Vi racconto la modernità della crisi spagnola

– Strano effetto stare in Spagna. Un paese che nel periodo che va dalla  fine degli settanta  fino a pochi anni fa ha vissuto le progressioni socio economiche che l’Italia visse tra gli anni cinquanta e sessanta, e che, prima della crisi, continuava ad star lì, a esempio di cosa potesse voler dire trasformazione virtuosa.

Per anni, negli ultimi anni, in Italia non facevamo altro che dire: “quasi quasi me ne vado in Spagna”. Una decina di anni fa a Barcellona vivevano 40.000 italiani, e tutti in un modo o nell’altro riuscivano a sbarcare il lunario. E’ anche vero che fare il cameriere a Barcellona è più trendy che farlo a Terni, ma poi non c’erano solo i camerieri – la Spagna era il grande incubatore della creatività e dello spirito trasformativo europeo.

Ho visto, ad esempio, amici giovani dottorandi universitari che in Italia avrebbero fatto la fame e che lì, invece, hanno trovato cattedre meritate. E poi tanti altri, a fare tante altre cose (belle).

La cosa buffa è che  i format dell’immaginario sono duri a morire – e quindi anche quest’anno, nel pieno della debacle socioeconomica iberica, da amici professionisti romani mi son sentito dire: “a sì, quasi quasi vado a cercar lavoro in Spagna”.

A Madrid mi hanno raccontato cose complesse. Di governi che hanno fatto finta di non vedere e non capire i segni della violenta crisi futura, e di governi che hanno taroccato le carte e le informazioni per far finta che la crisi non vi fosse. Di una formula di assistenzialismo statale che nello stato dell’Estremadura si traduce in un 43% della popolazione lavoratrice assunta dallo Stato.  Di gente che ha usato e abusato dei fondi europei per incassare soldi … mai più adoperati se non per metterli in banca o in conti offshore. Di  gente che ha preferito non lavorare che lavorare a molto poco, tanto poi c’è il welfare. Di contratti giornalistici da simil parlamentari privilegiati. Di un cieco azzeramento di qualsiasi vocazione industriale del paese, fino a rendere la Spagna un paese incentrato esclusivamente sull’offerta di servizi e sulla speculazione edilizia, che quando arriva una crisi sono le prime cose che vanno in malora. Di gente e caste sociali con genetici ed endemici privilegi. Di autonomie culturali e governi autonomi incentrate solo sul proprio interesse locale – un egoismo localistico per intenderci – e di riforme nazionali, come quella dell’agricoltura, che non si son potute fare perché i governi autonomi si son messi di traverso: “l’acqua è mia, e non la divido con nessuno che non sia nato qui”. In Spagna, poi, raccontano di governi che in nome del furore trasformativo e modernizzatore hanno letteralmente  speso cifre inspendibili. Di  governi centrali e locali che hanno realizzato infrastrutture su infrastrutture senza pensare e immaginare che poi non avrebbero avuto i soldi per mantenerle. Una sorta di generalizzata sindrome della cicala. Che poi, alcuni, la definiscono un vero e proprio vizio antropologico di certi popoli spagnoli. Un giovane architetto e docente universitario, infine, mi ha detto che in Spagna la sinistra è immatura (infantile) e la destra socialmente reazionaria.

Ora, queste ed altre cose che mi hanno raccontato, adesso, quasi quotidianamente,  ce le raccontano anche i giornali italiani – vedo che altrettanto quotidianamente in editoriali sparsi di qua e di là si fa sfoggio di una sorta di sborronismo che lascia intendere che: “noi certi errori non li avremmo fatti”. Ma come?

A me sembra che si sia passati da un complesso di inferiorità nei confronti della Spagna ad un improvviso senso di superiorità. Siamo tornati a considerare i cugini spagnoli come i perenti poveri. Siamo salvi. Temevamo ci avessero superati per distacco ed invece adesso possiamo finalmente dirgli che hanno le pezze al culo, peggio di noi. Sì, è vero, sia noi che loro abbiamo la crisi, ma noi abbiamo le industrie manifatturiere del nord, e loro no. Noi siamo la, sedicente, terza economia d’ Europa, loro son tornati ad essere il paese al confine d’Europa. Una certa destra italiana può sparare a zero sulle riforme sociali spagnole che “vedete cari italiani” non possono che portare alla rovina. Il nostro immobilismo imbullonato italico, invece, non crea guasti. Ma che si erano messi in testa sti spagnoli?  Hanno fatto la fine di un Icaro socioeconomico, pensano i nostri maestri del pensiero conservativo.

Ma ne siamo sicuri?

E’ vero, la Spagna non ha praticamente grandi industrie, ma per tutto il resto ricorda terribilmente l’Italia. Tutte le riflessioni di cui sopra, tutte le cose che mi hanno raccontato in Spagna funzionerebbero perfettamente per raccontare anche il nostro paese. Ma con una bella differenza. Loro, la Spagna, le infrastrutture da paese del terzo millennio, le hanno fatte. Dalle più grandi alle più sofisticate. Dalle strade alla presenza del wifi sugli autobus. Dalle grandi metropolitane,  all’ efficienza dei servizi al cittadino, alle riforme dei diritti sociali. Noi, tutte queste belle cose (oggi difficili da mantenere, economicamente) non le abbiamo e forse, se continuiamo così, non le faremo mai. In Spagna mi hanno detto che questa, forse, è la nostra salvezza. Strutture pubbliche e sociali inefficienti ed antiquate, ma alle quali siamo abituati. Loro ne hanno perso l’abitudine.

In poche parole.

In Spagna c’è la crisi, son stati buttati soldi, ma in molti casi, concretamente, si vede dove sono finiti … nelle infrastrutture.

In Italia c’è la crisi, son stati buttati soldi, ma in molti casi, concretamente, si vede dove sono finiti … nel nulla.

Che poi nulla non è.


Autore: Francesco Linguiti

Si occupa di produzione culturale. È autore nella produzione audiovisiva. È docente di semiologia del testo.

One Response to “Vi racconto la modernità della crisi spagnola”

  1. lodovico scrive:

    Insomma un invito ad andare in Spagna, un paese ricco di infrastrutture.

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