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Senza visione, l’Università italiana scivola sempre più giù

 – L’Università italiana torna a far parlare di sé in questo scorcio d’estate. Lo fa per questioni, per così dire “esterne”, ma anche per quelle più propriamente “interne”. Causa ed effetto delle prime.

Come hanno ricordato anche le testate giornalistiche nazionali, la decima edizione dell’Academic ranking of world universities (Arwu), una classifica delle 500 migliori università nel mondo elaborata dalla Jiao University di Shangai, tra le più accreditate a livello internazionale, insieme a quelle stilate annualmente da Times higher education  e QS World University rankings, ha decretato il successo degli atenei inglesi e americani. Non diversamente dal passato. Con l’Italia, malinconicamente, scivolata ancora più giù, in virtù della “scomparsa”  delle Università di Siena e Pavia e dello “spostamento” in basso dell’ateneo di Palermo. Un risultato questo, variamente commentato. Preso come spunto per una riflessione più ampia. Con una tesi di fondo, comune. Ben argomentata da Guido Rossi in un’editoriale sul Sole 24 Ore del 19 agosto. E’ impensabile che un Paese, seppur in un periodo di crisi profonda, rinunci ad investire in un settore cardine, come quello dell’istruzione. Decidendo scientemente di alimentare “… un handicap che sarà impossibile superare”. Fin qui niente di nuovo. Le politiche scellerate degli ultimi decenni e le potenti lobby accademiche co-artefici di un progressivo depauperamento di un patrimonio del made in Italy. Un disastro lungamente annunciato ma sul quale colpevolmente si è indugiato. Intervenendo solo raramente sulla macchina organizzativa, nei meccanismi impenetrabili se non per i baroni di turno. In un potentato piramidale gestito disinvoltamente e in maniera autenticamente personalistica da rettori, direttori di dipartimento e (alcuni) professori ordinari. Un’istituzione, a dispetto di statuti, proclami e buon senso, fondata su interessi, opportunismi e vincoli di parentela o amicizia. Quasi mai sul merito. Come indizia la lettura dei curricula di non pochi dei docenti di molti atenei italiani.

Così non può stupire chiunque abbia una certa dimestichezza con le modalità di cooptazione, sia “diretta” che “indiretta”, dei docenti in uso nelle nostre Università, la qualità dei loro corsi monografici, l’elenco di pubblicazioni e titoli scientifici, il risultato ottenuto nella graduatoria dell’ateneo di Shangai. Nel quale i criteri considerati sono la qualità della performance, sia accademica che di ricerca, considerando elementi come il numero di riconoscimenti internazionali ottenuti dallo staff accademico, il numero delle pubblicazioni e delle citazioni, i risultati conseguiti in relazione alle dimensioni dell’istituzione.

A ristabilire ordine in questo disordine, una qualche forma di legalità nell’illegalità, avrebbe dovuto contribuire il rimescolamento Gelmini. Non più concorsi per ricercatori, categoria della quale si è decretata l’estinzione. In compenso spazio a professori di prima e seconda fascia, prodromi dei vecchi ordinari e associati. Con una significativa novità. L’abilitazione nazionale dei professori di prima e seconda fascia in luogo dei vecchi concorsi locali, e dei criteri per la nomina dei commissari d’esame, come previsto nel decreto attuativo della riforma Gelmini (Dm 76/2012).

Criteri che, passando dall’elaborazione acritica dell’Anvur alla applicazione concreta, mostrano la loro debolezza di fondo. Suscitando obiezioni e, come sostiene allarmato Dario Brega sul sole 24 Ore “L’irresistibile tentazione al ricorso”. Ma pur non volendo cadere nel tranello, incorrere nello spettro del ricorso amministrativo, è fuor di dubbio che il sistema congegnato dall’Agenzia Nazionale di Valutazione del sistema universitario e della ricerca per il calcolo delle distribuzioni degli indicatori bibliometrici e delle relative mediane, appare tutt’altro che efficace. Considerando che per il momento, in attesa di quelli attinenti le discipline umanistiche, sono noti soltanto i criteri riservati alle materie scientifiche. Insomma parametri (per l’abilitazione nazionale) e criteri (per la nomina dei commissari) non sembrano andare nella direzione sperata (da molti) e temuta (da pochi altri). Porre fine alle accuse di nepotismo facendo poggiare le nomine dei docenti su valutazioni oggettive basate su curricula e pubblicazioni.

Circa le nomine commissariali lo scopo era quello di abilitare al ruolo solo i docenti con un numero di pubblicazioni negli ultimi dieci anni sopra la cosiddetta mediana per escludere i meno attivi. L’inserimento tra i criteri di valutazione dei dati dei siti docenti degli atenei, si scontra con la mancanza di un database, di un sistema di inserimento omogeneo dei dati stessi. Ma anche con l’assenza di un obbligo normativo di pubblicizzazione nei siti di quanto prodotto. Un sistema evidentemente viziato. Il rischio è quello che un docente possa vantare un numero di pubblicazioni maggiore rispetto a quelle che appaiono utilizzando il meccanismo ideato dall’Anvur.

Non meno incerte sembrano le tabelle per l’abilitazione. Con la presenza di casi, tutt’altro che isolati, in cui i valori per i candidati a professore associato sono più alti di quelli per l’abilitazione a professore ordinario.

Quanto meno problematica la situazione per le mediane relative alle discipline umanistiche, misurate senza tenere conto delle banche dati internazionali. Con la ripartizione delle riviste scientifiche in classe A, B e C con valori decrescenti, contenuta nell’allegato B del regolamento 7 giugno 2012 n. 76, che è già stata oggetto di impugnazione al Tar da parte dell’Associazione italiana dei costituzionalisti.

Un ultimo elemento. Anch’esso tutt’altro che trascurabile. Le pubblicazioni da valutare. Per le quali si richiede l’invio non più della copia cartacea, come nel passato, anche recente. Ma, secondo le nuove disposizioni, in formato Pdf. Sul tema non sembra che il Ministero abbia posto la necessaria attenzione ad un doppio ordine di possibili problemi. Innanzitutto alla questione copyright. Questione evidentemente stringente, in tutti i settori senza differenze sostanziali, soprattutto nel caso di opere monografiche. Un secondo problema, maggiormente rilevabile nell’ambito delle discipline umanistiche, specialmente per quel che riguarda quelle archeologiche nelle quali i diversi contributi non di rado sono corredati da un ricco apparato illustrativo, riguarda una questione per così dire tecnica. Cioè la difficoltà che l’autore può incontrare nell’inviare files molto “pesanti”.

Insomma l’Università italiana continua a segnare il passo. Senza guida, forse con idee confuse.  L’impressione che l’Anvur non abbia una conoscenza sufficientemente approfondita delle diverse realtà, dei diversi ambiti disciplinari che compongono gli atenei nostrani, sembra fondata. Proprio come accade al Ministero della Pubblica Istruzione, in diverse circostanze, lontano, quasi ignaro, dei programmi degli insegnamenti di greco e latino nelle scuole superiori d’indirizzo classico.

Continua la marginalità, nell’agenda politica, dell’istruzione. Continua per l’incapacità delle classi dirigenti di approntare misure efficaci. Il tutto con soddisfazione dei potentati nelle Università. Ancora saldamente in sella.


Autore: Manlio Lilli

44 anni, romano, laureato in lettere con indirizzo archeologico all’Università di Roma “La Sapienza”, dottore di ricerca in topografia antica all’Università di Bologna, professore a contratto presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Perugia. Ha partecipato e condotto scavi archeologici a Roma, Pesaro, Grumentum e Venosa e campagne di ricognizione in Abruzzo, Marche e Lazio. Nella sua attività di ricerca scientifica si annoverano, oltre a voci nell’Enciclopedia Archeologica e nel Mondo dell’Archeologia a cura della Treccani, numerosi articoli e approfondimenti editi in collane e riviste italiane e straniere. E’ autore di tre opere monografiche sulla ricostruzione del popolamento antico di Lanuvio, Ariccia e Velletri.

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