L’ultima tentazione dei partiti: barattare un Monti-bis con la propria sopravvivenza

di FEDERICO BRUSADELLI – Raccontano i retroscena che stavolta lo spettro di un’apertura delle urne anticipata a novembre non sarebbe la conseguenza di un gesto compiuto dai partiti “contro” il governo, per riprendersi la scena prima che l’assetto della Seconda Repubblica frani del tutto, quanto piuttosto una soluzione concordata dallo stesso tandem Quirinale-Palazzo Chigi per evitare che da Natale in poi l’Italia si incastri in un’estenuante campagna elettorale assottigliando pericolosamente la già fragile fiducia dei mercati nei confronti del nostro paese.

Sarebbe un modo, sottolinea qualcuno, anche per dare più respiro alla partita per la nomina del prossimo presidente della Repubblica, che si aprirebbe così con una certa “distanza di sicurezza” dal voto. E sarebbe un modo, infine, per permettere a Napolitano di gestire il dopo-elezioni in prima persona e rendere dunque più agevole, qualora il quadro politico lo permettesse, la riconferma dell’attuale premier alla guida del governo.

Il rischio, però, è che il voto anticipato e la permanenza di Monti finiscano per trasformarsi, agli occhi di una partitocrazia ormai allo stadio terminale, in una insperata (e immeritata) àncora di salvezza. Perché al di là dei legittimi dubbi sulla qualità di una legge elettorale partorita in due settimane per accontentare un po’ tutti, è forte il sospetto che in modo molto “paraculo” i partiti stiano utilizzando i timori per la crisi economica, e la necessità di garantire una guida salda e credibile al paese anche nei prossimi anni, come un paravento dietro cui consumare il loro ennesimo rituale di auto-conservazione.

Insomma, barattare il Monti-bis con altri cinque anni di sopravvivenza; sancire grazie al Professore una sorta di accordo di non-belligeranza che manterrebbe il carattere “emergenziale” dell’esperienza montiana permettendo agli attuali ospiti del Palazzo di esserne ancora i garanti.

Sempre meglio del caos, si potrebbe obiettare. Certo. Ma non sarebbe la soluzione ai mali della Seconda Repubblica. Anzi, si tratterebbe di un vero e proprio accanimento terapeutico su un sistema ormai al collasso. Ecco perché è bene che la piattaforma montiana diventi il fulcro di una proposta elettorale “riformatrice”, e non il suggello di un patto partitico “conservatore” stretto dietro le quinte. Ecco perché serve con urgenza quel “partito della nazione”, alternativo tanto alla demagogia grillina quanto alle spoglie del nostro mal riuscito bipolarismo, di cui da tempo si favoleggia e che nonostante qualche piccolo sussulto resta ancora nel mondo delle idee. Un movimento che si presenti a viso aperto agli elettori, prendendosi la briga di smantellare definitivamente un meccanismo ingolfato e proponendo ai cittadini un modello in cui legittimità democratica ed esperienza tecnica non siano alternative ma complementari.

Ecco, si ha come il sospetto che la possibile e repentina accelerazione della clessidra politica serva solo a permettere ai “partiti che ci sono” di ritagliarsi un ruolo per il futuro, e a mettere in difficoltà chi pensa al “partito che non c’è”. Il che, va da sé, è ancora più facile se i diretti interessati, tra una buona intenzione e l’altra, continueranno a perdere tempo prezioso.


Autore: Federico Brusadelli

Nato a Roma trenta anni fa, si laurea in Lingue e civiltà orientali presso l’Università di Roma “La Sapienza”. Dal 2009 al 2011 lavora presso la Fondazione Farefuturo, occupandosi del webmagazine diretto da Filippo Rossi, con il quale in seguito collabora alla nascita del quotidiano Il Futurista. Giornalista professionista, dal 2013 è dottorando in Studi Asiatici presso l’Università di Napoli “L’Orientale”.

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