Media e Olimpiadi, storia contemporanea di epica e risate

di FEDERICA COLONNA – Il gesto atletico, il muscolo guizzante, la posa adamantina. Ma anche la smorfia buffa, l’urlo da Godzilla, il bacio con la fidanzata bionda platinata. Il racconto delle Olimpiadi è una grande rappresentazione dell’umanità, tutta quanta: quella eroica, vincente o perdente che sia, e quella quotidiana.Nei giochi Olimpici, insomma, c’è tutto. Non solo tutte le nazioni, ma tutte le emozioni che può provare un uomo, perché lo sport, è una banalità, ha in sé tutte le caratteristiche del viaggio dell’eroe. C’è l’investitura dell’atleta che deve portare una bandiera, rappresentare la forza di un paese come se fosse in guerra, c’è un obiettivo individuale e appassionante insieme, ci sono gli avversari da sconfiggere, le prove da superare. C’è il pathos del dubbio, l’emozione di un momento. Una gara è fatta dello stesso materiale immaginifico dei romanzi: il protagonista è una sorta di universale umano, in cui per un istante chiunque può riconoscersi.

Accade così, allora, che nella narrazione di conquista e di sconfitta l’eroe vincente è ancor più bello e sfolgorante e buono e invincibile, mentre quello perdente è ancor più misero, come se la sconfitta fosse globale, quasi una punizione morale. Ogni storia diventa esemplare e i protagonisti delle vicende olimpiche incarnano, come quelli dei romanzi, un ideale, un sentimento universale.

È il caso, per esempio, di LeBron James, giocatore del Dream Team americano che durante un’intervista ammette: «A me viene chiesto di vincere sempre. Ma non la vivo come una condanna. È da quando sono ragazzo che da me ci si aspetta sempre e solo vittoria. Per me non ci sono vie d’uscita facili». Ecco il super eroe senza macchia (sconfitta) né paura. Infatti LeBron cita pure Spider Man e ne assume il profilo dall’etica impeccabile e esemplare: «A grandi poteri corrisponde una grande responsabilità. Sono stato anche io bambino –  continua, come se qualcuno potesse avere un dubbio sulle sue caratteristiche fisiche all’atto di nascita – Non vorrei mai deludere un ragazzo che sogna di essere come me.» Chapeau.

Agli antipodi, invece, i giornalisti hanno piazzato Filippo Magnini. Il nuotatore è diventato l’emblema della sconfitta azzurra, ha assunto il ruolo del cattivo tanto che qualcuno vocifera, con un linguaggio banalmente nautico: la storia con Federica Pellegrini non sta più a galla. Dalle stelle alle stalle, e così via pure da Twitter. «C’è troppa gente cattiva», avrebbe detto Magnini e come ogni sconfitto sa (e come cantava Gian Pieretti): «Se sei brutto ti tirano le pietre». Nel romanzone olimpico, però, a riscattare la dignità del nuoto azzurro c’è una semisconosciuta Martina Grimaldi. Per Il Giornale, addirittura, è lei l’anti-Pellegrini. «Ha fede, ma non è Fede», è infatti l’incipit dell’articolo. Perché, è chiaro, ora Federica Pellegrini incarna la delusione, la decadenza, di lei resta un po’ d’amarezza e parecchio gossip alimentato anche da una rediviva Naomi Campbell. «Pensi a nuotare e non a fare la top model», ha commentato la panterona delle passerelle. Dimostrando una certa sapienza comunicativa: quantomeno sa dove, e come, infilarsi.

In mezzo, tra gli eroi tutti d’un pezzo e i perdenti dall’animo altrettanto monolitico, nel racconto manicheo delle Olimpiadi ci sono loro: gli esseri umani. La Rete, infatti, a differenza della stampa, non è solo alla ricerca di storie esemplari o emotivamente degne di essere raccontate. Basta qualche smorfia a rendere un atleta ridicolo, a far ridere, a farlo diventare, quindi, famoso per competenze non propriamente sportive. È il caso di  Marie-Pier Boudreau Gagnon, atleta del nuoto sincronizzato, canadese, la cui espressione è diventata un cult online: la chiamano Godzilla a causa di una smorfia non proprio elegante durante la perfomance in piscina. Oppure di Eliska Klucinova, rea di essersi cambiata la biancheria intima sotto l’occhio indiscreto delle telecamere.

Da un punto di vista comunicativo, insomma, si potrebbero individuare due grandi tipologie di racconto: l’epica delle storie mainstream e l’ironia di quelle il cui successo è legato a una indiscrezione, a una piccolezza di cui ridere. Grandi emozioni e grasse risate insieme. Un’Olimpiade è così: l’Iliade della contemporaneità, dove accanto agli Achille mascolini c’è persino qualche Elena di troppo (fotografata e messa nella colonnina di  destra da Repubblica.it).

 


Autore: Federica Colonna

Nata a Viterbo nel 1979, dopo la maturità classica si laurea in Scienze della Comunicazione e lavora come consulente politico per Running, gruppo Reti. Da libera professionista realizza più di dieci campagne elettorali, tra cui quella per l’attuale sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni. Collabora con "La Lettura" del Corriere della Sera, ha un blog su Il Fatto Quotidiano e uno sull'Unità.

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