– In certi film americani si ritrova ancora il sentimento della libertà.
Ed è una libertà che sembra proprio ispirata a quel celebre principio della Dichiarazione d’Indipendenza, per
il quale è riconosciuto a ognuno il diritto al perseguimento della propria felicità.

Insomma: i personaggi dei film americani tuttora, spesso, hanno dei sogni (di successo, di amore, di realizzazione artistica); pensano che nel mondo – negli Stati Uniti in particolare – esista uno spazio per realizzarli; e per questo mobilitano senza risparmio tutte le proprie energie.

Prendiamo ad esempio un musical – uscito da alcune settimane in Italia e in vetta alle classifiche degli incassi.
E’ l’adattamento cinematografico di uno spettacolo che ha fatto furore sui palcoscenici di Broadway e altrove: “Rock of ages”. L’avvio è simile a quello di innumerevoli film americani: una ragazza, da una cittadina dell’America profonda, arriva a Los Angeles con il sogno di diventare una grande cantante.
Con un colpo di fortuna, viene subito assunta come cameriera in un locale, il Bourbon Room, dove si esibiscono le star del rock’n’roll (siamo alla fine degli anni Ottanta).

Ma ecco: insieme al sentimento della libertà, nel film si ritrova l’idea che la libertà comporta anche la caduta e l’errore.
L’amore sembra per la ragazza a portata di mano, ma a causa di un fraintendimento, di un difetto  di comunicazione, sfuma. E  il talento musicale può essere dissipato se non è coltivato con rigore ed è asservito alle mode più corrive.

E tuttavia l’ideale della libertà – è la morale del film – va difeso strenuamente. Ne è il simbolo il Bourbon Room, dove anche si  beve e si ama liberamente. E coloro che si impegnano in una campagna moralistica per farlo chiudere – il sindaco di Los Angeles e sua moglie – sono dipinti come caricature della degenerazione e della frustrazione sessuale.

“Rock of ages” è un racconto popolare: comprendiamo il carattere dei personaggi al primo colpo d’occhio; sappiamo sempre quando hanno ragione e quando sbagliano. E possiamo enumerare con certezza i singoli moventi di tutte le  loro azioni. Insomma: il film non ha le sfumature, le ambiguità, la complessità della poesia.
Ma l’idealismo che lo anima è così autentico che finisce per contagiare e trascinare lo spettatore.

“The way back” segna il ritorno alla regia dopo molti anni di un autore australiano, Peter Weir, autore di film noti come “Picnic ad Hanging Rock”, “Il testimone” o “L’attimo fuggente”. Non è un ritorno particolarmente felice, e la distribuzione italiana deve averci creduto poco visto che lo manda in sala in estate, con due anni di ritardo e poche copie. Lo segnalo perché è uno dei film, non tanto numerosi, ambientati nei gulag di Stalin. (Per esempio, quelli ambientati nei lager nazisti sono molti di più).

Nel gulag, si ritrovano le brutalità caratteristiche dei film di ambientazione carceraria, ma con alcune notazioni originali relative proprio all’ideologia comunista. Si osserva per esempio che il ladro o l’assassino che appartengono al popolo,  sono prigionieri privilegiati rispetto ad artisti o intellettuali considerati nemici del popolo. (Uno dei personaggi è un attore arrestato per avere interpretato con bravura al cinema il personaggio di un aristocratico).

Il film – tratto da un libro di Slawomir Rowicz – racconta perlopiù la fuga di un gruppo di evasi dal gulag, che, dopo inenarrabili traversie, giungono ai confini della Mongolia: dove, grazie a un portale nel deserto dove è effigiato Stalin, apprendono con sgomento che il comunismo è arrivato fin lì. E trovano un rifugio provvisorio a Lhasa, in un monastero tibetano.

E’ un film fragile e generico nel disegno dei personaggi.
Ma i paesaggi – che si tratti di montagne coperte di alberi innevati o di deserti sterminati – risultano sempre sorprendenti, perché allo stesso tempo affascinanti e inquietanti: le immagini esaltano la bellezza dei luoghi, ma suggeriscono allo stesso tempo che chi si lascia tentare a esplorarli rischia la morte.