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Il cloud computing è orribile. O no?

– «Il cloud è orribile», parola si Steve Wozniak, ingegnere informatico, cofondatore della Apple con Steve Jobs e Ronald Wayne. «Ci saranno –  continua il creatore di Apple II – un sacco di problemi nei prossimi cinque anni», legati soprattutto, come scrive Alfonso Maruccia su Punto-informatico.it, alla perdita del senso di possesso.

«Con la nuvola non possiedi più nulla. Se accetti le condizioni di utilizzo i tuoi dati diventano proprietà di altri. Io voglio avere la sensazione di possedere davvero le mie cose – ha spiegato Wozniak – Parecchie persone sentono di possedere tutto nel proprio computer, ma io dico: più cose trasferiamo nel web, nel cloud, meno controllo abbiamo» Ecco l’inganno della nuvola, la conseguenza paradossale del cloud computing: nella convinzione di avere e gestire tutto ovunque, grazie alla possibilità di delocalizzare le memorie e di immagazzinare i propri dati nei server, l’individuo cede il controllo delle informazioni ad altri. E le sposta in uno spazio non del tutto sicuro rispetto all’accesso di hacker, come dimostra il recente furto di informazioni su iCloud avvenuto ai danni di Mat Honan, reporter di Wired, il cui profilo è stato violato. La conseguenza? Iphone, iPad e MacBook inaccessibili. Dati personali e profili cancellati.

La Apple non deve aver apprezzato l’intervento di Wozniak, tanto più per il luogo in cui è avvenuto: durante The Agony and The Extasy of Steve Jobs, monologo teatrale di Mike Dasey in cui l’autore critica l’operato dell’azienda di Cupertino, soprattutto rispetto alle condizioni del lavoro dei dipendenti di alcune compagnie legate alla casa madre, Foxconn su tutte. Ma il tema sollevato da Wozniak non può essere ridotto a un mero dibattito aziendale né tanto meno a una questione limitata all’uso di una, e una sola, specifica tecnica. La portata delle sue considerazioni è più ampia e riguarda principalmente due temi: la consapevolezza degli individui nell’uso della tecnologia e nella gestione della propria identità “virtuale”.

Relazionarsi con il nuovo, infatti, implica un livello di conoscenza e di consapevolezza che, rispetto alle più attuali innovazioni, l’utente medio non sempre può possedere. Rispetto all’evoluzione più recente l’individuo, di conseguenza, rischia di perdere il controllo sul proprio io come insieme di fisico, psiche e informazioni collegate alla persona. Lo sviluppo tecnologico, in un certo senso, procede più veloce della formazione di una coscienza collettiva adeguata a rispondere ai temi che la tecnologia pone. Volendo azzardare è un po’ come se ci avvicinassimo sempre più alla singolarità immaginata da Ray Kurzweil: il momento in cui il processo tecnologico è così sviluppato da superare la capacità di comprensione e di previsione delle persone.

Stavolta, però, una soluzione pare esserci, ed è quella immaginata da Joe McKendrick e descritta da Panorama: considerare le aziende di cloud computing come banche, da conoscere, studiare, di cui fidarsi. Nella speranza che non diventino, però, le protagoniste della prossima, grande, crisi globale.

 


Autore: Federica Colonna

Nata a Viterbo nel 1979, dopo la maturità classica si laurea in Scienze della Comunicazione e lavora come consulente politico per Running, gruppo Reti. Da libera professionista realizza più di dieci campagne elettorali, tra cui quella per l’attuale sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni. Collabora con "La Lettura" del Corriere della Sera, ha un blog su Il Fatto Quotidiano e uno sull'Unità.

5 Responses to “Il cloud computing è orribile. O no?”

  1. Pippolo scrive:

    Sono d’accordo con il parallelo con le banche, ma sono più ottimista in quanto a differenze di quest’ultime, le aziende che offrono cloud computing lavorano in regime di concorrenza e nel libero mercato, quindi hanno motivi sufficienti per comportarsi bene. Le banche essendo organismi che vivono sotto la tutela dello stato e grazie ai privilegi concessi, non hanno alcun incentivo a comportarsi bene.
    In sostanza la crisi del sistema bancario era inevitabile, quella del cloud computing ancora no…. almeno fino a quando gli stati non decideranno di regolamentarlo.

  2. luigi zoppoli scrive:

    Francamente trovo eccessiva la perplessità di Wozniak e d’altronde, scegliere o meno di utilizzare il cloud rimane pur sempre la risultante di una analisi tra costi e benefici. La mia opinione è che prevalgano largamente i benefici. In ogni caso, con le carte elettroniche, (cata di identità, patente, tessera sanitaria, carta di credito e così via) presentano il medmesimo problema che tutto sommato, era e rimane gestibile. Viva il cloud.

  3. Andrea De Pisis scrive:

    Il paragone con le banche è perfetto.
    Nel senso che sono ben consapevole che “avere” soldi sul c/c significa averli imprestati ( = ceduto la proprietà) alla banca, assumendosi il conseguente rischio.

  4. pippo scrive:

    Se sviluppo un verticale posso acquisire contratti da più clienti e offrire anche il servizio di hosting. Si semplifica la gestione degli aggiornamenti e il cliente deve avere solo un browser.

    Ma se offro il solo servizio di hosting in pratica “rubo” il software e le conoscenze strategiche ai clienti potendo rivendere il servizio ad altri. Attenzione quindi clienti a non farvi “rubare” le informazioni preziose. Non tutto può andare sulla nuvola ovvero la nuvola realizzatela nei confronti delle vostre sedi o affiliati in proprio.

    I soldi posso spostarli di banca ma le informazioni rimangono su tutti i fornitori di cloud in cui sposto i miei dati e applicazioni.

  5. Marcol scrive:

    In Italia il problema è a monte: non c’è la banda larga! La privatizzazione dei servizi telefonici a rete ha solo arrichito pochi e spinto ancora più indietro il paese. Sarebbe ora di aprire un dibattito su questo anche tra i Liberali.
    Grazie

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