Non c’è futuro senza industria

di LUCIO SCUDIERO – Mare e ciminiere, ferie agostane. Sono tre elementi che definiscono le coordinate spazio temporali di un modello produttivo. Quello dell’industria, spesso pesante, che giganteggia su ecosistemi marini di non disprezzabile bellezza, che nel mare raffredda i suoi torridi bollori, e che al mare restituisce le sue maestranze, quando in agosto tacciono muletti e catene di montaggio, e si chiudono i cancelli delle fabbriche. Oggi i luoghi simbolo di questa geografia industriale sono siti archeologici, come l’area ex Italsider di Bagnoli e quella petrolchimica di Crotone; oppure fonte di dissidi laceranti tra esigenze produttive e occupazionali e tutela ambientale, come la centrale Enel di Brindisi, o ancora il petrolchimico di Sarroch, a pochi chilometri dalle bianche spiagge di Chia e Pula, sulla costa sud sarda. O Porto Marghera e Genova.

Nell’estate dell’Ilva di Taranto passa poi quasi in silenzio la notizia che un altro gigante dell’industria italiana, la Fiat, chiuda lo stabilimento italiano su cui più ha investito, Pomigliano d’Arco, per la prima volta per ragioni legate a scarsa domanda di mercato delle sue auto, denunciando lo stato irreversibile della propria sovracapacità produttiva. Ilva e Fiat sono due storie diverse, va da sè. Ma sono inscindibilmente legate da un unico destino, quello italiano.

L’Italia, seconda manifattura europea, per anni si è baloccata nell’illusione di un completa terziarizzazione di sè, senza peraltro mai sviluppare neppure i prodromi di quell’indirizzo. Non abbiamo i servizi finanziari di Londra o di Hong Kong, nè la logistica di Singapore. E neppure il petrolio dell’Arabia Saudita o del Venezuela.

Ma c’è, e chissà per quanto poco ancora, un tessuto industriale vivace, spesso di qualità sopraffina, chiamato all’esame di maturità insieme al resto del Paese. Insomma, la vicenda dell’Ilva in qualche modo riporta tutti, costruttivisti esterofili e fricchettoni decrescitisti, con i piedi per terra. Senza industria l’Italia muore. Ma l’industria, a sua volta, muore e uccide senza innovazione. E l’innovazione, senza una visione, anche e soprattutto politica del paese futuro, difficilmente nasce.

Produrre innovazione è dunque la sfida di politica industriale, per usare un’espressione un po’ vetusta, più importante di quelle innanzi al Paese, e il destino dell’Ilva di Taranto, per tornare sul luogo del delitto, è il primo test da superare.

Non possiamo produrre l’acciaio come farebbero i cinesi, allo stesso modo in cui non ne reggiamo la concorrenza sui costi della manodopera nel tessile.

E allora serve riscoprire le ragioni di una rinnovata vocazione industriale e del nostro stare al mondo tra i paesi ad alto sviluppo umano.  E fare tutto ciò che si richiede per confermarsi tale. Infrastrutture di qualità e ramificate sul territorio. Investimenti in ricerca scientifica e formazione, alta qualità dei servizi e fisco tollerabile. Ma, soprattutto, rimettere burocrazia e giustizia al pieno servizio dello stato di diritto e dei diritti di proprietà, restituendo a cittadini e investitori la fiducia che in Italia i controllori fanno il proprio dovere in maniera imparziale e secondo le leggi, e ai controllati la possibilità di conformarsi a queste ultime con la ragionevole certezza di non averne a subire un pregiudizio.

C’è da scommettere su un futuro industriale del mondo che continuerà ad avere bisogno di manodopera professionalizzata e sistemi legali efficienti. Di un’Italia che in parte c’è e per il resto è da completare.

Non commettiamo l’errore di ritenerci perduti.

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Twitter: @Antigrazioso


Autore: Lucio Scudiero

Classe 1986, è laureato in Giurisprudenza presso l’Università Federico II di Napoli. Quando non scrive nè edita bozze altrui studia a un master di diritto europeo, in attesa di potersi dedicare alla storia moderna, alla musica e ai classici della letteratura. E' incidentalmente caporedattore di Libertiamo.it.

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