertiamo.it.

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