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Contrordine compagni. La fronda maoista nel Partito Comunista Cinese

Le ultime notizie provenienti dalla Cina sembrerebbero definire il quadro di una crisi politica interna al Partito Comunista senza precedenti. Parrebbe infatti che 1600 membri del PCC abbiano firmato, insieme ad alcuni non meglio specificati intellettuali e uomini d’affari, una lettera di protesta indirizzata al Comitato Centrale del Partito per richiedere le dimissioni nientemeno che del premier Wen Jiabao e del segretario del partito Hu Jintao. Il condizionale è d’obbligo, poiché la notizia è rimbalzata soprattutto sui media italiani (con qualche accenno su organi di stampa minori asiatici, in particolare in Giappone), mentre pare non abbia molto riscontro tra gli altri organi di stampa internazionali.

Ad ogni modo, se la notizia avesse riscontro effettivo, sarebbe un avvenimento senza precedenti, seppure più simbolico che altro. Nella missiva, arrivata pochi giorni dopo l’inizio del cosiddetto Chongqing Trial (il processo del secolo in Cina ai danni della moglie dell’ex potentissimo governatore della regione Bo Xilai) e in contemporanea con il conclave dei leader del partito per scegliere i nuovi membri del Comitato Permanente del Politburo, si boccerebbero senza mezzi termini le politiche di Wen che starebbero, a detta loro, tradendo i dettami dell’ideologia comunista cinese.

La lettera, come accennato, non provocherebbe nel breve periodo terremoti politici tali da portare a effettive dimissioni. Siamo, infatti, a poche settimane dal 18° congresso del Partito che dovrà nominare il nuovo segretario e il nuovo premier (in realtà già inquadrati nelle persone di Xi Jinping e Li Keqiang), ma ad ogni modo questo scontro disegnerebbe i contorni di una frattura netta tra neo-maoisti e seguaci della linea di Den Xiaoping. Dei primi, il personaggio di spicco, era il già citato ex carismatico governatore di Chongqing Bo, colui che, facendosi un nome amministrando con pugno di ferro la provincia più ricca della Cina, stava portando avanti un progetto politico di rinascita dell’ideale maoista che ridesse priorità all’iniziativa pubblica a scapito di quella privata.

Prima della sua caduta in disgrazia, Bo aveva dichiarato pubblicamente che per la Cina era giunta l’ora di una nuova “Rivoluzione Culturale”; parole che provocarono la risposta polemica del premier cinese il quale a un ritorno al passato contrapponeva la necessità di “riforme strutturali”. I sostenitori della linea politica attuale, invece, forti dei successi in termini di espansione economica ottenuti a partire dalla fine degli anni ’70, sono la maggioranza nel partito e continuano a portare avanti il processo di “demaoizzazione” lanciato da Deng Xiaoping. Nelle vicende attuali, quest’opera comporta una certa speculazione sulle disavventure di Bo Xilai e il tentativo di fare piazza pulita dei suoi sostenitori più rappresentativi, come il Responsabile della Sicurezza Nazionale Zhou Yongkang. Mentre, però, qualche mese fa il Financial Times dava quest’ultimo come messo ai margini, la sua recente nomina a rappresentante dello Xinjiang (una delle aree più “calde” sotto l’aspetto dell’ordine pubblico) per il Congresso ha smentito questa ipotesi, dimostrando che anche l’ala maoista è piuttosto influente all’interno delle dinamiche del PCC.

Tutti gli occhi sono ora puntati sul Chongqing Trial. La moglie di Bo, Gu Xialai, a quanto dicono i media di Stato cinesi (gli unici ammessi al processo) avrebbe confessato l’omicidio, aggiungendo di essere stata incapace di intendere e di volere. Sembrerebbe, comunque, che questo intricatissimo caso si stia svolgendo con un copione già scritto. Un eventuale coinvolgimento immediato di Bo nella vicenda, infatti, porterebbe con sé tutta una serie di indagini sul metodo di governo di Chongqing e scoperchierebbe un “vaso di Pandora” fatto di corruzione a tutti i livelli che coinvolgerebbe l’intero partito. Una situazione tutto fuorché desiderabile in un momento di passaggio di consegne del potere e, soprattutto, di enormi tensioni sociali.

Gli ultimi dati sulla crescita del PIL, che segnano un provvisorio rallentamento, sono molto vicini a quella soglia psicologica del 7% al di sotto della quale, secondo alcuni analisti, potrebbe “scoppiare il bubbone” delle tensioni sociali, con conseguenti problemi di ordine pubblico. Un’insieme di concause che rischierebbe di portare il Paese nel caos, se dovessero svilupparsi forti proteste nelle grandi aree urbane paragonabili a quelle di Piazza Tienanmen nel 1989.


Autore: Antonio Mastino

Classe 1983, viene dalla ridente isola di Sardegna. Laureato in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali, ha formato la propria esperienza nell'analisi internazionale al Ce.S.I. - Centro Studi Internazionali, curando in particolar modo gli scenari geopolitici dell'Africa Sub-Sahariana e dell'Estremo Oriente.

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