Schwazer è colpevole, i suoi “superiori” non sono innocenti

di CARMELO PALMA – Come spesso accade in Italia, per la speciale inclinazione degli italiani a guardare ciò che c’è dietro per non vedere quel che c’è davanti, anche nello scandalo Schwazer la gara è a scoprire la “verità giudiziaria”, precorrendo le sentenze delle tante giustizie sportive e ordinarie che si aggroviglieranno intorno al caso e a occultare la “verità politica” di una vicenda a suo modo esemplare, anche nell’epilogo.

La confessione di Schwazer è stata drammatica e non necessariamente sincera. Probabilmente Schwazer ha detto la verità, ma non l’ha detta tutta e forse non ha detto solo quella. E’ possibile che per suffragare la verità che più gli stava a cuore – di non poterne più della marcia e del talento che lo imprigionava nel ruolo insostenibile di vincitore annunciato – abbia aggiustato una storia meno romanzesca e solitaria di come è uscita dal suo racconto. Si è difeso senza difese, come uno che non vuole che lo si assolva o comprenda, ma più semplicemente che gli si creda e per farlo ha raccontato verità talmente incredibili, che potrebbero perfino essere vere.

Il suo viaggio in Turchia, ad esempio, è una “verità” così perigliosa e inutile che, se non fosse stata vera, non c’era in teoria ragione di raccontarla. Schwazer potrà solo dimostrare di essere andato lì e non avrà dimostrato nulla. Ma quel viaggio inventato, se si rivelasse tale, potrebbe essere una balla utilissima a chi non si accontenta della sua resa e pretende come pegno dell’indulgenza una, due, dieci chiamate di correo: non il pentimento, insomma, ma il pentitismo.

La verità giudiziaria arriverà alla fine, se arriverà. La morale della vicenda invece è già arrivata. Schwazer si è liberato della propria questione privata consegnandosi alla gogna pubblica. L’EPO non gli è servito a vincere, ma a perdere, a oggettivare la vergogna che lo perseguitava e a portare il suo senso di colpa a un’effettiva e liberatoria colpevolezza. Un esito forse non voluto, ma “scientificamente” cercato.

Forse invece le peripezie su e giù per l’Europa a farsi di EPO a un mese dalle Olimpiadi e a sprofondare nella tragedia e nel ridicolo dell’autodissoluzione e del doping fai-da-te si scopriranno essere l’ennesima pietosa bugia e saranno rivelati i segreti di un “professionista”, che dissimulava nella fragilità l’abitudine alla frode (pensiamo di no e sinceramente lo speriamo). In ogni caso, ora, il caso Schwazer non riguarda più Schwazer. Lui si è liberato della marcia, ma la marcia italiana non si è liberata di lui. Non c’è bisogno del processo per prenderne atto. La sentenza che riguarda i suoi allenatori e “guardiani” e molti dei suoi attuali inquisitori può già essere pronunciata.

Nella migliore delle ipotesi (che è quella raccontata dall’interessato) Schwazer, uno degli atleti italiani più rappresentativi, un mese prima delle Olimpiadi è scomparso dai radar della Fidal e del Coni ed è andato a doparsi da solo in giro per l’Europa. Ha accusato problemi fisici inventati, si è rifugiato dalla mamma e dalla fidanzata, è andato a Innsbruck in Austria (o forse no e far cosa chissà), ha tenuto l’Epo nel frigo della cucina e se l’è iniettato nel cesso di casa… Nella peggiore delle ipotesi invece (quella che emergerebbe dalle carte delle procure, puntualmente saltate fuori al momento “giusto”) da due anni magistrati e finanzieri stavano sulle piste di Schwazer e invitavano la Wada a intrappolarlo, ma intanto intorno a Schwazer (dal suo allenatore in su o in giù, a seconda dei punti di vista) nessuno sapeva o capiva né voleva farlo.

Questo caso, in entrambe le ipotesi, non è il fallimento morale di un atleta, ma la bancarotta politica di un sistema. L’intransigenza antidoping di cui il Coni e la Fidal menano vanto non significa niente se non esistono protocolli severi e intelligenti per la gestione dei casi “sensibili” nell’imminenza delle prove olimpiche. Ora tutti sembrano sapere tutto e averlo saputo da sempre. Dei contatti pericolosi di Schwazer con il famigerato dottor Ferrari, dell’attenzione che la procura antidoping e quella ordinaria riservava ai movimenti del marciatore di Vipiteno, della trappola che stava per scattare contro il reprobo dell’atletica italiana… ma fino a pochi giorni fa, le uniche cose che si vedevano e si sentivano erano le coperture alle indisposizioni tattiche di uno Schwazer ufficialmente “raffreddato”.

Il padre di Schwarzer ha fatto pubblicamente ammenda per non avere capito quale voragine di angoscia autodistruttiva stesse inghiottendo il figlio. Ed è l’unico di tutti i suoi “superiori” ad avere mostrato il senso non solo della misericordia, ma della responsabilità.


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

One Response to “Schwazer è colpevole, i suoi “superiori” non sono innocenti”

  1. Matteo scrive:

    http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-08-14/schwazer-passaporto-conferma-viaggio-121441.shtml?uuid=Ab2BxMOG

    TOMBOLA!

    Che figura. Era tutto vero. Il viaggio, il periodo e la durata.
    E adesso? Quale altra “balla” immaginiamo? Ah, ce ne sono migliaia. È andato in Turchia come turista del sesso. O qualcosa del genere.

    Ecco che cosa succede a supporre sempre la malafede degli altri. C’è il rischio di imbattersi in una persona pulita, e dico pulita, e di vedere smascherata la propria. Perché chi è sempre pronto a dubitare lo fa tipicamente per proiezione, vedendosi al posto dell’altro ma immaginando ciò che avrebbe fatto lui: raccontare balle. E perché se uno ha la menzogna nel DNA non è capace non dico di capire, ma neanche lontanamente di accostarsi a un ragazzo la cui trasparenza è tale da renderlo indifeso, nella sua irrimediabile dolcezza, nei confronti di tutti. Ma per fortuna non nei confronti dei malfidati laureati.

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