Il fallimento del biofuel: la storia emblematica della jatropha

 – Da sempre l’immaginario ambientalista si nutre di narrazioni mitiche. Molte di queste sono spesso inappuntabili nella teoria, tanto da farne passare in secondo piano l’applicazione pratica e ridurla ad un trascurabile dettaglio. E’ così che hanno visto la luce dogmi da cui è ormai impossibile prescindere, primo tra tutti quello della rinnovabilità delle risorse.

Conosciamo tutti i modi in cui, negli ultimi decenni, si è cercato di far convivere il fabbisogno energetico del pianeta con la riduzione delle emissioni di CO2: investimenti miliardari – troppo spesso pubblici – che non hanno saputo fornire risultati apprezzabili. Pale eoliche e pannelli solari si sono rivelati flop per costi di produzione, inefficienza e difficoltà a smaltire strutture che, sebbene vengano definite rinnovabili, sono costruite con materie prime scarse e hanno una vita media decisamente breve. In questo la lezione migliore arriva dagli Stati Uniti, con il fallimento degli ambiziosi piani della green economy obamiana.

Da qualche tempo, la nuova frontiera del dogma ambientalista sembra esser diventata quella dei biocarburanti. La possibilità di ricavare combustile da scarti organici come quelli dei raccolti sembra aver aperto nuovi orizzonti. Peccato, però, che per ottenere una quantità di biocarburante tale da provocare una riduzione del consumo dei carburanti tradizionali non bastino gli scarti; occorrono anzi migliaia di ettari di terreno fertile da dedicare appositamente a determinate coltivazioni, sottraendo spazio prezioso all’agricoltura intenta a soddisfare la crescente domanda mondiale di sicurezza alimentare. Per giunta, gli incentivi alla produzione di biocarburante hanno peggiorato la situazione, rendendo spesso più conveniente produrre combustile biologico che derrate alimentari.

Per queste ragioni, lo scorso decennio la scoperta delle proprietà dell’olio di jatropha sembrò, agli occhi degli ambientalisti, l’inizio di una rivoluzione. L’esistenza in Africa di un arbusto spontaneo, non commestibile, resistente alla siccità, adattabile a qualsiasi tipo di terreno e ricco di semi contenenti olio utilizzabile come combustibile sembrava un miraggio. Negli ultimi dieci anni le colture di jatropha si sono diffuse così tanto da far apparire l’arbusto come l’emblema dei biocarburanti e il volano dell’economia di certe zone del continente nero. Dopo anni di sperimentazione, però, si è scoperto che la jatropha non è poi così speciale: non sottrae risorse idriche e terreni all’agricoltura per gli uomini, è vero, ma in condizioni climatiche estreme come quelle delle zone in cui si sono intensificati i raccolti la sua produttività cala drasticamente e ben poco rimane dei suoi decantati semi, ricchi di quell’olio che, nella testa degli ambientalisti, avrebbe dovuto cambiare il mercato dei combustibili.

L’olio di jatropha non ha più alcuna prospettiva di utilizzo industriale e ha perso valore sul mercato, lasciando a bocca asciutta paesi difficili come il Mozambico in cui erano stati convertiti migliaia di ettari di terreno.

Quella dell’olio di jatropha è l’ennesima storia di un flop preventivato, prodotto dall’ingenuità di un’ideologia capace di creare miti con la stessa velocità che essi hanno di autodistruggersi al momento del collaudo, quando dai racconti di una natura buona e generosa si passa alla realtà di una terra spesso arida e dura, che non concede frutti senza essere intensamente lavorata e modificata.

Il caso jatropha dimostra che quello della concorrenza tra biocarburanti e derrate alimentari per accaparrarsi terreni fertili non è un mito anti-ambientalista, ma una realtà di fatto con cui dovremo fare i conti se intendiamo anteporre la sicurezza alimentare degli esseri umani alle fallimentari sperimentazioni di qualche naturalista fantasioso.


Autore: Daniele Venanzi

Romano, studente di Scienze Politiche e Relazioni Internazionali alla Sapienza. Contributor di Libertiamo, Linkiesta, l'Occidentale e The Front Page; autore del blog Mercato & Libertà. È redattore di Disarming the Greens, blog che si occupa di questioni ambientali e green economy da una prospettiva di mercato. Nel 2011 ha tradotto l'appendice all'Autobiografia di Friedrich Von Hayek, edita da Rubbettino. È vincitore della Scuola di Liberalismo 2013 di Roma organizzata dalla Fondazione Einaudi, con tesina sulla public choice e la crisi del welfare state.

4 Responses to “Il fallimento del biofuel: la storia emblematica della jatropha”

  1. ermes scrive:

    Fallimento della green economy?nel mondo continuano a prosperare decine se non centinaia di industrie fotovoltaiche e di turbine,i pannelli sono fatti di silicio cioe’ sabbia tuttaltro che rara e la durata minima è 20 anni,ripeto minima.C’e’ stata una crisi dovuta agli incentivi troppo alti e agli aiuti di stato in cina e nel 2000 c’e’ stata la crisi delle dot.com che non ha fatto parlare di flop di internet ma di ristrutturazione tutto qui.

  2. pippo scrive:

    Il carburante lascerà il posto alla energia elettrica.

    La sfida è produrre sempre più energia elettrica a basso costo e impatto ambientale e migliorare gli accumulatori.
    Trovare un carburante per sostituirne un altro è una perdita di tempo.

    Altra sfida è produrre cibo per tutti a costi accessibili.

  3. TetraMax scrive:

    Non è in discussione la Green Economy, perchè in quella direzione dobbiamo tutti tendere, come unico modello di sviluppo umano compatibile con la biosfera.
    Ma il modo in cui in questi “primi” anni si è declinata la Green Economy è stato piuttosto semplicistico, e spesso deludente.
    Spostare l’uso dei campi dalla coltivazione di derrate alimentari a piante da cui estrarre biocombustile, bisogna ammetterlo, non è un gran passo in avanti. Anche Report su Rai3 fece una puntata dedicata a questo problema, specialmente la sua applicazione in Emilia.
    Altro mito fuorviante è l’auto elettrica, che richiederà che in futuro si produca ancora maggiore energia elettrica. Il modo in cui si produrrà questa (gas, petrolio, atomo, solare) non è indifferente, ma la maggior parte delle persone si accontenta di masticare la parola “auto elettrica” per sentirsi Green.
    Le fonti rinnovabili (solare, eolico) sono oggi competitive solo perchè paghiamo per ottenerle; questo è il senso degli incentivi. Quando il progresso permetterà di ottenere elettricità da queste fonti senza necessità di incentivi droganti, allora sì che sarà la rivoluzione.
    Faccio notare a Ermes che la durata di 20 anni di pannelli/pale non è esattamente un periodo lungo, quando si ragiona di archi temporali legati all’ecologia della biosfera. Tra l’altro oggi non ci immaginiamo ancora la mole di roba che dovremo smaltire a partire da fra 20 anni.

    Poichè sono fermo sostenitore della Green Economy, dico che bisogna parlarne seriamente!

  4. Gianluca Russo scrive:

    Il problema del futuro più prossimo e vicino è da dove prenderemo l’energia la cui domanda mondiale aumenta con progressione geometrica. In primis credo che il risparmio sia il miglior guadagno e quindi bisognerebbe iniziare a risparmiare energia e vivere con standard differenti. Questo a partire facendo educazione e informazione, insegnando ecologia nelle scuole, promuovendo la raccolta differenziata e dettagliata dei rifiuti in ogni area, combattendo meccanismi schiavizzanti della GDO e chiedendosi come mai le energie alternative non sono competitive ed hanno bisogno di incentivi.
    Negli ultimi anni in Italia c’è stato uno sviluppo massiccio del biogas, naturalmente più nel Settentrione che nel Mezzogiorno. Voglio citare questo esempio perchè se come leggevo sopra si parla di un problema di superfici agricole utili destinate ad piuttosto che a, allora perchè è stato dato un incentivo così alto (28 centesimi per KWh EE prodotto da un impianto a biogas di 1 MW di PE)al biogas, aumentando le importazioni e i prezzi del mais nonchè sviando la destinazione dal food al no food? In pochi anni aziende di 2 persone sono passate a 52. Mais destinato agli animali è stato gettato negli impianti. Questo mi chiedo siccome in Italia abbiamo potenzialmente una quantità di biomassa altra da utilizzare a fini energetici che è strabiliante. Per lo stesso biogas si può citare l’enorme quantità di sottoprodotti agricoli e dell’industria alimentare, la frazione organica dei RSU, i liquami zootecnici, le colture “marginali”. Ebbene io penso che purtroppo gli interessi economici di pochi sono più forti della voglia di credere in una green economy reale di molti, per colpa della GDO (che poi è l’unica che produce occupazione al momento) e con un’agricoltura intensiva al servizio di pazzi approvigionamenti, con trattamenti fitoiatrici e OGM che incrementano direttamente od indirettamente lo sviluppo di tumori e lo squilibrio degli ecosistemi, a svantaggio di un’agricoltura estensiva e dello sviluppo del locale, nel rispetto della stagionalità dei prodotti e non dei pazzi trasporti di merce alimentare e non da una parte all’altra del pianeta Terra.
    Chiedo scusa se “ho sputato” un pò di parole ma i nodi stanno giungendo al pettine e personalmente mi sento come in “The day after tomorrow”. Sveglia!

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