di CARMELO PALMA – Forse il problema sta nel considerare la cosiddetta giustizia sportiva come una forma di giustizia, non come un arbitraggio del dopo-partita e del pre-giustizia propriamente detta. Il giudice sportivo, come l’arbitro, non è fuori dal gioco, ma fa parte del gioco. Si può esigere che sia imparziale, non che sentenzi al di là di ogni ragionevole dubbio. “Rigore è quando arbitro fischia”, diceva saggiamente Vujadin Boskov. La giustizia, in senso stretto, vorrebbe però il contrario.

Anche nella giustizia sportiva poi, come nel calcio, si fischiano i “falli di confusione” (in genere a danno di chi si difende e non come avviene sul campo, per una sorta di etica cavalleresca, a suo vantaggio). Che dunque l’enorme confusione legata alle ammissioni, confessioni, sconfessioni e pentimenti dello scandalo-scommesse incroci un arbitro obbligato a fischiare un fallo e a riportare un ordine (non necessariamente giusto) è probabilmente fatale. Se la situazione sembra sfuggire di mano e inclinare verso la sfida rusticana, gli arbitri di esperienza testimoniano che è meglio ammonirne o espellerne due, uno per parte, pescandoli dal mucchio, per educarne venti, che stare a cavillare sulle effettive responsabilità di questo e di quello. Non si può arbitrare alla moviola.

Questo esercizio di giustizia salomonica e sommaria, trascinato fuori dal campo di gioco e dentro il simil-dibattimento delle corti federali, rende però ancora più acuto il senso d’irrisarcibilità del torto per quanti finiscono negli ingranaggi del “processo-esemplare”. Di una simil-giustizia scarsa di mezzi propriamente giudiziari e sensibilissima nei fini propriamente politici – dimostrarsi inflessibile anche a pena d’ingiustizia – non rimane nulla di civilmente servibile. Né i responsi, che naturalmente il pubblico interpreta come la tifoseria calcistica o politica impone, né il messaggio di serietà e rigore contro le frodi sportive che il testo e il contesto di questi processi irrimediabilmente compromette.

Il paradosso è che se la giustizia sportiva non sembra proprio un modello di giustizia, sembra diventata un modello per la giustizia. A Ingroia, per dire, probabilmente piacerebbe che ai pm per “dimostrare” la responsabilità dei vertici dello Stato nella trattativa con la mafia bastasse ciò che è bastato a Palazzi per dimostrare la colpevolezza di Antonio Conte. Un’accusa e un pentito – niente di più.

L’idea che l’andare per il sottile dei difensori e l’andare per la grossa degli accusatori corrisponda ad un diverso impegno verso la “verità” e ad una diversa posizione civile nella lotta contro il “male” è perfettamente adeguata allo spettacolo della giustizia cui abbiamo assistito nelle corti sportive. Ma è anche un modello di eticità giudiziaria, che in Italia ha i suoi prestigiosi militanti e estimatori nei palazzi della giustizia penale.