Il carcere negli USA, molto diverso dalle galere italiane

– Apriamo le porte del carcere della Contea di Montgomery (Texas).
Mattina presto, ma in sala d’attesa già c’è gente. Sono avvocati frenetici e parenti dei detenuti.

Si respira aria di pena, dignità e speranza in quello stanzone luminoso e modernamente arredato.
L’ingresso non sembra nemmeno una galera, ma è già tempo di spostarsi nella stanza dei colloqui.

Il nostro assistito è un signore sulla settantina condannato per stupro, lo studio legale ne cura l’appello e la fase dell’esecuzione della pena.
Siede di fronte a noi separato dalle grate. Ci sente male, indossa la tuta a righe bianche e nere dei detenuti, è malato di cancro. L’avvocato chiederà il trasferimento in ospedale per eseguire le cure e forse per trascorrere gli ultimi mesi di una vita rovinata.

Salutiamo ed usciamo dalla postazione per il colloquio. Ci allontaniamo momentaneamente da quei muri che trasudano aria gelida.
All’uscita siamo fortunati: incontriamo lo sceriffo che si dice onorato di poter mostrare ad uno studente italiano come  funziona il luogo dove svolge il suo lavoro. Iniziamo il tour.

Alla registrazione troviamo i nuovi arrivati. Si sente il tintinnio delle manette. Vengono portati ammanettati mani e piedi. Dopo averli registrati e trovato il braccio del carcere adeguato vengono liberati e condotti in cella. Tutte le cellule  sono singole, con scrivania, servizi e doccia personali.

Parliamo di un carcere con 2mila detenuti, in Italia ce ne sono anche 5 o 6 per cella. Il carcere è diviso in diverse aree dove i detenuti vengono smistati a seconda della tipologia del reato contestato loro o secondo i reati per i quali sono stati condannati.

I definitivi lavorano e studiano. Ci passeggiamo in mezzo scortati dallo sceriffo ed un giovane sergente. Leggono  libri, mettono in ordine, puliscono, lavano. Così partecipano al funzionamento quotidiano dell’istituto carcerario.

Tutti, rigorosamente, indossano la tuta a righe. Il colore delle righe varia a seconda del ramo a cui sono assegnati. Sono bianchi, neri, ispanici, asiatici e sono dentro per reati di ogni genere: dall’omicidio plurimo all’immigrazione clandestina allo spaccio di droga, fino alla guida in stato di ebbrezza.

In Texas è piuttosto facile farsi qualche giorno di galera, tuttavia il ricambio è continuo dato che molti convertono la  misura cautelare carceraria con il pagamento della cauzione. In Italia questo non è permesso, e per quanto riguarda la popolazione carceraria il dato è contrario: da noi la maggior parte dei carcerati è ancora in attesa di giudizio ed il carcere preventivo non si può sostituire con misure alternative a meno che non lo decida il giudice a seguito di ricorso della difesa.

Alcuni ci guardano dalle celle incuriositi, altri dai vetri delle aree comuni loro riservate. Tutto è trasparente, la privacy è un lusso non concesso. Tuttavia sono molteplici gli spazi per i detenuti: dalla mensa alla sala tv, dal campo da basket alla  biblioteca fino alla stanza comune per le terapie da alcool o stupefacenti. Il sistema è premiale per i definitivi, si accede cioè a queste aree con frequenza maggiore o minore a seconda della condotta.

Molti di loro camminano liberi vicino a noi, l’unica regola sono le mani dietro la schiena, nessuno urla né ci rivolge  parola, al massimo qualche occhiata. Complessivamente l’ambiente sembra pulito, silenzioso e tranquillo. Molto lontano dai racconti del terrore delle galere italiane.
Per i reati minori c’è anche un’aula di tribunale interna per giudicare gli arrestati in maniera più veloce e sicura.

Se il livello di civiltà di un popolo si desume dallo stato delle sue carceri, allora il Texas è molto avanti e l’Italia troppo indietro. Poi è vero, è chiaro, qui c’è ancora la pena di morte, ma questo è un altro discorso, che meriterà un approfondimento a parte.

Usciamo dalla porta automatica dipinta di rosso dalla quale siamo entrati. Restano molte considerazioni e quegli sguardi addosso di uomini con tute a righe tutte uguali. In fin dei conti il carcere è luogo di penitenza e recupero, ma anche di sofferenza. Sempre.

Per questo ci si dovrebbe restare e andare il meno possibile. Soprattutto quando si attende il giudizio e qualora certi  reati possano essere puniti con altre misure. Per ogni Stato che voglia dirsi “di diritto” il carcere dovrebbe essere misura estrema, perché è estremo il supplizio per chi perde la propria libertà. Civiltà sarebbe poi mantenere in buone condizioni le strutture e non de-umanizzare i reclusi.

La strada da fare, per l’Italia, è ancora molta, ma il tempo è poco per chi sconta una pena nel sovraffollamento e nel degrado.


Autore: Lorenzo Castellani

Studia Giurisprudenza alla Luiss Guido Carli di Roma. Appassionato di diritto, politica e giornalismo. Ha diretto un giornale universitario e fondato il network studentesco LUISS APP, è promotore dell'associazione ZeroPositivo. Liberale e liberista, sogna un’Italia dinamica, aperta e competitiva. Tw:@LorenzoCast89

4 Responses to “Il carcere negli USA, molto diverso dalle galere italiane”

  1. In cerca di un'alternativa scrive:

    Concordo in pieno sul succo dell’articolo, un po’ meno sulla forma.

    Giusto calcare la mano sull’utilizzio fantasioso del carcere preventivo con conseguenze liberticide annessem, ma io avrei insistito di più su un altro argomento che traspare dalle tue righe, diametralmente opposto: l’elevare le coscienze individuali al ruolo che compete loro. Quando si è colpevoli si è colpevoli, punto.

    Quando si è coscienti di essere colpevoli, non si cerca disperatamente un cavillo per sfuggire alla GIUSTA condanna, ma ci si va incontro serenamente, al limite chiedendo le attenuanti. (La scarsa fiducia nel sistema giudiziario è un argomento a parte – che verrebbe comunque a valle di questo, a mio avviso).

    Altrimenti mi suona ipocrita la frase “Per ogni Stato che voglia dirsi “di diritto” il carcere dovrebbe essere misura estrema, perché è estremo il supplizio per chi perde la propria libertà”.
    Libertà vuol dire responsabilità, a maggior ragione se si è fautori di una società in cui il ruolo dello stato è secondario rispetto alle associazioni private.

    Se vengono a mancare nell’individuo il senso di responsabilità e di solidarietà sociale, non è di libertà che stiamo parlando, ma di anarchia nel senso più dispregiativo del termine, che è un po’ quello che è successo in Italia, dove questa mancanza è a livelli imbarazzanti a tutti i livelli (e non solo tra le persone di potere come a molti fa comodo pensare); l’individualismo tanto caro ai liberali (me compreso) si è nemmeno troppo nascostamente trasformato in egocentrismo di bassa lega: “Io sono io e voi non siete un cazzo”, altro che “La legge è uguale per tutti”. Ragionamento che ha sbriciolato il rispetto collettivo per qualsiasi forma di autorità costituita: forze dell’ordine, giudici e magistrati, controllori e via dicendo.

    Una menzione particolare va per insegnanti e professori, che si trovano spesso costretti a soccombere loro malgrado alle bizze (spesso violente) di genitori che difendono a prescindere i loro figli ignoranti, senza avere nessuna protezione alle spalle. A loro tutta la mia solidarietà.
    (I professori incapaci sono un discorso a parte, che esula dall’argomento principale trattato qui)

    Riassumendo, è vero sì che il sistema fa acqua da tutte le parti, ma è utopistico sperare in un cambiamento ex manu deo; poniamo l’individuo al centro anche quando si tratta di dover fare sacrifici, solo così (o con le armi) possiamo sperare in un futuro migliore.

    Mi piacerebbe sapere il tuo punto di vista, e quello degli altri lettori, sull’argomento.

    PS: Sono curioso di sapere cosa ne pensi sulla pena di morte, aspetto un aggiornamento a riguardo :)

  2. Lorenzo Castellani scrive:

    Riguardo l’assunzione di responsabilita’ puoi trovare la risposta nell’articolo precedente quando parlo dei principi che reggono i principi del processo americano. Sul carcere credo semplicemente che per alcuni tipi di reati non sia la pena piu’ utile in termini preventivi/rieducativi. E che essendo quelle del processo se,pre verita’ relative dovrebbe essere trattato con molta cautela da legislatore e giudici.In alcune fattispecie di reato sarebbe molto meglio ricorrere a sanzioni interdittive e amministrative pesanti piuttosto che sbattere gente dietro le sbarre. Spero di essere stato chiaro. A presto!

  3. In cerca di un'alternativa scrive:

    Charissimo! Mea culpa, non avevo collegato i due articoli.. vedo che siamo abbastanza in sintonia sulle considerazioni :)

    Per quanto riguarda il carcere preventivo, ammetto di essere piuttosto ignorante in materia: quali sono le fattispecie di reato per i quali è previsto e secondo te è eccessivo?

  4. methodologos scrive:

    Questo articolo ( articolo?) fornisce un interessante esempio di come non visitare un carcere. Si va con il cervello spento ma con il breviario liberale/liberista in mano, si vede soltanto quello che viene indicato e non quello che c’è attorno, si racconta la propria esperienza con i toni di Alice nel Mondo delle Meraviglie, ci si ferma alla superficie delle cose e se ne traggono conclusioni generali che confermano i propri apriori. In sostanza un consiglio: sveglia, Lorenzo, sveglia. Il tuo sistema di riferimenti ideologico può essere il migliore al mondo ma tu cerca di uscire dal rassicurante torpore del viaggio in America ( Texas) con carta di credito in tasca. Insomma, fatti domande, poni a te stesso problemi, non trovar subito soluzioni in quello che ti viene venduto, assumi un atteggiamento critico. Se vuoi parlare seriamente del sistema penitenziario statunitense, dai un’occhiata al documentario “Prison Valley” su Youtube e non limitarti ai calepini della Luiss.

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