La tregua anticrisi dei media spagnoli

di FRANCESCO LINGUITI – “Un cannone nel culo” (un cañon en el culo). Questo è il titolo di un editoriale di politica economica che ho letto il 14 agosto su El Pais. L’occhiello di questo articolo è “economia reale – economia finanziaria”.

La prima riflessione che compare è quella per la quale “la prima cosa che fa il terrorista economico, al pari del terrorista convenzionale, è quella di sparare alla nuca della sua vittima”. Il discorso è chiaro. Ma stare in Spagna a Madrid in questi giorni, per chi viene dall’estero, è spiazzante. Ci si aspetterebbe di trovare e leggere ovunque i segni della crisi, di leggere pagine e pagine di drammatizzazioni sul futuro ipotetico e potenziale del paese – ma in realtà non è così.

Se leggete i giornali spagnoli del 14 e del 15 agosto, e se vedete i bei telegiornali della tv spagnola, vi trovate davanti ad una strana “assenza di emergenza”. Si parla di incendi, del cameriere del Papa, di temperatura, di questioni sportive, di spiccioli di vita sociale, ma di crisi se ne parla poco. L’articolo di El Pais citato sopra è l’unico articolo dell’edizione del 14 agosto che parla direttamente della grande crisi. Un solo articolo (!), in un giornale per il quale a settembre si prevedono un certo numero di licenziamenti, e di scivoli di vario genere… per tagliare posti.

Un’amica giornalista madrilena mi spiega che il paese, nelle sue logiche massmediatiche, sta volutamente cercando un momento di oblio. Dopo un luglio infuocato dalle dure proteste sociali e dallo spettro del baratro socio economico, con i primi successi spagnoli alle Olimpiadi e con l’arrivo dell’agosto vacanziero, per chi può permetterselo, si è deciso, direttamente o indirettamente, di sospendere la riflessione. Una tregua armata dal fronte mediatico della crisi. Per qualche giorno si parlerà d’altro. Ma, anche se si parla d’altro, Madrid parla chiaro.

Il movimento degli indignados madrileni è una sorta di grande raggruppamento di movimenti di quartiere. Qui ha fatto la storia di una vecchietta che in un quartiere popolare, visto che da ore andava avanti una concitata riunione spontanea, ha urlato dalla finestra: “andate a casa hippy di merda”. Ma questi non sono hippy. Sono centinaia di migliai di cittadini giustamente terrorizzati. E’ facile magnificare gli indignati, è facile pure demistificarli o delegittimarli… ambedue retoriche che non ci piacciono, che sbagliano il tiro.

Madrid è sempre la città straordinaria e affascinante di sempre – la qualità materiale ed estetica della vita in questa città sembra una chimera non raggiungibile dalla maggior parte delle città italiane. Ovunque segni e strategie del gusto, della creatività, e della civiltà, e pure a buon mercato (rispetto ai costi da strozzinaggio immondo e amorale e ingiustificato di città come Roma o Milano). Eppure qualcosa la dice lunga. Cartelli vendesi e affittasi ovunque. Persino in Plaza Mayor, la Piazza-monumento simbolo della città, spiccano queste scritte.

Se vi fate un giro nei grandi (belli e brutti) quartieri satellitari frutto della grande bolla edilizia, costruiti per la media borghesia, vi trovate di fronte ad uno strano spettacolo. Sembrano set cinematografici. Sono, a tratti, semideserti. Ma non per effetto dell’agosto vacanziero, ma per effetto della sindrome dell’invenduto – qui le case sono rimaste sul groppone dei costruttori o sul groppone delle banche che le hanno levate alle famiglie insolventi, per i mutui non pagati. E adesso gli appartamenti vuoti stanno lì. Monito di una bolla esplosa, in un paese dove, come ha detto un noto economista, i suoi abitanti hanno creduto di arricchirsi vendendosi case l’un l’altro. Ma questa sintesi è cinica, come tutte le sintesi che per mestiere rifuggono la complessità.

Tra i giovani, tra gli studenti, tra gli intellettuali, la crisi è presente in ogni spiegazione della quotidianità. Guarda lì… i taxi non hanno clienti. Guarda là … quei ristoranti hanno chiuso per vacanza. Qualche anno fa non l’avrebbero mai fatto, ma ora mancano i clienti. Ogni segno metropolitano ve lo potrebbero decodificare come segno tangibile della crisi. E poi i disoccupati per strada. Alcuni hanno al collo, o di fianco in terra, i cartelli che ricordano la grande depressione.

Sì, è vero. In questi giorni i giornali e la tv spagnola hanno incidentalmente deciso di non parlare della crisi, per far ritirare un po’ il fiato all’umore del paese – a noi italiani questa strategia pare strana, anomala, fuori mercato; da noi la tregua nella drammatizzazione mediatica è una strategia assente. Noi non stacchiamo mai la corrente – tiriamo sempre la corda – al massimo, improvisamente, ci dimentichiamo delle cose che per mesi sono state strillate a destra e a manca. Ma la crisi, questa bestiaccia, si vede e si sente a prescindere dalle strategie mediatiche.

Guardando un gruppo di spagnoli che ballano alla grande festa popolare dell’agosto di Madrid, un turista italiano dice: “ma come, con tutti i problemi che hanno, ballano?”. E certo che ballano, lo facciamo anche noi di ballare, e pure sotto le bombe.
L’editoriale economico di El Pais termina in questo modo: “E’ da quattro anni che gli speculatori ci stanno mettendo il cannone nel culo… e lo hanno fatto con la nostra complicità”. Questa è una sintesi? Un’alibi? Un’ammissione? Chissà.


Autore: Francesco Linguiti

Si occupa di produzione culturale. È autore nella produzione audiovisiva. È docente di semiologia del testo.

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