di CARMELO PALMA – Troppo facile dire che a precipitare il caso Ilva nell’incomprensibilità e nel grottesco sia stata solo l’impuntatura formalistica di un gip poco sensibile e il protagonismo di una procura troppo affezionata alla sua verità. Se in Italia dalle scelte dei giudici si attende e si esige che “facciano giustizia” secondo un diritto incerto e risolvano, per così dire, l’incertezza, non ci si può stupire che si arrivi fin qua, a provvedimenti di sequestro che sequestrano tutto, non solo gli impianti dell’Ilva, ma perfino la politica del governo.

La “divisione del lavoro” tra politica e giustizia sui temi che stanno naturalmente a cavallo tra l’una e l’altra in Italia non sembra essere, in senso classico, costituzionale, tanto che è alla giustizia ad essere riconosciuta la dignità dell’istituzione sovrana. L’idea che siano infine i giudici a “decidere” nel senso del fatto e non solo del diritto è così inconcussa che la pretesa di chiudere (per sempre) uno stabilimento produttivo in attuazione di una misura cautelare appare discutibile nel caso di specie, ma non abnorme in termini di principio. I giudici, cui nella vulgata (politica, mica giudiziaria) spetta ormai la “difesa della legalità”, intesa non solo de iure condito, ma pure de iure condendo, non amministrano la giustizia, ma vendicano l’ingiustizia e così “fanno” diritto. Questa parodia del common law non è un prodotto giudiziale, ma ideologico-culturale.

Il caso Ilva non è eccezione, ma regola. Vendola, Fassina e la sinistra “radicale” non se ne possono stupire, né dissociare. La “giurisdizionalizzazione” della lotta di classe e poi di quella ambientale – sulla Tav, sui rigassificatori, sui termovalorizzatori… – l’hanno inventata loro e non possono scoprirne gli effetti collaterali indesiderabili quando la giustizia “sostitutiva” invade il loro cortile elettorale. La sindrome Nimby ambientale e quella giudiziaria vanno così a braccetto, due facce della stessa medaglia, due maschere della stessa ipocrisia politica.

Che ora inizino le prime  e pesanti dissociazioni dall’oltranzismo “relativo” del governatore pugliese e della sua maggioranza è tutt’altro che sorprendente. E che la Fiom preferisca il fiat iustitia et pereat mundus non fa specie ed è una delle ragioni per cui il sistema delle relazioni industriali è divenuto una sorta di “sezione stralcio”, che si limita ad ordinare e selezionare il contenzioso destinato ad ingombrare le aule dei tribunali. Landini dice che impedirà che si “usino gli operai contro i giudici”, perché dal suo punto di vista i giudici servono contro i padroni e non si sacrifica ad una contingenza tattica un’alleanza strategica.

Secondo Vendola, invece, il rigassificatore di Brindisi non deve aprire, ma l’Ilva di Taranto non deve chiudere, malgrado le evidenze manifestino una clamorosa sproporzione tra i rischi dell’uno e i danni dell’altra. Perché il principio di precauzione va inteso in senso così assoluto e quello di tutela in senso così relativo e “negoziabile”? E perché – a proposito dei rapporti tra stato e mercato e della difesa dei diritti fondamentali – non prendere onestamente atto che delle tante follie di cui è costellata la storia dell’acciaieria di Taranto a portare la responsabilità più pesante è l’Italsider di Stato e non l’Ilva dei Riva?

Il governo intende ora sollevare un conflitto di attribuzione davanti alla Consulta per verificare se il provvedimento del giudice che impone la immediata cessazione della attività produttive all’Ilva di Taranto, vanificando l’intervento e l’investimento del governo per il risanamento degli impianti, non comporti anche una lesione del suo potere costituzionale. È un modo intelligente per tamponare la falla, non per colmare il “buco” culturale e politico legato ad un’interpretazione antagonistica della tutela ambientale rispetto agli investimenti industriali e all’inefficienza di un quadro di governance che sul tema dei controlli – spesso carenti e pure “aggiustati” – sollecita comprensibilmente una giurisprudenza difensiva e ostruzionistica. Il caso Ilva sarà utile se servirà a cambiare qualcosa per tutti, non tutto per qualcuno.