– Da un bel po’ di tempo gira sulle reti televisive questo spot di comunicazione pubblica:
una donna molto bella, giovane, con ricco taglio da hair stylist, aria alto borghese, stile come vorrebbero essere, ma non lo sono, tutte le lettrici di Vanity Fair e degli inserti “donna” del sabato del Corriere e de La Repubblica. Un salotto di gran classe, un divano da settemila euro e lampade e mobili da storia del design. Cellulare e tecnologie fighissime che squillano in continuazione. E poi, una voce con tono e modalità da spot reclame di charme, da profumo di costo.

Questa voce racconta le pene che la donna è costretta a subire. Questa bella donna con abito costosissimo di gran taglio ed accessori da boutique upper class ad un bel momento non si ritrova più, solo e semplicemente, nel suo salotto tutto sui toni del nero, ma si ritrova in una gabbia da uccello stile Titti e Gatto Silvestro della Warner Bros. Ma questa gabbia, comunque, è in fighissimo post modern style, con le sbarre in lucentissimo alluminio, da luminescente interior design.
Bene.
A questo punto la donna è fuori dalla gabbia. Il suo viso bello assai, ha un sorriso della serie ce l’ho solo io, e sono pure stronza e so di esserlo – e finalmente solita voce Dior/Armani spiega che lo stalking è un reato, e che denunciandolo se ne può uscire.
E questa è una buona cosa.

Cosa sia lo stalking lo sappiamo tutti, ma chissà se è vero. Molti, mio cugino compreso, lo confondono col mobbing, altri (deformando il titolo) con un gran film di un regista russo, ed altri ancora ne fanno un sinonimo di violenza tout court.
Ma cosa vuol dire stalking? Di seguito mettiamo la definizione che di esso viene data sul sito dell’arma dei Carabinieri:

“Gli “atti persecutori”, indicati gergalmente con la parola anglosassone stalking (letteralmente significa “fare la posta”), in termini psicologici sono un complesso fenomeno relazionale, indicato anche come “sindrome del molestatore assillante” e, seppur articolato in una moltitudine di dettagli, è tuttavia possibile descriverne i contorni generali.
I protagonisti principali sono: il “persecutore” o molestatore assillante (l’attore) – e la vittima.
La relazione “forzata” e controllante che si stabilisce tra i due finisce per condizionare il normale svolgimento della vita quotidiana della seconda, provocando un continuo stato di ansia e paura. La paura e la preoccupazione risultano, quindi, elementi fondanti e imprescindibili della “sindrome del molestatore assillante” per configurarla concretamente e darne la connotazione soggettiva che gli è propria.
I comportamenti persecutori sono definiti come “un insieme di condotte vessatorie, sotto forma di minaccia, molestia, atti lesivi continuati che inducono nella persona che le subisce un disagio psichico e fisico e un ragionevole senso di timore”.
Quindi, non sono tanto le singole condotte ad essere considerate persecutorie, ma piuttosto è la modalità ripetuta nel tempo, contro la volontà della vittima, che riassume in sé il principale significato delle condotte persecutorie.
Lo stalking può presentare una durata variabile, da un paio di mesi fino a coprire un periodo lungo anche anni.”

In Italia, da un po’, lo stalking ha una legge che lo condanna. Finalmente la vittima può opporsi e farla pagare al persecutore. Il nuovo reato di stalking prevede pene da da sei mesi a 4 anni – ma la pena aumenta in caso di recidiva, o se a subire è un minore – o se il persecutore reiteratamente molesta o minaccia infliggendo alla vittima “una sofferenza psichica” ovvero determini “un fondato timore” per la sicurezza (propria o di persona vicina) o comunque pregiudichi in modo “apprezzabile” le sue abitudini di vita. In via generale è richiesta la querela, ma si procede d’ufficio se le minacce sono gravi.

Tutto a posto, e in modo ottimale. In Italia c’è una buona legge ed uno spot televisivo, realizzato tempo fa (e non so se finanziato da un ministero o dalla Presidenza del Consiglio, o da chi altri) che continua, meritoriamente, a spingere le italiane e gli italiani vittime di stalking a denunciare, ed a liberarsi da questo incubo.

Ma c’è qualcosa che non quadra. Il problema è che chi si occupa di comunicazione (sia a livello di committenza, sia di realizzazione) spesso di comunicazione poco ne capisce e ne intende. Spesso si confonde il tema con l’argomento. Lo spot che sopra vi abbiamo descritto come argomento ha quello dello stalking, ma il suo tema – involontariamente, e questa è la cosa più grave – finisce per essere quello della bellezza, della ricchezza, e dell’emancipazione sociale.

In questo spot tutto è figo: la donna, i mobili, il trucco e parrucco, la voce, la stronzaggine dell’espressione della protagonista, persino il colore del suo vestito e la gabbia di Titti. Lo spot è, come si suol dire in gergo, “leccato”, ossia leziosamente estetizzante. Il tema subconscio dello spot/testo è la bellezza, il fascino, in poche parole l’edonismo.

Ecco qual è il problema. Quello dell’identificazione al tema. Molti spettatori, inconsciamente, reagiranno in questo modo: “ma allora, per subire lo stalkingma allora solo le stragnocche, con casa da rivista, e tutto glamour, e occhi da aperitivo da quartiere alto… ma allora sono solo loro a subire lo stalking”.

E già, in questo spot stalking è una parola che sta al paro con trendy, smart, cool. Sembrerebbe quasi che se sei figa ti fanno stalking, se invece sei normale bruttina brutta o cozza sei semplicemente molestata. E allora inconsciamente si produce questo immaginario sociale: “io sono una donna… io appartengo alle donne reali, quelle che non hanno niente a che fare coi neologismi alla moda, quelle che non vivono sulle copertine delle riviste patinate, quelle che si fanno il mazzo e non hanno il tempo e i soldi per andare dal parrucchiere da 300 a taglio, quelle che non si fanno la ceretta araba con le palle di miele ma usano il rasoio. Ma allora che bello sarebbe…. se anch’io potessi esser lì in quello spot … nella gabbia di Titti. E se poi mi fanno stalking… beh… comunque starei meglio di come sto, vorrebbe dire che sono una donna arrivata”.

In poche parole, comunicare è una cosa complessa. Bisogna fare attenzione, molta, soprattutto quando la comunicazione riguarda la dignità e l’etica di una società. Spesso il politicamente corretto se mal prodotto finisce per essere una comunicazione razzista.