di CARMELO PALMA – Di cosa sia “socialmente sostenibile” e quali provvedimenti di governo il principio di una siffatta sostenibilità debba selezionare è questione per definizione disputabile e tutt’altro che pacifica. Né le parole di Napolitano a proposito dei tagli previsti dalla spending review aiutano a sbrogliare il problema.
In Italia, che è un Paese in cui il senso della giustizia e dell’equità pericolosamente confina con l’abitudine al privilegio e al diritto acquisito, si considera in genere insostenibile togliere qualcosa a chi ne gode, più che non rendere qualcosa a chi ne manca, a prescindere da ogni altra considerazione di principio – cioè di uguaglianza – e di fatto – cioè di merito.
Per anni, infatti, si è ritenuto insostenibile riformare il sistema previdenziale secondo un principio di equità intergenerazionale e sostenibilissima la socializzazione dei sacrifici e dello sfruttamento previdenziale e la privatizzazione dei benefici e della rendita pensionistica.
Tuttora – perché su questo la riforma Fornero dispiegherà in propri effetti egualitari dopo una lunghissima transizione del cui effettivo compimento è più che lecito, oggi, diffidare – non è stato possibile imporre un sistema universale, cioè uguale e legale, di assicurazione del reddito per i casi di disoccupazione, ma è apparso normale prorogarne uno discrezionale, cioè disuguale e “politico”. Dal capitalismo di relazione, al socialismo di relazione.
La sostenibilità sociale secondo la vulgata non risponde dunque ad un principio di diritto, ma di potere. E da questo punto di vista è bene diffidarne. A questo inconfessato “principio di potere” risponde anche l’opposizione dialettica tra il principio di equità e quello di efficienza e tra le ragioni della coesione sociale e quelle del profitto individuale.
Per quanto discutibile appaia alle sinistre e alle destre “sociali” l’adesione dell’esecutivo al mainstream liberale, di cui peraltro Monti offre un’interpretazione prudentemente mediana, è invece indiscutibile che la crisi sociale italiana sia oggi l’altra faccia di una crisi economica profonda e che non sia possibile rispondere alla prima senza porre rimedio alla seconda e alle sue premesse culturali e “istituzionali”.
Il compito della politica è di dettare regole efficienti in grado di favorire lo sviluppo economico e di ridurre il peso delle disuguaglianze. Ma questo impegno, che andrebbe coltivato tenendo bene a mente la distinzione tra l’etica della convinzione e quella dei risultati e tra il buon cuore e la buona politica, comporta ben altro che il riconoscimento del limite “costituzionale” dello status quo.
Se le (vere) compatibilità sociali sono politicamente incompatibili, va raddrizzata la politica, non la realtà.










“In Italia, che è un Paese in cui il senso della giustizia e dell’equità pericolosamente confina con l’abitudine al privilegio e al diritto acquisito”
Sante parole..
Mi sarebbe piaciuta una pars construens un po’ più in salute, altrimenti siamo d’accordo su tutto e non c’è spazio per la discussione… :)
In presenza di una Costituzione programmatica è la realtà che va raddrizzata, non la politica:non si possono dimenticare i fini sociali cui tutti dobbiamo tendere nelle nostre attività pubbliche e private tante volte ribaditi dalla nostra Costituzione.