Il partito delle riforme? Montiano, unitario e “rivoluzionario”

di BENEDETTO DELLA VEDOVA – C’è una parentela non solo politica, ma morale, tra un quindicennio di mancata crescita e un (quasi) ventennio di mancate riforme. Buttare con l’acqua sporca della Seconda Repubblica il bambino (mai nato) della “rivoluzione liberale” è un’operazione che potrebbe persuadere una parte dell’elettorato, ma non potrebbe mai convincerne la maggioranza.

E’ possibile che tra qualche mese trionfi la rivolta antipolitica, animata da un sentimento cieco di riprovazione e vendetta (per altro ispirato innanzitutto dai giornali ufficialmente berlusconiani). E’ assai improbabile che vinca la logica del business as usual di una politica “tradizionale” e negligente rispetto ai nodi di fondo della crisi economica e civile. Non è invece escluso che le urne riservino una sorpresa positiva per quanti erano abituati a una militanza culturalmente eretica e minoritaria e all’inutile predicazione di riforme “premature”.

L’agenda liberale è oggi popolare perché l’esperienza umana, prima che politica, degli insopportabili costi di uno Stato inefficiente e di un’economia frenata da un peso fiscale e regolatorio insostenibile è un fenomeno sociale diffuso, che ha creato una nuova e diversa coscienza civile e politica e una più matura consapevolezza dei limiti del “modello italiano”. Una “cosa nuova” che sappia dare sbocco politico elettorale a tutto questo non deve essere tanto “bianca” o “moderata”, ma seria e riformatrice.

La constituency intellettuale e politica che si è raccolta attorno a Italia futura, a Fermare il declino e alle diverse esperienze che esprimono il senso e  l’esigenza di un cambiamento vero e quindi profondo di contenuti e di stile ha tutte le ragioni (che tutte sottoscrivo) per consigliare coraggio e non prudenza, determinazione e non moderazione, nel senso più compromissorio del termine. Sia nelle scelte politiche, sia nella formula che deve accompagnare la costruzione o, per meglio dire, l’invenzione del “partito che non c’è”. Però il tramonto della Seconda Repubblica non è una notte nera in cui tutti i gatti sono neri e tutti i politici sono uguali. Questo vale, a mio avviso, da almeno due punti di vista.

Primo: il change che auspichiamo è in netta discontinuità con la storia del bipolarismo fallito, ma in piena continuità con l’esperienza dell’esecutivo che in condizioni di emergenza è stato chiamato a rimediare a questo fallimento. Monti ha ripristinato una relazione onesta tra il dire e il fare e tra la politica e il governo, ha tamponato per come è stato possibile – e con il Parlamento che c’era, non con quello che avrebbe dovuto esserci – una situazione drammatica e una crisi di credito politico senza precedenti. Ha avanzato proposte robuste – e molto coerenti con un programma di riforma liberal-democratico – portando a casa poco o molto, a seconda dei casi, e lasciando per strada qualcosa o molto più di qualcosa, per decisione “sovrana” di un Parlamento sbandato. L’aggregazione che dobbiamo costruire è dunque naturalmente “montiana”, non per spirito agiografico che non mi appartiene, ma perché senza il suo governo la scommessa che ci accingiamo a giocare sarebbe stata semplicemente impossibile.

Di qui, la seconda considerazione. Tra le forze politiche che hanno sopportato il governo Monti solo spinti dal rischio del default e quanti l’hanno invece sostenuto persuasi della svolta che avrebbe potuto rappresentare, c’è una differenza di ragione e di merito che vale per l’oggi e anche per il domani. Casini e Fini, con le loro formazioni politiche, e i parlamentari liberali “sciolti”, che oggi rappresentano alla Camera e al Senato il pacchetto di mischia del più ampio schieramento montiano, sono i naturali interlocutori di questo progetto, non solo perché conservano un potenziale di consenso che sarebbe folle dissipare, ma perché hanno dimostrato di crederci. Se c’è una promessa del nuovo, è essenzialmente loro il merito di averla provocata.

Il “partito che non c’è” non può essere semplicemente l’ex Terzo Polo allargato a  qualche esponente di grido o di vaglia della società civile (nessuna parodia del rapporto del PCI con gli indipendenti di sinistra). Il progetto deve essere nuovo e discusso paritariamente. Ma deve essere “uno” e quindi unitario. Come renderlo possibile, appassionante e popolare, è un problema di tutti ed è uguale per tutti. Per dare massa critica ad un’agenda ambiziosa di modernizzazione civile ed economica c’è spazio per una e una sola offerta politica. Altrimenti si torna al rischio, paventato giustamente da Pierluigi Battista, di tanti piccoli centri “di posizione” destinati all’irrilevanza o alla subalternità.


Autore: Benedetto Della Vedova

Nato a Sondrio nel 1962, laureato alla Bocconi, economista, è stato ricercatore presso l’Istituto per l’Economia delle fonti di energia e presso l’Istituto di ricerca della Regione Lombardia. Ha scritto per il Sole24Ore, Corriere Economia, Giornale e Foglio. Dirigente e deputato europeo radicale, è stato Presidente dei Riformatori Liberali. Presidente di Libertiamo, è stato capogruppo di Futuro e Libertà per l'Italia alla Camera dei Deputati. Attualmente, è senatore di Scelta Civica per l'Italia.

11 Responses to “Il partito delle riforme? Montiano, unitario e “rivoluzionario””

  1. carletto bianchi scrive:

    forse di poteva pensare e tentare qyeste soluzioni liberali anche con un federalismo responsabile all’interno della maggioranza in cui siete stati eletti…e non pensando a qualcosa con quel voltagabbana di Fini(una volta ottenuta la carica sicura di presidente della Camera )e a quel veteroclericale di Casini. grandissimo errore disastroso e imperdonabile

  2. Piccolapatria scrive:

    Casini & Fini: il nuovo che avanza…

  3. Andrea scrive:

    L’idea di un partito liberale puro e duro è perdente. Tutti i voti si contano e non si pesano. Una sorta di partito radical-liberista non entrerebbe neppure nel prossimo parlamento, anche se lo sbarramento resta al 4%. Provare ad alzare il tasso di liberalismo e di riformismo unendosi a forze diverse ma più contigue per provare a costruire una lista più grande che superi anche il 10-12% può avere senso. Della Vedova dovrebbe però farsi garante del fatto che i liberali-liberali siano rispettati e non solo usati, come faceva Berlusconi, per farsi i fatti suoi, o tollerati e disprezzati come succede nel Pd.

  4. Giorgio scrive:

    La maggioranza di Berlusconi non è mai stata una maggioranza nè un partito, ma una protesi parlamentare di Berlusconi e dei suoi interessi, che non sempre erano quelli dell’Italia (nell’ultimo periodo mai). purtroppo quella maggioranza finta e quel partito finto sono oggi un ostacolo per chi vuole riprovarci, ovviamente con altri riferimenti e senza di lui. è come se il fallimento di un partito che voleva essere maggioritario comportasse il fallimento di quel modello di partito, invece è (ha) fallito Berlusconi. Io penso ci si possa riprovare, senza Berlusconi e senza un azionista con la golden share. Più o meno quello che scrive Della Vedova (va bene Fini e Casini, ma non un passo avanti agli altri). A me poi pare ovvio che questa cosa da costruire sia il centro-destra liberale decente per il dopo Berlusconi, che sarà presto.

  5. Chiaro che non possono essere Fini e Casini il nuovo nel panorama italiano. Un partito giovane e liberale in economia, ma anche attento all’equità sociale, è già nato ed è il Partito Federalista Europeo, ormai attivo in quasi tutta Europa.

  6. step scrive:

    Io vorrei soffermarmi su una cosa che è accennata agli inizi dell’articolo. Giustamente BDV fa notare che c’è una nuova coscienza civile, riguardo i costi della politica. Questo è molto importante. È occorso molto tempo, è occorsa una crisi devastante, ma la gente si è finalmente accorta che non si può più andare avanti così. E quando parlo di costi della politica non mi riferisco solo agli stipendi dei politici, ovviamente. Mi riferisco alla politica complessivamente intesa, ed anche al welfare (addirittura la Svezia ha ridotto drasticamente il welfare, proprio la Svezia che è la “regina” del sociale, e questo taglio ha peraltro comportato una forte ripresa economica). Questa nuova consapevolezza, che si è insinuata nella gente, anche in chi aveva una cultura statalista, non deve essere dispersa. Questa presa d’atto della scelleratezza della spesa pubblica, che andrà a scapito delle generazioni future, deve essere messa a frutto da persone come ad esempio Della Vedova e Lottieri (il quale ha detto le stesse cose di BDV l’altro ieri). Non si tratta ovviamente di speculare in senso tattico-politico, o addirittura elettorale, si tratta di concretizzare le idee libertarie che abbiamo sempre avuto, le cose che noi anti-statalisti abbiamo sempre detto. C’è voluto “l’incidente” ma ci siamo arrivati, come quando un guidatore sfascia l’auto, solo allora comincia ad andare piano, o almeno inizia a riflettere… Comunque l’importante è che gli italiani se ne siano finalmente resi conto. Il sistema feudale-corporativo sta iniziando a subire i primi colpi. Vedremo.

    Per quanto concerne le “auspicabilità” politiche. Qui non condivido tutto quello BDV ha scritto (soprattutto su Fini non vorrei infierire…). Ma concordo con Benedetto quando parla di paritarietà, relativamente al soggetto nuovo. Inoltre anch’io spero, come lui, che si tratti di un soggetto unico, tuttavia questo non deve comportare l’annullamento delle identità, cioè delle vocazioni primarie dei singoli soggetti. Sto pensando precipuamente a “Fermare il Declino”, al quale probabilmente aderirò. Entità del genere devono restare immuni da certi politicismi, di cui certi politici sono portatori. D’altronde i punti di “Fermare il Declino” sono chiari e prettamente pratici, insomma sono a-ideologici anche per lo scopo unitario di cui parla Benedetto. Chi condivide quei punti deve solo farsi avanti. Il programma è la prima cosa, non le persone, Fini e Casini non devono avere alcuna “prelazione”. Nondimeno, spero vivamente che BDV dia il massimo contributo a “Fermare il Declino”, insomma mi auguro che BDV s’impegni fattivamente con Giannino.

  7. lodovico scrive:

    Una grande idea: un partito ” unitario e rivoluzionario” con a capo Fini, Casini e per segretario Della Vedova. In attesa di un nome ad esempio “la Nuova Italia” o ” Italia in marcia”.

  8. Fabio Lazzari scrive:

    Amici miei, io leggendo http://fermareildeclino.it/articolo/fermare-il-declino-e-difficile-ma-possibile-provare-per-credere questo capisco il contrario di ciò che BDV dice… non trovate?

  9. Marco scrive:

    Caro On.Della Vedova, mi piace questa sua analisi, molto lucida, sulla costruzione di una cosa “seria e riformista”. Ho un dubbio pero’. Monti e’ servito in questo momento, ma rispetto alle aspettative che aveva suscitato all’inizio ora, otto mesi dopo, il bilancio del suo operato è fatto di luci e ombre: senz’altro è positivo l’aver fatto corrispondere, come lei scrive, azioni a parole, dopo tanti anni di politica di dichiarazioni e basta. In questo senso, Monti è stato un leader decisionista. Tuttavia l’azione di governo è stata per alcuni versi carente; e alcune misure di efficacia dubbia e forse opinabili col senno di poi.
    Mi domando se basta a spiegare le mancanze del governo Monti il riferimento a “questo parlamento e non ha quello che si desiderava”; o ai partiti che vincolano la sua azione: queste sono esattamente le stesse scuse che Berlusconi tirava fuori periodicamente per giustificare i limiti del suo operato.
    Possiamo essere più coraggiosi e ringraziare Monti per avere dato spazio a una politica fattiva, a un salutare ritorno alla realtà, ma contemporaneamente evidenziare i limiti della sua azione?
    Cordiali saluti.

  10. lodovico scrive:

    L’aggregazione che dobbiamo costruire è dunque naturalmente “montiana”, non per spirito agiografico che non mi appartiene, ma perché senza il suo governo la scommessa che ci accingiamo a giocare sarebbe stata semplicemente impossibile.

    C’è qualcosa di vero ma l’aggregazione “montiana” ripete l’antico e non può risolvere i problemi che ci affliggono. Quello che si deve mettere assieme è un governo (liberale) che sa che le cose si possono fare in modi diversi ma che è convinto che in certi modi non si possono fare. E’ su quel che non si deve fare che le idee non convergono e fin quando questo non sarà chiaro anche la parentesi montiana sarà un ennesimo fallimento con l’aggravante che il tempo passa e le cose peggioreranno.

  11. gisberto scrive:

    Come renderlo possibile, appassionante e popolare, è un problema di tutti ed è uguale per tutti (BDV).
    Questo è il punto della questione. Si continua ad utilizzare tempo e risorse per individuare i vari alleati, ma la forza è un’altra: le idee, l’etica, la tecnologia, la scienza, l’ESSERE. Ormai è consapevolezza “popolare” che l’avidità ci stà distruggendo. Il nuovo dovrebbe rappresentare il salto quantico, un “Partito Scientifico e Rivoluzionario”.

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