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L’Unione degli Europei alla prova delle nazioni/.3

- Terza parte: per l’elezione a suffragio universale del Presidente della Commissione

Per un’elezione del – o della – presidente della Commissione europea a suffragio universale
Il Trattato di Lisbona ha confermato il processo di presidenzializzazione della Commissione europea(1). Perché allora ostinarsi su di uno scenario del tipo “Quarta repubblica”, fondato sulla designazione del presidente della Commissione dal Consiglio europeo seguita dalla sua elezione dal Parlamento europeo? Oltre la sua apparenza francamente barocca, una tale ottica presenta un triplo handicap.

a) Non tiene conto della difficoltà di fare emergere delle vere maggioranze in un Parlamento europeo eletto con sistemi elettorali proporzionali e articolato su 27 realtà nazionali diverse (2). Non si può, in effetti, evitare di tenere in considerazione quella che è stata la realtà del Parlamento europeo dal 1979, data della sua prima elezione a suffragio universale: una istituzione molto spesso retta da una specie di “compromesso storico” europeo siglato tra i due grandi gruppi politici dell’assemblea, il Partito Popolare e il Partito Socialista.

b) Inoltre, se l’elezione del presidente della Commissione da parte del Parlamento contribuisce a liberarlo dalla forte influenza del Consiglio europeo, è dubbio che questo possa bastare, allo stato, a riaggiustare l’equilibrio tra i quattro poteri a vantaggio della Commissione.

c) Infine, il punto più importante, dà una risposta del tutto insoddisfacente all’imperiosa questione della partecipazione diretta dei cittadini.

Perché non portare piuttosto a compimento (perfezionare) la dinamica politica già all’opera tra il Consiglio dei Ministri ed il Parlamento europeo? Si tratta di una dinamica sia intra-istituzionale, nel miglioramento attraverso emendamenti (o perfino nel rifiuto) di proposte della Commissione, che inter-istituzionale nell’elaborazione – via procedura di co-decisione – di compromessi tra il Consiglio (la Camera alta) ed il Parlamento europeo (la Camera bassa), sui testi della Commissione.

Perché non emancipare la Commissione europea dal Parlamento, dal Consiglio dei Ministri e dal Consiglio europeo con l’elezione diretta del suo presidente? Quest’idea non è nuova. Durante i lavori della Costituente, Tony Blair, ad esempio, evocava “la prospettiva di un presidente della Commissione eletto a suffragio universale diretto.” (3)  Il 15 marzo 2011, lo scrittore Amin Maalouf difendeva la stessa tesi durante una conferenza organizzata dal gruppo Spinelli al Parlamento Europeo. Curiosamente, non ha suscitato reazioni da parte del sociologo tedesco Ulrich Beck, presente in quella occasione e peraltro ben conosciuto per aver messo in luce la necessità di migliorare i meccanismi di partecipazione dei cittadini alla vita dell’Unione. (4)

Nell’ottica di una elezione diretta del presidente o della presidente della Commissione europea, quest’ultimo dovrebbe scegliere i commissari (e revocarli) tra la o le forze politiche che l’avressero sostenuto/a, tenendo in dovuto conto una equa ripartizione geografica. Al fine di rispondere al timore degli stati membri, piccoli e grandi, preoccupati di non disporre più automaticamente di un commissario quando le nuove disposizioni del Trattato di Lisbona entreranno in vigore nel 2014 (5), in una Commissione europea “presidenzializzata” sarebbe possibile concepire una sorta di automatismo nella scelta di un commissario per ciascuno dei sei grandi stati dell’Unione – Germania, Francia, Gran-Bretagna, Italia, Spagna, Polonia -, gli altri stati membri spartendosi, per rotazione, i 9 posti di Commissario rimanenti. Agli stati senza un commissario verrebbe attribuito un commissario-aggiunto.

Per delle primarie europee aperte!
Le primarie sono di moda. Perché non immaginare l’instaurazione di un sistema europeo di primarie aperte che consentirebbe alle grandi “famiglie” politiche di selezionare il loro candidato per l’elezione diretta del presidente della Commissione? Ciò costituirebbe un formidabile strumento di mobilitazione dei cittadini europei sulle questioni e le poste in gioco propriamente europee.

Ripensare la delega di potere
Un pò come Le Monde, che dà l’impressione di deplorare un po’ il successo delle primarie del Partito Socialista quando le qualifica come “nuova espressione dell’americanizzazione della nostra società“, altri deploreranno nello scenario qui delineato il ricorso a fonti di ispirazione anglosassone, perfino statunitensi.

Ma si può anche vedere, in questa appropriazione progressiva di alcuni elementi del modello anglosassone, il riconoscimento implicito di ciò che essa consente o favorisce: la capacità di governare, quella stessa che aveva portato il generale De Gaulle ad abolire la democrazia di rappresentanza della Quarta Repubblica a beneficio della democrazia di governo della V° senza, purtroppo, iscriverla in un sistema di poteri e contropoteri come oltre Atlantico; la capacità, per i cittadini, di delegare, senza mediazione, colui o colei che sarà a capo dell’esecutivo.

Perché per l’Unione come per la maggiore parte degli Stati europei e per i loro rispettivi cittadini, il problema centrale non è, contrariamente a ciò che sembra pensare Paul Magnette, che “il governo maggioritario e l’alternanza suppongono che gli attori e i cittadini accettano di essere messi in minoranza e relegati all’opposizione” (6), ma piuttosto che i cittadini possano da una parte  avere un’influenza reale sulla scelta di chi governerà e, dall’altra, disporre di un governo realmente in grado di governare. Questa doppia esigenza è particolarmente sentita ed evidente per quanto riguarda l’Unione europea.

E’, in altri termini, l’esigenza di andare oltre quell’idea della rappresentanza ereditata dalla Rivoluzione francese e, prima di essa, da Jean-Jacques Rousseau dove “la nazione ed i suoi rappresentanti fanno tutt’uno” e dove “(…) l’esecutivo non può che essere strettamente subordinato al legislativo attraverso il quale si esprime la volontà generale della nazione.” Da qui un problema cruciale di funzionamento: “(…) chi verificherà che si tratti effettivamente del potere del popolo, e come? Si è alle prese con una rappresentanza che nega di esserlo: è il popolo stesso e ci sono i fondamenti giuridici perché agisca al suo posto. Tutte le derive usurpatrici diventano possibili, a partire da questa sostituzione.” (7)

Ma c’è di più. Il segno della subordinazione dell’esecutivo al legislativo pensato dai rivoluzionari francesi si è, nei fatti, invertito e non solo nel sistema costituzionale ibrido francese. Nella maggior parte dei Paesi dell’Europa continentale, in ragione dell’urgenza o della tecnicità fra l’altro, sono i governi che fissano l’essenziale dell’agenda politica, lasciando ormai solo la porzione residua ai loro rispettivi parlamenti.

“Niente è possibile senza gli uomini, niente è durevole senza le istituzioni” (8)
Come i governi dei sistemi parlamentari di ieri (e di oggi) il “governo” dell’Europa “non dà spazio al comando collettivo. Peggio, non gli dà neanche un’identità“, “(…) in assenza di una legittimità sufficientemente radicata, (passa) senza dare un volto alla condotta della politica e all’esercizio dell’autorità” . Cosa ancor più grave, non si presta “all’imputazione di una responsabilità” . (9)

Crediamo che sia venuto il tempo di operare una doppia rottura: mettere i cittadini al cuore del processo di selezione del governo (europeo) e sostituire una Commissione indebolita da un vero esecutivo. L’Europa ha bisogno di un presidente forte, capace di proporre al Consiglio – e quindi agli Stati membri -, e al Parlamento europeo – e quindi ai cittadini – delle soluzioni concrete che consentano di governare l’Unione e, allo stesso tempo, di farla uscire dalla crisi multiforme alla quale è confrontata.

Infine, affrontiamo una questione largamente occultata: l’assenza da molti anni (10) della Germania alla guida della Commissione europea, nonostante sia il Paese più popoloso e il primo contribuente netto al bilancio dell’Unione.

Il baricentro politico dell’Europa pende, al momento, verso il centrodestra. Capita che esista oggi oltre-Reno una personalità dotata, fra l’altro, delle conoscenze e dell’esperienza politica dei dossier economici e monetari, e abitato da convinzioni europee incontestabili: Wolfgang Schaüble, l’attuale ministro tedesco delle Finanze che fu, nel 1994, autore con Karl Lammers di una ambiziosa proposta di rafforzamento della costruzione comunitaria, purtroppo respinta dalla Francia. Mutatis mutandis, si tratta ora di rafforzare un cerchio, probabilmente intorno alla zona euro come preconizza fra gli altri Jacques Delors, consolidando allo stesso tempo l’Unione (il grande cerchio) nel suo insieme e preparando gli allargamenti futuri.

E se un’Europa sulla quale nazioni e cittadini europei avessero finalmente presa non esaurirebbe la questione della politica europea – le appartenenze molteplici, le identità plurali – contribuirebbe, crediamo, a meglio circoscriverla. Consentirebbe inoltre alla politica europea di diventare, secondo le parole di Habermas, “uno scontro di opinione rumoroso e argomentato, che obbligherebbe a rimboccarsi le maniche, e che sarebbe pubblico” (11).

Note al testo:

1) Senza tuttavia sopprimere il principio di collegialità. Vedere tra l’altro l’articolo 17 § 6
2) Sulla base della composizione attuale del Parlamento europeo, le PPE (265 seggi) e i Liberal-democratici (84) dovrebbero allearsi con i conservatori euroscettici (55) per raggiungere la maggioranza (368 voti). Il PSE (184 seggi), i Verdi (55) e la Sinistra (35) totalizzano 274 voti. Se vi si aggiungono i Liberali-democratici (84) ottengono, insieme, soltanto 358 voti.
3) Olivier Ferrand, L’Europe contre l’Europe, Hachette Littérature, Parigi, 2009
4) Ulrich Beck, Edgar Grande, cit. p. 332
5) Articolo 17 § 5 del Trattato di Lisbona
6) Paul Magnette, Au nom des peuples, Ed. du Cerf, Parigi, 2006, p.120
7) Marcel Gauchet, cit. pp. 356-357 ; la traduzione è nostra
8)Rien n’est possible sans les hommes, rien n’est durable sans les institutions“, Jean Monnet. Mémoires, Fayard, Parigi, 1976
9) Marcel Gauchet, L’avènement de la démocratie, la crise du libéralisme, Ed. Gallimard, Parigi, p. 151 ; la traduzione è nostra
10) Walter Hallstein è l’unico tedesco che sia stato presidente della Commissione europea (1958-1967)
11) Jürgen Habermas, “Rendons l’Europe plus démocratique! Penser la crise de l’Union européenne“, Le Monde, 26 ottobre 2011

Pubblicato su La Revue Nouvelle, Bruxelles – Luglio-Agosto 2012 / n°7-8

L’Unione degli Europei alla prova delle nazioni/.1

L’Unione degli Europei alla prova delle nazioni/.2


Autore: Olivier Dupuis

Nato a Ath (Belgio) nel 1958. Laureato in scienze politiche e sociali all’Università di Lovanio, è esperto di politica internazionale e europea. E’ stato prima dirigente e poi segretario del Partito Radicale Transnazionale dal 1995 al 2003 e deputato europeo, eletto in Italia, per due legislature (1996-2004). Gestisce il blog leuropeen.eu .

3 Responses to “L’Unione degli Europei alla prova delle nazioni/.3”

  1. L’Europa ha bisogno di un presidente forte, capace di proporre (…) delle soluzioni concrete che consentano di governare l’Unione e, allo stesso tempo, di farla uscire dalla crisi multiforme alla quale è confrontata.

    Messa così è perfetta: c’è crisi, mettiamo un governo per risolverla. Ma così facendo stiamo solo spostando il problema. Diamo alla gente l’illusione statalista che un governo centrale possa cambiare il mondo. Gli USA nel 2008 hanno eletto Obama sulla base di quello che il Wall Street Journal definì un “leap of faith”. Tre anni e mezzo dopo vediamo che la sua elezione non ha risolto nulla della crisi economica.

    PS. poi lo voglio proprio vedere Schaüble che fa campagna elettorale nelle 27 lingue dell’Unione…

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