– Nel 1980 non esistevano ancora i telefoni cellulari; il commodore 64, il primo proto computer a larga diffusione, 64 kbyte di RAM, non era ancora stato messo in commercio (arriverà solo 2 anni dopo); l’anno cominciò con al governo una coalizione DC-PLI-PSDI presieduta da Francesco Cossiga, ministro delle finanze era Franco Reviglio; la Fiat, avanguardia dell’industria meccanica nazionale,  produceva la 127 e la Ritmo.

Il prodotto interno lordo era di circa 800 milioni di euro.

Nel 1980 si immatricolavano in Italia 1.530.000 automobili.

Nel 2012, 32 anni dopo, con un prodotto interno lordo raddoppiato, si immatricoleranno 1.419.000 autovetture, l’8% in meno.

Una volta per il nostro Paese l’industria automobilistica occupava una posizione strategica. L’automobile è stata il simbolo del boom economico degli anni ’60 e del diritto alla mobilità; orgoglio nazionale e principale beneficiario degli aiuti di Stato.

Nonostante il progresso tecnologico costante che ha abbattuto le emissioni nocive dei gas di scarico, la straordinaria evoluzione dei motori in termini di efficienza, la riduzione dei consumi e il miglioramento delle prestazioni anche come comfort e tenuta, il crollo del mercato sembra essere inarrestabile. A Luglio, per il settimo mese consecutivo, il calo delle immatricolazioni rispetto al 2011 è stato a doppia cifra, -21,4%.

La ragione di questo disastro annunciato è di facile individuazione: la morsa tributaria.

Oltre a quella che ha appesantito il conto fiscale delle famiglie, sull’automobile si è rafforzata la pratica antica di considerarla una cash cow. Nello spazio di un anno è aumentata fino al 300% l’imposta provinciale di trascrizione; è stato introdotto –  decreto Salva Italia – il superbollo per le auto con potenza superiore ai 185 kw; è stata concessa alla Provincie – decreto 68 del 2011 – la possibilità di aumentare (o diminuire) di 3 punti l’imposta sulle assicurazioni rc auto, appesantendo ulteriormente una voce di costo che per gli automobilisti italiani era già la più alta d’Europa; sono stati varati ben 5 aumenti delle accise sui carburanti, una voce, quella delle accise, che si configurerebbe come tassa di scopo ma che a partire da quella del 1935 (guerra di Abissinia) tende a diventare permanente a prescindere della ragione per cui viene adottata; più puntuale del panettone a Natale, è arrivato un aumento dei pedaggi autostradali compreso fra il 3,4% e il 14,1%.

Ancora oggi nel settore auto motive sono occupati oltre 150.000 dipendenti, con 3.200 concessionari, anche questi in diminuzione rispetto ai 3.850 del 2007, primo anno della crisi.

Dall’auto dipende l’11% del prodotto interno lordo e più del 16% di tutte le entrate tributarie. Il gettito fiscale per consumo di carburanti è di 30 miliardi all’anno.

Secondo l’Unrae, l’unione nazionale rappresentanti veicoli esteri, per il solo crollo delle immatricolazioni a fine 2012 mancheranno alle casse dello Stato 2,3 miliardi di gettito IVA e quei posti di lavoro sono da considerarsi a rischio.

Ancora una volta si presenta un problema di sostenibilità della tassazione, il cui peso, oltre una certa misura, riduce il gettito invece di aumentarlo.