L’Unione degli Europei alla prova delle nazioni/.1

– Il complotto delle élites ha fatto il suo tempo. E’ stato necessario; non può più essere produttivo. Sono le nazioni d’Europa che vogliono l’Europa. Si tratta di prenderne atto.(1) (Marcel Gauchet)

Parte 1: Quale Europa vogliamo?

Discutendo della crisi che investe l’Europa dal 2008, la maggiore parte dei commentatori si focalizza sugli aspetti economici e monetari. Al contrario, crediamo che si tratti di una crisi essenzialmente politica, anche nei suoi aspetti economici e monetari. Due esempi fra tanti: tutti i governi d’Europa, di destra, di centro o di sinistra e, con loro, le istituzioni europee, hanno promosso o almeno sostenuto o non contrastato l’abolizione del principio di separazione delle banche d’investimento e di deposito. Gli stessi non si sono mai preoccupati dell’invasione dei prodotti tossici o derivati sui mercati finanziari: una decisione e un’assenza di decisione che rinviano, indiscutibilmente, alla politica.

Tali derive non sono evidentemente estranee alla persistenza di logiche nazionali forti e alla concorrenza forsennata alla quale si abbandonano gli stati membri dell’UE su tutte le materie che non sono oggetto di regolamentazione comune. Quando la Germania decise alla fine degli anni 1980 di abolire l’interdizione del cumulo delle attività d’investimento e di deposito, nessun altro stato membro volle essere da meno. Solo un governo europeo, luogo di proposta e di autorità, avrebbe potuto mettere ordine. Ma, oggi come ieri, le istituzioni europee mancano di capacità giuridica, potere e forza politica per assumere il governo dell’Unione europea, a fortiori in tempi compatibili con i tempi della politica. Tutt’al più svolgono un ruolo di coordinamento come nel caso della presidenza del Consiglio europeo. Nella peggiore delle ipotesi, queste istituzioni sono evanescenti, come la Commissione Europea che ha consegnato le sue prime serie proposte nell’estate 2011, ovvero tre anni dopo l’inizio della crisi.

Contano certo le qualità degli uomini e delle donne incaricate di guidare gli affari dell’Unione. Ma l’importante risiede altrove. Nell’ossessione di alcuni stati membri di confinare i tentativi di risoluzione delle crisi alla sola sede intergovernativa. E’, secondo noi, questo modo di procedere che è largamente responsabile del “sempre troppo poco e sempre troppo tardi” delle decisioni dell’Unione, stato di fatto che manifestamente non conviene ai mercati ma neanche ai cittadini europei che ne pagano un prezzo elevato: il diniego di democrazia.

Quale Europa vogliamo?
Non sono gli Stati Uniti d’Europa ciò di cui abbiamo bisogno. Nella scia delle riflessioni di Ulrich Beck e di Edgar Grande (2), pensiamo che se l’Unione europea in costruzione ha già numerose caratteristiche federali, continua peraltro a fondarsi su degli stati-nazione con identità forti. Marcel Gauchet dice questo quando afferma che

“è giunto il momento di rivalutare il potenziale politico delle nazioni. Non portano solo la rivalità e lo scontro; racchiudono anche la possibilità di un universalismo non imperiale, fondato sul decentramento ed il senso della diversità delle incarnazioni dell’universale.” (3)

I partigiani di un’Europa più democratica e più efficace dovrebbero riconoscere questa dualità.

Valorizziamo l’integrazione differenziata
Ulteriore fattore di complessità: l’Unione europea è già adesso un’unione à la carte. Non tutti i suoi stati membri hanno optato per lo stesso livello di messa in comune della sovranità. C’è l’Europa dei 27 ma anche l’Europa di Schengen, l’Eurozona, le esenzioni danese, irlandese… Ovvero ciò che Beck e Grande chiamano l’ “integrazione differenziata”. (4)

Sarebbe imprudente voler contrastare questa differenziazione: si rischierebbe di scontrarsi tanto con la diversità delle ambizioni e delle volontà di approfondimento degli stati-membri, che con la volontà molto presente nelle opinioni pubbliche degli stati membri di preservare le loro identità nazionali.

Questa realtà differenziata non potrà che rafforzarsi con i nuovi allargamenti, che si tratti di quelli già previsti – Turchia, Serbia, Kosovo, Bosnia, Albania, Macedonia, Montenegro, Islanda – o di quelli che riguardano quegli stati di cui l’Unione ha appena riconosciuto “le aspirazioni europee” – Azerbaigian, Armenia, Georgia, Moldavia ed Ucraina – o ancora dell’integrazione della Russia che si preannuncia tanto lenta e difficile quanto indispensabile.

Senza entrare nel cuore della questione, ricordiamo soltanto che, contrariamente a ciò che una certa vulgata tende a fare credere, gli allargamenti successivi dell’Unione sono stati dei motori di attività economiche nuove tanto nei “vecchi” membri dell’Unione quanto nei “nuovi”. Quanto ai benefici politici, si possono indovinare anche solo osservando il disfacimento politico dei due Paesi che hanno finora escluso qualsiasi reale partecipazione al processo di integrazione europea: la Russia e la Bielorussia.

L’UE è morta, viva la zona euro (5) ?
Ecco, riassunta con questa formula, la falsa alternativa che si tratta di respingere. Ci sembra essenziale preservare l’unità (istituzionale) nella diversità della costruzione europea. Piuttosto che favorire la creazione di sotto-gruppi da cui alcuni stati-membri sarebbero esclusi o si sentirebbero esclusi (come l’euro-gruppo per esempio), manteniamo delle istanze legislative comuni, il Consiglio (dei Ministri) e il Parlamento europeo, dove, come stipulato dal Trattato di Lisbona, tutti gli stati membri partecipano ai dibattiti e solo le procedure decisionali sono differenziate (6). Altrimenti gli episodi benché ancora isolati di diffidenza o, peggio ancora, di vive tensioni rischiano di moltiplicarsi e di avvelenare durevolmente le relazioni all’interno dell’UE.

L’Europa ostaggio di un’alternativa sterile: ripiego nazionale o Stati Uniti d’Europa
Se questa differenziazione e questa flessibilità non sono debolezze ma assi nella manica che hanno consentito all’Unione di sormontare numerose crisi, hanno bisogno di meccanismi istituzionali che consentano di organizzare quest’alchimia complessa: un vero equilibrio – e una differenziazione più netta delle funzioni – tra i quattro pilastri istituzionali della costruzione europea: la Commissione, il Consiglio (dei Ministri), il Consiglio europeo (dei capi di stato e di governo) e il Parlamento europeo.

Una delle principali ragioni del malessere dell’Unione oggi, delle sue enormi difficoltà nel dare risposte soddisfacenti in tempi compatibili con la crisi con la quale si confronta, proviene precisamente, secondo noi, da questa articolazione scadente, o perfino dallo squilibrio, tra il livello nazionale e il livello europeo. Questo fenomeno mantiene un alone di opacità sui veri luoghi e attori delle decisioni che riguardano tutti gli Europei. Favorisce la confusione tra ciò che è di competenza degli stati e ciò che è di competenza delle istituzioni europee. Nutre le mancate assunzioni di responsabilità dal livello nazionale verso il livello europeo. Intralcia le capacità decisionali.

E’ il prodotto di una pretesa insensata di alcuni stati membri: un’ Unione in grado di funzionare correttamente con degli stati-nazione forti e delle istituzioni europee deboli. Dopo la tragedia dei Balcani, l’abbandono del Ruanda al genocidio, la rassegnazione di fronte alla deriva anti-democratica della Russia, un’indubbia leggerezza politica nei confronti della Cina… la crisi attuale è l’ennesima dimostrazione che questo non sia semplicemente possibile.

Una vera dialettica Stati nazione/istituzioni europee potrà esistere solo se gli uni e gli altri saranno forti ed autonomi. Invece siamo in una situazione opposta. Senza essere drastici quanto l’ex cancelliere Helmut Schmidt che ritiene che “Jacques Delors è stato sostituito da gente di cui non si conosce neanche il nome“, rimane il fatto che al termine di una lenta evoluzione, la Commissione ha finito, con Manuel Barroso, per diventare del tutto subalterna al Consiglio europeo.

Note al testo:
1) Marcel Gauchet, La condition historique, Ed. Gallimard, 2003
2) Ulrich Beck, Edgar Grande, Pour un Empire européen, Flammarion, Parigi, 2007. L’Europa cosmopolita. Società e politica nella seconda modernità, Carocci, 2006. Titolo originale: Das kosmopolitische Europa, Suhrkamp Verlag, 2004
3) Marcel Gauchet, cit., p. 413; la traduzione è nostra
4) Ulrich Beck, Edgar Grande, cit. p. 340
5) “L’UE est morte, vive la zone euro?“, Philippe Ricard, Le Monde, 15 ottobre 2011
6) Art. 330 del Trattato.

Pubblicato su La Revue Nouvelle, Bruxelles – Luglio-Agosto 2012 / n°7-8

L’Unione degli Europei alla prova delle nazioni/.2

L’Unione degli Europei alla prova delle nazioni/.3


Autore: Olivier Dupuis

Nato a Ath (Belgio) nel 1958. Laureato in scienze politiche e sociali all’Università di Lovanio, è esperto di politica internazionale e europea. E’ stato prima dirigente e poi segretario del Partito Radicale Transnazionale dal 1995 al 2003 e deputato europeo, eletto in Italia, per due legislature (1996-2004). Gestisce il blog leuropeen.eu .

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