Un referendum non può salvare l’Europa dalla sua crisi di leadership

di ANTONELLA ROMANO – Inutile girarci intorno. La via per l’unità economica e politica in Europa è ancora lontana.

Quel che servirebbe è una visione chiara di un futuro che esprima un supporto inequivocabile per l’integrazione in corso. Quel che abbiamo, traducendo il pensiero del presidente del Consiglio Monti, è una fuga dalla responsabilità che farebbe leva su un finto esercizio di democrazia come il ricorso a un referendum europeo. Da parte della Germania, per  esorcizzare quella paura conscia ed inconscia dell’inflazione e dell’azzardo morale post-aiuti, ma anche degli altri Paesi nordici.

La strada per la costituzione dell’Europa è lastricata di buone intenzioni e cattive azioni. Già dalla costituzione dell’Atto unico europeo, Spinelli rivendicava a gran voce l’urgenza di un’unione politica sovranazionale. Era il febbraio del 1986. Da allora sono caduti muri di cemento e ritrosie alla cessione della sovranità monetaria, ma di un’Europa politica nemmeno l’ombra.

Intanto, parte dell’imbarcazione europea annaspa in un mare di debiti, risucchiata dalle correnti fredde della delegittimazione della politica e della crisi della democrazia rappresentativa . Nessuno nega che i progressi sul fronte politico risultino particolarmente difficili in un momento in cui, comprensibilmente, tutta l’attenzione è concentrata sulla crisi del debito e dell’euro. Tuttavia, arrivare ad utilizzare la crisi stessa come arma del delitto europeo, perseguendo una politica di piccolo cabotaggio, sarebbe un gesto folle e oltremodo sconsiderato.

E’ il momento dei passi in avanti e degli atti di coraggio da parte delle classi dirigenti europee. Una soluzione credibile potrebbe partire da una riforma che affronti l’indubbia realtà di un struttura europea poco democratica, fortemente oligarchica e burocratica. Un esempio potrebbe essere la selezione democratica, attraverso elezioni, del presidente della Commissione europea, combinata con ulteriori iniziative a livello nazionale per legittimare ciascuno dei commissari da lui nominati, e un maggiore impegno da parte dei parlamenti nazionali nelle decisioni dei loro rappresentanti in seno al Consiglio dei ministri sulle proposte legislative da parte della Commissione.

La scelta della consultazione popolare sul fondo salvastati mostra la debolezza politica tedesca, non la sua forza democratica. Ne evidenzia un atavico desiderio di sopravvivere all’Europa, non con essa. E così l’Ue ha improvvisamente smesso di essere la soluzione, per diventare il problema.

Nessuno poteva prevedere l’evoluzione della crisi, ma tutti possono determinarne il futuro. E alcuni più di altri, come i tedeschi. Sta soprattutto a loro trasformare questa crisi in opportunità, le debolezze individuali in forza comune. Per sopravvivere, l’Ue necessita di leader che non si facciano guidare dall’opinione pubblica, ma che la guidino.

L’Europa si farà nelle crisi, diceva Monnet, e sarà la somma delle soluzioni apportate alle crisi. Meglio non dimenticarlo, anche quando farebbe comodo.


Autore: Antonella Romano

24 anni, salernitana. Laurea triennale in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali e laurea specialistica in Law and Economics alla Luiss Guido Carli di Roma. Da un anno collabora con l’Istituto Italiano per la Privacy, contribuendo alla stesura della rivista "Diritto, Economia e Tecnologie della Privacy" 2010

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