Assange sbaglia, ma chi lo insegue non è migliore di lui

di MICHELE DUBINI – La concessione dell’asilo politico al fondatore di Wikileaks da parte dell’Ecuador, l’imponente dispiego delle forze di polizia londinese intorno all’ambasciata sudamericana e il tesissimo impasse diplomatico-politico venutosi a creare tra Quito e Londra costituiscono l’ennesimo tassello di un’interminabile odissea politico-giudiziaria. L’ennesimo, non l’ultimo.

Mandati d’arresto internazionali, la causa d’estradizione (perduta) in Inghilterra, i rumors (che oggi semplici rumors non sono) di una pesantissima e mortale accusa di spionaggio pronta e confezionata per lui negli USA, il calvario giudiziario di Bradley Manning: un breve riassunto dell’avvelenata vicenda giudiziaria che ha investito Julian Assange è impossibile. Possibilissimo, invece, affermare che il dispiego di mezzi e provvedimenti è stato palesemente sproporzionato rispetto ai reati addotti.

Le accuse di stupro (che, per essere precisi, stupro non è ma “sex by surprise”) puzzano di marcio e di patacca da lontano un miglio. Al di là della questione strettamente giuridica, assistiamo alla fermissima volontà politica di “punire” un personaggio reo di aver spiato, messo a nudo, ed oltraggiato le stanze del Potere. Ad anni di distanza non si sa ancora di cosa – precisamente – incolpare Assange, ma bisogna trovare qualcosa. Costi quel che costi, a priori e a prescindere del penalmente punibile. Vige la suprema convinzione che Assange sia un essere irrudicibilmente “maligno”, somma dei mali che affliggono la società libera occidentale o (nelle più generose valutazioni) il responsabile di un’indebita, purulenta e profondamente insana commistione tra giornalismo e spionaggio. Poco più di un terrorista, molto meno di un giornalista.

Eppure, Julian Assange non è il Diavolo. E anche lo fosse, nulla cambierebbe, perché perfino il Diavolo deve poter avvalersi appieno del beneficio della legge e dell’assenza di persecuzioni dietro la legge; la “società libera” si riflette attraverso il rispetto dei diritti e delle libertà individuali, un rispetto che si accompagna a un ancor più fondamentale garantismo penale. Questi due anni di inchieste, ricorsi, arresti, libertà vigilate, ottenebranti ed assordanti silenzi, dichiarazioni politiche, minacce e patacche giudiziarie sono quanto di più lontano da ciò che può attribuirsi a una società occidentale.

Il Ministro degli Esteri britannico ha ricordato che Assange risponderà di gravi accuse in un Paese (la Svezia) che “ha i più alti standard legali, dove i suoi diritti sono rispettati“. Parole formalmente corrette quanto sostanzialmente vuote; a ragion veduta, l’epicentro dei guai giudiziari dell’australiano si colloca in una serie di avvenimenti extra-giudiziari, come il CableGate e (più generalmente) l’intera opera giornalistica di Wikileaks (qualcuno ricorda l’agghiacciante video Collateral Murder?).

Quando si parla di “processo ad Assange”, stupro/molestie/coercizioni sono un (debole) pretesto per fornire (nel lungo periodo) agli USA l’occasione di sfruttare il proprio proiettile d’argento; l’accusa di spionaggio, con tanto di tribunale speciale ( in forza di una contestatissima legge del 1917). E il rischio di una vita dietro le sbarre.

A nessuno (nemmeno ad Assange, come ha più volte dichiarato) interessa dei guai con la giustizia svedese; quello che fa paura sta dietro l’accusa di stupro/molestie/coercizioni. La società occidentale può forse permettere che un processo funga da copertura per maggiori interessi politici (pratica tutt’altro che occidentale e da società libera)? Fino a che “i Paesi Liberi” non capiranno che è necessario garantire una vera libertà (senza condizionamenti, pressioni politiche, trattamenti “alla Manning”, e minacce di assaltare ambasciate), anche – e soprattutto – a coloro che criticano il fondamento e l’esplicazione stessa del loro Potere, la causa della società libera (che tanto cara è all’illuminato Occidente) non otterrà alcun beneficio.

Anche quest’assunto può risultare eccessivo. Assange non è neanche un cospiratore o uno spione. E’, semplicemente, un giornalista. Un giornalista che è spesso inciampato nelle proprie contraddizioni antropologiche. Non è una rockstar, un santo, o una divinità. La trasmissione su “Russia Today” profumatamente pagata dal Cremlino, la traumatica e distruttiva (per Wikileaks) diatriba e rottura con Daniel Domscheit-Berg, la stessa scelta di chiedere asilo politico all’Ecaudor (paese semi-libero e che ha attuato un giro di vite contro i giornalisti) e una lunghissima serie di uscite sbadate, istrioniche quando non semplicemente irragionevoli sono un serio motivo di critica nei suoi confronti. La lista è lunghissima, ad essere sinceri. Detta in modo breve: se Wikileaks è attualmente morente, gli va attribuita una cospicua fetta di responsabilità.

Oggi il Mendax pare pronto ad allearsi con il Potere (eccolo, il paradosso dei paradossi: combattere il Potere, per finire ad allearsi con Poteri ben poco trasparenti. Vittima, e cosciente alleato) per salvarsi dal Potere, seguendo pedissequamente gli schemi di un uomo messo alle spalle al muro. Per certi versi, è difficile non simpatizzare umanamente con lui e comprendere (senza giustificare) questi errori che hanno il sapore della sconfitta.

Eppure, se Assange ha mai rappresentatato una sfida di maturità e riflessione (sul ruolo del Potere, sulla trasparenza degli Stati, sulla società libera intesa in modo moderno e non naif; tale era la mission di Wikileaks. Far riflettere e far crescere) per la costruzione della società libera, quella sfida è stata irrimediabilmente (e tragicamente) persa sin dalle primissime battute della vicenda. E non si capisce quale sorta di parodistica società libera possa costruirsi sul calvario di Manning o sulla via crucis giudiziaria di Julian Assange.

Twitter: @ilmastigaforo


Autore: Michele Dubini

Nato a Mariano Comense (CO) nel 1990, ha conseguito la maturità classica e studia Giurisprudenza presso l'Università di Milano - Bicocca, privilegiando particolarmente le materie penalistiche. Ha scritto per Fareitalia Mag e The Front Page.

One Response to “Assange sbaglia, ma chi lo insegue non è migliore di lui”

  1. Stefano scrive:

    Guarda un po’ come la difesa di Assange somiglia a un ragionamento di Ghedini.

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