Le tre letture dell’idea di un referendum tedesco per l’Europa

– Quale significato attribuire alle battute di diversi politici tedeschi favorevoli ad un referendum popolare per l’Europa? Provocazione populista? Boutade da pausa estiva? Progetto politico a medio-lungo termine?

Le chiavi di lettura per comprendere il dibattito, oggi soltanto ai suoi esordi, sono essenzialmente tre:
1) La prima lettura è quella, per così dire, “elettoral-populista”. I tedeschi sono in grande maggioranza irritati dalle politiche di salvataggio. Più il tempo passa, minore è la disponibilità a farsi carico dei debiti altrui e maggiore è la probabilità che formazioni euroscettiche come Freie Wähler e Die Freiheit, finora rimaste ai margini della vita politica federale, possano prendere piede.
L’idea di un referendum per rafforzare l’integrazione politica, fiscale e finanziaria europea nasce quindi dal tentativo di coinvolgere chi, per un verso o per l’altro, negli ultimi due anni e mezzo non ha avuto direttamente voce in capitolo nelle scelte dell’esecutivo cristiano-liberale: il popolo. Per esponenti della maggioranza giallo-nera come Wolfgang Schäuble (CDU) e Rainer Brüderle (FDP) la scelta di ricorrere alle urne si lega quindi senz’altro al desiderio di una riconferma dell’attuale compagine governativa o, per il secondo, quanto meno alla speranza di un ingresso in Parlamento.Se diamo la parola agli elettori su una questione così delicata, a prescindere dall’esito che avrà il referendum, sarà più facile ottenerne o recuperarne il consenso”. Questo sembrerebbe essere il ragionamento alla base della proposta. Non a caso il fatto che una idea simile sia stata rilanciata anche dal partito socialdemocratico per bocca del suo presidente, Sigmar Gabriel, si spiega con il fatto che l’SPD sta rincorrendo disperatamente la CDU, avanti nei sondaggi di circa sette-otto punti percentuali.

2) La seconda lettura è quella, per così dire, “maliziosa”. La proposta di un referendum andrebbe interpretata come un messaggio nella bottiglia lanciato ai partner europei, Francia in primis, che la Germania sta mettendo la freccia ed uscendo dal “circolo Pickwick” degli Stati ad alto debito pubblico. Se, come appare, il risultato della consultazione sarà nel senso di una sconfitta del fronte europeista, l’idea di ricorrere al voto popolare non ha altro valore se non quello di legittimare politicamente il regime change, ossia ritornare al marco o creare una nuova area monetaria ottimale con Stati più affidabili, come Finlandia e Austria. Paesi che, come mostrano le cronache di stampa dei giorni scorsi, già scalpitano all’idea di un futuro lontano da Atene e da Roma. Insomma, il referendum sarebbe una prova generale di fuoriuscita dalla moneta unica. Un avviso agli scugnizzi del Sud che Berlino si invola sì verso un futuro solitario e difficile, ma “meglio sola che mal accompagnata”.

3) La terza lettura è quella, per così dire, “mainstream”. Il Governo tedesco è ormai deciso a fare nuove concessioni ai paesi mediterranei e intende proseguire sulla via della cessione di sovranità, addirittura superando i paletti fissati dall’attuale dettato costituzionale. La classe politica sembra infatti pronta per modificare la Legge Fondamentale, in modo da consentire l’assunzione automatica di rischi anche oltre il limite attuale della riserva di decisione parlamentare sul bilancio. Per far ciò, occorre che progredisca l’integrazione politica europea di pari passo con l’aumento dei controlli sui bilanci nazionali. Il referendum sarebbe insomma una ratifica a posteriori di un processo politico assai lungo, che sicuramente non si completerà domani mattina. Il fatto che tuttavia venga proposto ora pare un motivo in più per credere che la signora Merkel stia facendo sul serio e che, mattoncino dopo mattoncino, si sia messa alla testa di un movimento per rifondare le basi dell’Unione monetaria.

Quale tra queste interpretazioni sia quella corretta ce lo dirà la storia dei prossimi anni. Non è escluso che il destino tenga in serbo per noi una quarta prospettiva, ovvero che il referendum in questione, come quello propagandato vent’anni fa in Germania dopo l’entrata in vigore del Trattato di Maastricht, sia soltanto uno specchietto per le allodole. Una volta creata l’Europa politica e bancaria, i politici europei si saranno dimenticati della promessa di coinvolgere il popolo, con la scusa che l’elettorato sarebbe stato d’allora innanzi maggiormente coinvolto negli affari pubblici dell’Unione. Insomma, il rischio concreto è che l’integrazione progredisca nel senso di una maggiore centralizzazione, senza un adeguato pendant democratico. Forse varrebbe la pena di prendere subito sul serio i tedeschi.


Autore: Giovanni Boggero

Nato nel 1987, si è laureato in giurisprudenza a Torino con una tesi in diritto internazionale. Ha studiato anche a Gottinga e Amburgo. Svolge un dottorato in diritto pubblico presso l'Università del Piemonte Orientale "Amedeo Avogadro" e si occupa di Germania per il quotidiano Il Foglio, la rivista Aspenia e per FIRSTonline.

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  1. […] dalla responsabilità che farebbe leva su un finto esercizio di democrazia come il ricorso a un referendum europeo. Da parte della Germania, per  esorcizzare quella paura conscia ed inconscia dell’inflazione e […]