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Bye bye Porcellum. O no?

– Lo spettro delle elezioni di ottobre è stato scongiurato, o quasi. Non è ancora dato sapersi se questa sia o meno una fortuna, quel che è certo è che esso avrebbe colto tutti impreparati, a mala pena presentabili. Il governo Monti rimarrà dunque in carica fino alla naturale scadenza, concedendo alle forze politiche il tempo necessario per ristabilirsi.

Il presidente del Consiglio non ha però lasciato dubbi sulla priorità che dovrà essere attribuita ad una riforma della legge elettorale – quella attuale è la l. 270 del 2005, da Sartori a suo tempo ribattezzata Porcellum -, senza la quale non si avranno elezioni, men che meno anticipate. Si tratta di un dato tutt’altro che trascurabile.

La l. 270/2005 configura un sistema tendenzialmente maggioritario fondato sul metodo delle liste bloccate. Nei sistemi maggioritari, per ciascun collegio viene fissato un numero di seggi che spetteranno ai candidati che abbiano conseguito la maggior parte dei voti, così che la maggioranza sarà stabile e potrà governare con facilità e compattezza –in linea teorica-  pur non essendoci una corrispondenza speculare tra l’assemblea e la volontà del corpo elettorale; nei sistemi proporzionali, al contrario, i seggi corrispondono grossomodo alla capacità rappresentativa della singola forza politica, con la conseguenza inevitabile di una intrinseca fragilità.

Il sistema elettorale configurato dalla presente normativa si fonda sulla possibilità di assicurare una maggioranza larga alla Camera alla coalizione vincente su base nazionale, e un premio di maggioranza meno largo, perchè attribuito su base regionale, al Senato. Il metodo delle liste bloccate affida ai partiti la compilazione di tali liste, composte da un certo numero di candidati, ordinate in modo preciso, tale che a seconda del peso che il partito acquisirà nella competizione elettorale, verranno via via selezionati i nomi di coloro i quali sono stati collocati in cima alla lista. A ben vedere, nel panorama politico italiano, in questo momento, non è pensabile individuare alcuna potenziale coalizione che sia al contempo ampia e solida. Manca, appunto, il presupposto per il funzionamento dell’architettura della l. 270/2005. Se si dovesse votare senza una riforma della legge elettorale, probabilmente ci troveremmo davanti una miriade di corridori solitari ed un’unica coalizione, quella di centro- sinistra, resa pericolosamente eterogenea anche dalla possibile alleanza con l’UDC.

Che effetto avrebbe una riforma della legge elettorale sulle dinamiche interne, cioè parlamentari e tra partiti? A determinare la formazione delle coalizioni, prima ancora che i risultati, sarà la scelta tra le differenti proposte che PD e PdL hanno presentato con riguardo al meccanismo di assegnazione del premio di governabilità: se, come il PD, forte del recente sodalizio con SEL, vorrebbe, si decidesse di premiare la coalizione, ci si potrebbe arrischiare a supporre un riallineamento dei partiti maggioritari a favore dei loro alleati più recalcitranti, ivi inclusa la Lega; se, come il PdL auspica, il premio di maggioranza andasse al partito che ha ottenuto il maggior numero di consensi, si delineerebbe una evidente incongruenza con i principi che stanno alla base del sistema proporzionale, cardine del ddl formulato dal PdL stesso e ci si esporrebbe ad un rischio di frazionamento degli schieramenti piuttosto elevato.

La portata della nuova legge elettorale si esplicherà, però, non soltanto in senso tecnico, quale mero strumento di disciplina dell’esercizio della democrazia. Il contesto in cui il testo normativo vedrà la luce ne trasformerà i contenuti in indicatori di credibilità dei partiti e del loro ruolo istituzionale. L’ipotesi, per ora sfumata, della reintroduzione delle preferenze, tanto in un sistema maggioritario, quanto in uno proporzionale, non farebbe altro che riaprire uno scenario di sfiducia, acuire una ricaduta nei personalismi e nei giochi intricati di una demagogia in obsolescenza. Il metodo delle preferenze ha innegabilmente dimostrato la sua inefficacia: basta guardare la drastica riduzione del suo utilizzo a livello internazionale per poterne definitivamente prendere atto. Anche per questo motivo, non si possono avere elezioni senza legge elettorale: essa andrà a modificare sensibilmente l’entità complessiva dell’astensionismo e consentirà una valutazione consapevole e non aprioristica dell’incidenza reale dei nascenti movimenti politico- culturali.

Per quanto riguarda questi ultimi, vanno distinti tanto dalle forze politiche più classicamente intese, quanto da altri movimenti – esempio eclatante è quello dei grillini – che non possono ormai essere ignorati in ragione del loro potenziale elettorale. Rispetto alle prime deve essere rilevata una differenza formale: solo il tempo potrà definire la natura di iniziative che per il momento rimangono essenzialmente culturali, imprimendo loro un carattere più strettamente politico. Inutile precisare quale sia la linea di demarcazione che li divide dai grillini: senz’altro la spinta costruttiva e propositiva, del tutto carente non solo nel movimento di Beppe Grillo, ma anche in altri gruppi che hanno adottato la conformazione di partito; senz’altro una spinta centripeta verso un rinnovamento sano e partecipato della cosa pubblica, a cui, ci si augura, contribuirà anche la nuova legge elettorale

Cosa accadrebbe nel caso in cui gli intellettuali ed economisti che hanno dato vita a Fermare il Declino riuscissero a tradurre concretamente in proposta elettorale le idee su cui il movimento si fonda? Sfide, scommesse e percentuali a parte, sicuramente ci sarebbe un duplice salto di qualità tra gli attori della politica. Da un lato, tutti coloro i quali non si sentissero rappresentati dalla destra italiana, così come la vediamo oggi, potrebbero, tirando un sospiro di sollievo all’ingresso della cabina elettorale, riconoscersi in un modello filosoficamente “purificato”, quale è quello che emerge dal manifesto, ma soprattutto in interpreti credibili. Dall’altro lato, cioè a sinistra, per le stesse ragioni ed in nome di un ritrovato significato delle necessarie dinamiche politiche indotte da un centro destra più presentabile, si potrà sperare nelle potenzialità di un interlocutore che sappia agire con scientificità e buonsenso. Un interlocutore che, se e quando dovesse optare per la competizione, non potrà, per via di certi equilibri che andrà, in un modo o nell’altro a smuovere o, forse, a bilanciare, fare a meno di essere ascoltato.


Autore: Annie Marino

Nata nel 1990, ha conseguito la maturità classica presso l’Istituto Salesiano di Soverato e studia giurisprudenza presso l’università Bocconi di Milano. Collabora con il giornale degli studenti universitari e ha pubblicato alcuni articoli per il quotidiano CalabriaOra. Si interessa di diritto pubblico ed internazionale e vuole diventare giornalista.

3 Responses to “Bye bye Porcellum. O no?”

  1. creonte scrive:

    non ci devono essere posti sicuri in parlamento. o almeno cercare di ridurli drasticamente (es. con un comitato tecnico che divide i seggi secondo principio di massma equipartizione dei partiti, per garantire la competizione)

  2. Milena scrive:

    Per rispondere al primo commentatore, il cui nome è più ermetico di una porta blindata, non vedo alcuna sfumatura di ideale leccaculo. Credo che un giornalista possa e debba calarsi nei panni di un elettore, di qualunque fazione esso faccia parte e interpretare, criticamente, la sua reazione nei confronti delle novità, che stanno intervenendo sulla scena politica italiana. Poi si può essere sostenitori, senza sfumature di ideale leccaculo.

  3. Redazione scrive:

    Non si accettano insulti agli autori su questo sito, meno che mai da chi si nasconde dietro l’anonimato di sigle impronunciabili. Per questo il primo commento a questo articolo è stato rimosso.

    La Redazione

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