L’Unione degli Europei alla prova delle nazioni/.2

Seconda parte: per un Senato europeo

Per un Consiglio europeo come “assemblea dei saggi”
Se è senz’altro importante che i capi di stato e di governo si riuniscano e riflettano insieme sulle grandi sfide che l’Europa deve raccogliere, il ruolo del Consiglio europeo, concepito all’origine come luogo informale di scambi di vedute e di riflessione, si è profondamente modificato nel corso degli ultimi trent’anni.

Questa evoluzione ha favorito la confusione tra governo nazionale ed europeo, ha raddoppiato la funzione di proposta e di iniziativa, fino ad allora appannaggio della sola Commissione e ha, al tempo stesso, marginalizzato quest’ultima, deprivando in questo modo l’Unione di qualsiasi capacità di reazione in tempo reale poiché ogni decisione importante richiede ormai la riunione dei 27 capi di stato e di governo. Ha confinato il Consiglio (dei ministri) alle decisioni sulle questioni secondarie e alla sola ratifica delle questioni importanti. Last but not least, ha rafforzato l’opacità dei processi di decisione.

Invece ritornare all’idea che ha presieduto alla creazione del Consiglio europeo consentirebbe di marcare drasticamente la separazione tra il luogo della politica nazionale e il luogo della politica europea, tra ciò che è di competenza nazionale e ciò che è di competenza europea. Riprendendo una battuta attribuita all’ex primo ministro spagnolo, José Maria Aznar, si tratterebbe di fare del Consiglio europeo un consiglio dei saggi. Un luogo dove, una volta o due l’anno, i capi di stato e di governo riflettono insieme sulle grandi questioni del momento e si assicurano che le istituzioni dell’Unione sono in grado di affrontarle.

Per un Senato europeo
La partecipazione diretta, concreta, quotidiana, degli stati membri alla vita europea dovrebbe secondo noi essere trasferita interamente dal Consiglio europeo al Consiglio dei ministri. In uno spirito di trasparenza si potrebbe ribattezzare questo Consiglio, vera e propria camera alta dell’Unione, “Senato europeo”, ed organizzarlo secondo modalità nuove.

In primo luogo, si tratterebbe di creare un sistema più agile di quello attuale (1) , al fine di favorire la creazione progressiva non di “uno spirito di club” – per riprendere una formula cara al Presidente del Consiglio europeo Herman Van Rompuy -, ma di un vero “senso dell’istituzione”.

Attualmente, esistono tanti Consigli dei Ministri quante materie che, a qualunque titolo, richiedono delle decisioni a livello europeo. Si potrebbe immaginare, senza che ciò necessiti delle modifiche sostanziali del Trattato, che ciascun governo dei Paesi membri designi quattro tra i suoi ministri come membri di questo Senato europeo. Quattro ministri che occuperebbero funzioni di primo piano nel loro rispettivo governo: un ministro degli Affari Esteri, della Sicurezza e della Difesa che guidi o “capeggi” i ministeri degli Esteri, della Difesa e della Cooperazione allo sviluppo; un ministro degli Affari economici, sociali e monetari che guidi i ministeri delle Finanze, dell’Economia, degli Affari Sociali, del Bilancio; un Ministro dell’Ambiente e dell’Energia che guidi i ministeri dell’Ambiente, dell’Agricoltura, dell’Energia e dei Trasporti… e un ministro senza portafoglio incaricato di seguire al livello europeo tutti gli altri dossier nella loro dimensione “europea”.

In secondo luogo, si tratterebbe di farne una istituzione trasparente dove i lavori a porte chiuse diventano l’eccezione e le sedute pubbliche la regola; dove le affermazioni di posizioni nazionali e i mercanteggiamenti di corridoio cedono il posto al dibattito, allo scambio di opinioni e all’emergere di posizioni terze. Vere e proprie “interfacce” tra i livelli nazionale ed europeo, si potrebbe immaginare che questi ministri partecipino al consiglio dei ministri del loro governo durante la prima parte della settimana e siedano in quanto senatori europei durante la seconda parte.

Per una Commissione al centro dell’edificio europeo
Accanto a questa trasformazione del Consiglio in Senato europeo che sancirebbe, grazie alla procedura di co-decisione, una reale articolazione dei poteri e contro-poteri tra il Consiglio, il Parlamento e la Commissione, occorre affrontare l’altro punto dolente dell’Unione: la palese debolezza della Commissione.

L’affermazione di Ulrich Beck e Edgar Grande secondo la quale “la Commissione europea non ha la minima legittimità democratica” (2) è senz’altro in parte contestabile nella misura in cui, in virtù del Trattato di Lisbona, il prossimo presidente della Commissione sarà, dopo esser stato designato dal Consiglio europeo, eletto dal Parlamento europeo (9). Ma questa procedura -per lo meno indiretta- di elezione/designazione non contribuirà fondamentalmente ad avvicinare la Commissione ai cittadini europei. O, per dirla con Vincent de Coorebyter, non fornirà una risposta allo sviluppo di “una dinamica politica che i cittadini hanno l’impressione di non poter capire.” Inoltre, questo metodo elettivo non risolve la questione della subordinazione implicita della Commissione nei confronti del Consiglio europeo, all’opposto dell’indipendenza della Commissione nei confronti degli stati membri voluta dai padri fondatori e principale vettore del successo della costruzione europea.

Ora l’urgenza, quella stessa che percepiscono un numero crescente di cittadini e di responsabili politici nonché i mercati, è effettivamente di dare all’Unione un vero capitano, un Presidente della Commissione capace di fissare un capo, di definire delle priorità, di presentare “in tempo reale” delle proposte legislative al Parlamento europeo e al Consiglio dei Ministri che consentano all’Unione di dare risposte concrete e rapide a tutte le questioni per le quali la dimensione pertinente sia europea.

Se questa constatazione è esatta, ne segue che occorre riequilibrare i poteri e contropoteri a livello europeo a beneficio della Commissione. La sfida è quindi doppia: sia rafforzare il peso specifico della Commissione, sia consentire ai cittadini di scegliere il Presidente della Commissione senza mediazione, sapendo peraltro che questo modo di elezione è senza dubbio il modo più sicuro per rafforzare questa istituzione.

Note al testo
1) Articolo 16 § 6 del Trattato di Lisbona
2) Ulrich Beck, Edgar Grande, cit. p. 325
3) Articoli 14 § 1 e 17 § 7 del Trattato di Lisbona

Pubblicato su La Revue Nouvelle, Bruxelles – Luglio-Agosto 2012 / n°7-8

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Autore: Olivier Dupuis

Nato a Ath (Belgio) nel 1958. Laureato in scienze politiche e sociali all’Università di Lovanio, è esperto di politica internazionale e europea. E’ stato prima dirigente e poi segretario del Partito Radicale Transnazionale dal 1995 al 2003 e deputato europeo, eletto in Italia, per due legislature (1996-2004). Gestisce il blog leuropeen.eu .

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