– Sono ormai noti i ripetuti veti di Russia e Cina in sede ONU contro un possibile intervento in Siria. La Russia soprattutto, oltre ad avere in Damasco un buon cliente per la propria industria bellica (tra l’altro, in caso cadesse Assad,  rischierebbe di perdere il contratto per l’imminente vendita di caccia MiG-29M), ha nel porto di Tartus la sua unica base navale nel Mediterraneo.

Ma, al di là delle motivazioni ufficiali, nessuno pare realmente interessato ad intervenire in Siria, anche perché ci troverebbe un arsenale moderno, composto da aerei russi, armi chimiche (uno dei maggiori arsenali al mondo, incluso VX e gas mostarda), biologiche e forse addirittura nucleari. Già nel 2007 un raid israeliano distrusse un presunto sito per l’arricchimento dell’uranio.

Ufficialmente Damasco investe circa il 6% del suo PIL nella difesa, ma la cifra reale è ovviamente segreta. In passato ha beneficiato di forniture da parte di Mosca (negli ultimi anni in parte anche a credito, in pratica regali) e Pechino. Tra l’altro, proprio il figlio di un diplomatico siriano, Monzer Al-Kassar, era un noto mercante d’armi. Con l’embargo sono iniziati gli acquisti sul mercato clandestino – Russia, Ucraina, Bielorussia, Corea del Nord – coperti dai finanziamenti dell’Iran, fedele alleato sciita di Assad, fermamente intenzionato a mantenere Damasco sotto la sua influenza. In varie occasioni sono già stati segnalati carichi bellici russi e nordcoreani nei porti siriani.

Proprio l’estrema pericolosità di questi armamenti, insieme all’evidenza dell’instabilità causata nel Nord Africa con l’intervento in Libia, giustifica la riluttanza ad impegnarsi in un conflitto dall’esito potenzialmente catastrofico, per giunta in un’area già storicamente delicata e pronta ad esplodere.