– Il colpevole torna sempre sul luogo del delitto e quindi rieccomi a parlare della “ossessione costruttivista delle azioni positive in materia di pari opportunità per svolgere alcune riflessioni di carattere generale, indotte dalle reazioni, molte su social network, alla breve nota  pubblicata qualche giorno fa.Come è facile immaginare, la principale “accusa” che mi è stata rivolta è stata quella di assumere una posizione ideologica in favore delle quote e delle politiche di genere. Ciò mi ha fatto porre il seguente interrogativo: hanno ragione oppure sono gli “accusatori” ad essere mossi da pregiudizio ideologico? E in generale come fare a distinguere una posizione ideologica da una che non lo è? Quest’interrogativo ha anche una valenza più generale, nel momento in cui da più parti si sollecita la creazione di un’offerta politica post-ideologica e pragmatica, che “guardi più a dove vorremo stare domani e non a dove ognuno di noi è stato ieri” (Faraci e Falasca).

La risposta, a mio parere, è la complessità multidirezionale. Chi assume una posizione ideologica su una determinata problematica tende a riproporre sempre le medesime conclusioni, anche a costo di capovolgere le argomentazioni usate, le quali svolgono una funzione strumentale. Viceversa, un’analisi scevra da pregiudizi sarà facilmente riconoscibile, perché non sarà quasi mai unidirezionale, potendo giungere a conclusioni anche significativamente diverse sulla base della specificità della questione in esame.

Per quanto riguarda le quote di genere, ad esempio, non solo non ritengo sia l’unico strumento possibile, ma, anzi, in alcuni casi esso sia addirittura incostituzionale, come nel caso della materia elettorale, oppure, come nel caso delle società private quotate in borsa, essere ammesso soltanto come misura straordinariamente eccezionale e per un tempo predefinito e comunque ridotto, pena la violazione dell’art. 41 Cost. Come si vede, una posizione articolata e complessa, che valuta caso per caso, i principi e le norme in gioco e giunge, a torto o a ragione, a diverse conclusioni.

Quindi nessun preconcetto ideologico a favore delle quote, né contro. Si potranno a questo punto muovere due obiezioni. La prima che il pregiudizio è a monte, cioè nello stesso principio di pari opportunità; la seconda che le azioni positive, e soprattutto le quote, sono un meccanismo comunque distorsivo del merito individuale.

Per quanto riguarda la prima obiezione, le brevi note biografiche evidenziano chiaramente che la mia prospettiva è quella tecnico-giuridica per la quale, quindi, la costituzione vigente è il parametro che determina la legittimità (costituzionale) della legislazione e costituisce la chiave ermeneutica dell’ordinamento. Alla luce di ciò, qualsiasi discorso in materia non può che tener conto della avvenuta costituzionalizzazione del principio di pari opportunità. Naturalmente, da un punto di vista di politica del diritto si può anche contestare questa scelta, ma appunto ci poniamo su un piano valoriale, dove (quasi) qualsiasi opzione è astrattamente possibile. Anche se un’eventuale tesi volta all’espunzione di questo principio dalla costituzione non mi pare potrebbe definirsi di avanguardia, almeno di non voler fare concorrenza alla Tunisia, dove è possibile leggere in un articolo della bozza della nuova Costituzione approvato da una commissione dell’Assemblea costituente tunisina che “La donna è complementare all’uomo”.

Quindi, il favor con cui si guarda al processo di attuazione al principio delle pari opportunità, non è frutto di un pregiudizio ideologico, ma è conseguente al favor nei confronti dello svolgimento del disegno costituzionale, in ossequio al principio di legalità (costituzionale), architrave ancora oggi dello Stato di diritto.

Passiamo alla seconda e più pesante obiezione, cioè che le quote determinerebbero un’inaccettabile compromissione del criterio meritocratico. Qui si richiama il bellissimo articolo di Faraci. La sua argomentazione è chiara e persuasiva, ma manca completamente l’obiettivo. Prima di spiegare il perché, però voglio fare notare la singolarità del classico argomento “meritocratico”: perché togliere un individuo più competente per fare spazio ad una persona meno competente solo perché di sesso diverso (al riguardo, è irrilevante il sesso del sostituto). Questo argomento dà sempre scontato che il sostituto sia meno capace e goda di una situazione di favore in virtù dell’appartenenza al sesso sottorappresentato. Non si pensa mai che magari è il sostituito ad avere goduto dell’appartenenza al sesso sovra rappresentato.

Ma non è questo l’aspetto che ci interessa evidenziare, perché, come dicevamo, si manca completamente l’obiettivo, analizzando il meccanismo delle quote e delle azioni positive su un ambito dove non è destinato ad operare. Infatti, le quote non riguardano quegli incarichi o uffici rientranti nel c.d. circuito tecnico-attitudinale, dove il criterio canonico di ingresso è il concorso (o comunque qualsiasi altra procedura selettiva comparativa), in quanto nel nostro ordinamento non esistono più barriere legali né ostacoli per l’accesso all’istruzione di ogni ordine e grado (è, quindi, sostanzialmente garantita l’eguaglianza dei punti di partenza tra i generi). Nessuno invoca le quote o altre azioni positive per riequilibrare le eventuali asimmetrie di genere nei concorsi per funzionari e dirigenti pubblici, per le varie magistrature, per il notariato, per la carriera prefettizia, per quella diplomatica, universitaria ecc. o negli esami di abilitazione alle professioni liberali.

E’ di palmare evidenza che in tutti questi casi conta esclusivamente il merito individuale! Tra l’altro, in alcune di queste prestigiose carriere, come la magistratura si riscontra un’elevata presenza femminile, che dimostra, ammesso ve ne fosse bisogno, che la loro scarsa presenza in altri ambiti, dove il criterio di accesso è di tipo “fiduciario”, è espressione di un corporativismo di genere.

Infatti, l’apparato pubblico non è composto soltanto dal circuito tecnico-attitudinale, ma anche da quello democratico – partecipativo (da intendersi in questa sede in accezione larga, comprensiva anche delle società partecipate). In quest’ambito, la nomina non corrisponde ad una valutazione di tipo tecnico-attitudinale, ma, appunto, ad una logica fiduciaria.

Al riguardo, è possibile anche ridurre significativamente l’ambito di estensione di questo settore, ad esempio con estese attività di privatizzazione o l’introduzione di meccanismi di selezione attitudinale per le nomine, ma ciò non muta i termini del problema ovvero che nell’ambito del circuito politico – partecipativo deve essere data attuazione al principio di pari opportunità per una ragione che l’argomento “meritocratico” omette colpevolmente, cioè che nel predetto circuito, il perseguimento dell’interesse generale non è garantito dal semplice possesso di specifiche competenze tecniche, ma richiede qualcos’altro.

Infatti, “soltanto l’equilibrata rappresentanza di entrambi i sessi in seno agli organi amministrativi, specie se di vertice e di spiccata caratterizzazione politica, garantisce l’acquisizione al modus operandi dell’ente, e quindi alla sua concreta azione amministrativa, di tutto quel patrimonio, umano, culturale, sociale, di sensibilità e di professionalità, che assume una articolata e diversificata dimensione in ragione proprio della diversità del genere. (…) Organi squilibrati nella rappresentanza di genere, in altre parole, oltre ad evidenziare un deficit di rappresentanza democratica dell’articolata composizione del tessuto sociale e del corpo elettorale (il che risulta persino più grave in organi i cui componenti non siano eletti direttamente, ma nominati), risultano anche potenzialmente carenti sul piano della funzionalità, perché sprovvisti dell’apporto collaborativo del genere non adeguatamente rappresentato”. In altri termini, l’obiettivo funzionale dell’equilibrio di genere, (…), si colora sempre più di una ulteriore e nuova caratterizzazione teleologica, connessa all’acquisita consapevolezza della strumentalità della equilibrata rappresentanza dei generi, nella composizione di tali organismi, rispetto ai fini del buon andamento e dell’imparzialità dell’azione amministrativa”. (Tar  Roma, Sentenza n. 6673/2011).

Ecco perché un’offerta politica pragmatica che voglia perseguire l’obiettivo strategico di liberare il forte potenziale del capitale umano dovrebbe tendere a rimuovere qualsiasi tipo di rendita o incrostazione corporativa, anche quella di genere, se necessario anche col ricorso alle azioni positive, senza timore di infrangere il falso mito ottocentesco della neutralità dell’intervento normativo e il tabù dell’uguaglianza sostanziale, anche perché, ed è questa è la singolarità con cui intendo concludere, le azioni positive non sono il frutto dell’elaborazione teorica del dirigismo sovietico, ma l’espressione del sano pragmatismo anglosassone.