di COSTANTINO DE BLASI – Mentre ci si avvicina a lunghi passi verso la fine della legislatura e, con la stessa velocità, si deteriora il quadro economico italiano – con la contrazione del PIL che nel secondo trimestre accelera a -2,5% – è opportuno stilare un elenco di cose urgenti da fare. L’elenco rappresenterà la sfida per chi a novembre, o al più tardi nella primavera prossima, sarà chiamato a formare il futuro governo.

Poiché la drammaticità delmomento è racchiusa nei numeri di finanza pubblica, è possibile elaborare un modello estraneo a ideologie e convenienze partigiane.

L’indagine sui principali elementi macroeconomici ci dice che:

–          il rapporto debito/PIL si attesterà a fine anno fra il 123,5 e il 125%;

–          la spesa pubblica corrisponde a 810 miliardi di euro, il 52% del prodotto interno lordo;

–          la spesa corrente per stipendi supera di poco i 170 miliardi, quella per pensioni i 226, quella per investimenti 65, quella per acquisti intermedi 145 miliardi;

–          la spesa per interessi è tutto sommato ancora contenuta, condizionata positivamente da un rendimento medio ponderato di poco superiore al 4%;

–          nei prossimi 2 anni vanno in scadenza, e quindi sono da rifinanziare, circa 400 miliardi di titoli di stato;

–          la pressione fiscale è al record storico del 45,2% (quella reale al 55,5%);

–          attraverso la firma del fiscal compact l’Italia si è impegnata a ridurre il rapporto debito pil al 60%, nella misura di 1/20 l’anno.

Analizzando freddamente i numeri emerge che il rapporto spese su PIL è superiore di oltre 5 punti rispetto alla media europea e la pressione fiscale complessiva reale è la più alta del mondo. Poiché è generalmente accettato in dottrina che entrambi gli elementi rappresentano fattori recessivi, è su questi che bisogna agire.

Nel 2010 l’attuale ministro Giarda elaborò un rapporto approfondito sulla spesa pubblica. Fra i dati di maggior interesse emergeva una non omogenea spesa per acquisti e servizi. Il delta fra il bene acquistato da un dato ufficio della pubblica amministrazione e un altro raggiunge punte del 500%. Razionalizzando e uniformando i centri di acquisti, secondo la disciplina dei costi standard, o meglio ancora del best price, il risparmio di spesa corrente potrebbe essere nell’ordine dei 15/20 miliardi annui.

I 3.700.000 dipendenti pubblici sono, specie in alcune regioni, un altro elemento su cui incidere per ridurre la spesa. Il decreto sulla spending review punta ad una riduzione generalizzata del 10% della forza lavoro.

Nei siti dei due principali partiti (PD e PDL) non si fa alcun cenno alla spesa pubblica. Per il Partito Democratico, il responsabile economico Fassina parla apertamente di rilancio della spesa in conto capitale, di project bonds e di finanziamenti alle imprese da parte degli enti locali. Naturalmente il volume di questi interventi di stampo keynesiano non viene indicato, ma il fatto stesso che la via per il rilancio dell’economia passi attraverso la finanza pubblica boccheggiante di questi anni, in assenza della possibilità di regolare la politica monetaria per i noti vincoli europei, rende a dir poco fantasiosa la proposta Fassina.

In un passato neanche tanto remoto, svalutare la moneta per poter finanziare la spesa era pratica diffusa. Il costo di questa scelta è stato scaricato sulle generazioni future. Questa generazione, la nostra, è la prima a pagare.

Sul fronte PDL viene finalmente affrontato il nodo dell’abbattimento dello stock di debito. Lo si fa, è vero, sbagliando i conti (15/20 miliardi l’anno per 5 anni non dà somma 400) ma almeno l’approccio indica una nuova sensibilità verso il problema. La riduzione del debito, si dice, sarà utilizzata per ridurre le imposte, a cominciare dall’IMU. L’imposta municipale sugli immobili vale a regime 20/21 miliardi. Se non è compensata da una contemporanea riduzione della spesa rischia di fare la fine dell’ICI, abolita per ragioni elettorali e poi rapidamente reintrodotta per ragioni di cassa. Di riduzione della spesa, ovviamente, nessuna traccia.

L’andamento altalenante degli spread, ovvero degli interessi sul debito, riflette i timori di una non sostenibilità dei conti pubblici nel lungo periodo. Fiscal compact e ESM sono elementi che consentono di prendere tempo rispetto a scadenze accettate e firmate in passato, ma non onorate. Per poter ancora occupare un ruolo di primo piano nell’economia mondiale ed europea è necessario rimettere i conti in ordine.

Ridurre il debito in valore assoluto è possibile attraverso serie e massicce dismissioni del patrimonio pubblico sottoutilizzato. Tagliare la spesa pubblica di 5/6 punti di PIL attraverso la revisione e la razionalizzazione dei principali capitoli è possibile e, dati gli sprechi diffusi, neanche troppo difficile. Riportare la pressione fiscale complessiva (imposte dirette e indirette, bolli e accise, ruoli) sotto la soglia del 40% consentirebbe di dare ossigeno ai fattori produttivi del Paese e far ripartire consumi interni e crescita, agendo così sul denominatore del prodotto interno lordo.

Se tutto questo sarà fatto, in modo organico, interconnesso e con visione di lungo periodo, la crisi sarà superata, forse definitivamente.

C’è una forza politica che mette nella propria offerta questi temi? Secondo chi scrive sì. Questione oramai di poche settimane.