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Asse Iran-Siria, è l’inizio della fine?

– Mentre ricomincia, con estrema violenza, la battaglia per il controllo di Aleppo, Said Jalili, il consigliere dell’ayatollah Alì Khamenei spiega al dittatore siriano Bashar al Assad quale sia il vero significato del conflitto:Non è una questione interna, ma una lotta tra l’asse della resistenza (anti-israeliana, ndr) e i nemici di questo asse”. L’Iran, ha aggiunto, “non permetterà in alcun modo che l’asse della resistenza venga rotto” e la Siria ne è “un perno essenziale”.

Giusto per essere chiaro, Jalili, prima di giungere a Damasco, si è incontrato con il leader del movimento terrorista Hezbollah, Hassan Nasrallah. E, contemporaneamente alla visita dell’inviato iraniano a Damasco, il presidente di Teheran, Mahmoud Ahmadinejad, annunciava una prossima conferenza internazionale sulla Siria, per riunire i rappresentanti di Paesi che hanno “una posizione realistica” (leggasi: filo-Assad) sul conflitto civile.

Gli iraniani hanno, attualmente, anche un interesse immediato: la liberazione di 45 pellegrini catturati dai ribelli a Damasco e sopravvissuti alla battaglia nella capitale. In origine erano 48, ma tre sono morti, non si sa ancora se uccisi dagli insorti, o morti durante i combattimenti. Gli insorti, comunque, minacciano di assassinarli tutti, se le truppe fedeli ad Assad non cesseranno le operazioni. Per la liberazione degli ostaggi sopravvissuti, la Turchia ha offerto la sua mediazione.

E’ un tassello in più nell’ancora misterioso mosaico della presenza iraniana in Siria. I ribelli ritengono che i pellegrini siano, in realtà, uomini della Guardia Rivoluzionaria iraniana. I rapitori hanno mostrato, in un loro video, i documenti dei paramilitari. Teheran ha ammesso che, in effetti, nel gruppo di pellegrini ci sono almeno tre membri della Guardia. Ma in pensione.

A favore della tesi degli insorti c’è la logica: è difficile che 48 iraniani intraprendano un pellegrinaggio in Siria nel bel mezzo di una guerra civile. Ma alla fede non si comanda ed è possibile che l’abbiano fatto davvero. Sempre a favore della tesi degli insorti ci sono alcuni precedenti: le dichiarazioni di un generale della Guardia Rivoluzionaria, che, mesi fa, confermava la presenza di cellule Qods (specializzate in operazioni all’estero) in Siria e le testimonianze sulla presenza di “volontari” e “consiglieri” iraniani negli scontri a Hama, Homs, Deir Ezzor e Damasco. Se non direttamente gli iraniani, gli Hezbollah partecipano dichiaratamente alla guerra al fianco delle truppe regolari fedeli ad Assad.

E qui si torna al punto: la guerra in Siria è, prima di tutto, un conflitto che interessa l’Iran. Il regime di Damasco è una struttura di potere formata da una minoranza alawita (setta islamica emanazione dello sciismo) in un Paese a stragrande maggioranza sunnita. Fino agli anni ’80 aveva senso come portabandiera del nazionalismo arabo, quando la religione era ancora un fattore secondario. Dagli anni ’90 in poi, con il risveglio dell’Islam fondamentalista e politico e il tramonto delle ideologie nazionaliste, si è ricavato un nuovo ruolo: punto di riferimento della Repubblica Islamica dell’Iran nel Medio Oriente. Da dieci anni a questa parte, soprattutto, è diventato un regime fuori luogo, una scheggia di Teheran conficcata in una regione araba-sunnita. E proprio per questo destabilizzante al massimo: attriti con Israele, sostegno allo “Stato nello Stato” degli Hezbollah in Libano, punto di transito per gli armamenti iraniani verso il Mediterraneo.

Non è un caso che sempre esponenti sunniti del regime stiano voltando le spalle ad Assad, uno dopo l’altro. E’ fuggito in Giordania lo stesso premier Riad Hijab, che ha proclamato la sua fedeltà alla “santa rivoluzione” (sunnita). Se ne è andato anche un eroe, il generale Mohammed Ahmad Faris, primo astronauta siriano ad andare nello spazio (nel 1987, nella stazione sovietica Mir): lo scorso fine settimana è fuggito in Turchia. Si aggiungono ad una lunga lista di defezionisti eccellenti, fra cui spiccano il generale Manaf Tlas e l’ex ambasciatore in Iraq, Nawaf al Fares.

L’isolamento è militare, oltre che politico. Le scorte di armi dell’esercito regolare siriane non sono infinite. Un anno e mezzo di guerriglia sta prosciugando sia gli arsenali che i depositi di pezzi di ricambio. Non essendoci alcuna possibilità di rifornirsi da Paesi ostili, quali la Turchia o la Giordania, l’unica linea vitale per le forze fedeli ad Assad resta Teheran, oltre alla Russia, la grande potenza che sostiene (soprattutto perché antagonista degli Usa) l’asse Iran-Siria.

Ma la geografia gioca contro. I russi starebbero cercando di inviare armi alla Siria via mare: una loro nave, la Alaed, salpata dalla Russia settentrionale, è entrata nel Mediterraneo e, a quanto risulta, starebbe facendo rotta proprio su Tartus. Il rifornimento via mare è comunque difficile. Già a giugno, la stessa nave, la Alaed, aveva dovuto fare marcia indietro. Era bastata solo una piccola pressione economica: il ritiro (per ordine di Londra) della sua assicurazione sul carico, in ottemperanza alle sanzioni europee. Questa volta, il cargo russo cerca di farla franca, approfittando della distrazione delle Olimpiadi. Ma il solo fatto che la notizia del suo viaggio si stia diffondendo, fa presagire altre difficoltà per i russi e i loro alleati siriani.

Inviare armi dall’Iran è ancora più difficile: la stessa Repubblica Islamica è sotto sanzioni e le sue navi verrebbero bloccate. Ponti aerei dalla Russia e dall’Iran sono sempre possibili, ma non facili, considerando che dovrebbero attraversare spazi aerei di nazioni neutrali (Iraq), o apertamente ostili ad Assad (Turchia).

E’ dunque possibile capire quando sarà il momento della caduta del regime di Assad: quando il suo sistema di potere si svuoterà dall’interno e inizierà ad apparire come un corpo estraneo all’interno del suo stesso Paese, dipendente esclusivamente dal sostegno dell’Iran e dall’appoggio politico e militare della Russia.


Autore: Stefano Magni

Nato a Milano nel 1976, laureato in Scienze Politiche all’Università di Pavia, è redattore del quotidiano L’Opinione. Ha curato e tradotto l’antologia di studi di Rudolph Rummel, “Lo Stato, il democidio e la guerra” (Leonardo Facco 2003) e il classico della scienza politica “Death by Government” (“Stati assassini”, Rubbettino 2005).

5 Responses to “Asse Iran-Siria, è l’inizio della fine?”

  1. maurizio ratti scrive:

    Viviamo un periodo nel quale si sta cercando di costruire una dittatura mondiale sotto il comando degli Stati Uniti. Mai nella storia una minaccia è stata tanto grave, mai i mezzi di coercizione e di controllo sono stati così potenti e capillari. Le nazioni europee che timidamente tentano approcci con partner commerciali sgraditi agli yankee subiscono immediatamente ricatti economici attraverso i meccanismi finanziari, fino a giungere ai colpi di stato vellutati (vedi Napolitano con Monti in Italia, Papademos in Grecia, ecc). Quelle indipendenti che non intendono allinearsi vengono definite di volta in volta non democratiche, impero del male, stati canaglia ecc.
    Le più piccole e deboli vengono attaccate militarmente dagli USA e dai più stretti alleati singolarmente, utilizzando soldataglia organizzata e finanziata, assoldata qua e là tra nel mondo sulla falsariga della Legione Straniera Francese (per es. Black Water, o i vari Jihaddisti sunniti). Questi gruppi criminali mercenari perfettamente armati, numerosi ed organizzati quanto un esercito, entrano nei teatri di guerra grazie alla compiacenza delle “Democrazie Alleate” (vedi Turchia e Iraq verso la Siria o Tunisia verso la Libia). Iniziano ad ammazzare e torturare terrorizzando e costringendo la popolazione a schierarsi con loro, attribuendo poi le colpe delle stragi all’esercito regolare che non può fare altro che reagire con le armi in suo possesso. Un ruolo strategico è costituito dalla copertura mediatica mondiale televisiva che reitera ossessivamente ed unicamente il punto di vista di Washington. A completare questa azione di inganno popolare vengono utilizzate nei vari paesi determinate associazioni culturali che tramite internet diffondono le medesime versioni. In Italia una delle associazioni più ramificate è la Fondazione Magna Carta organo dei NEOCON che vanta tra i collaboratori l’autore di questo articolo, dove il messaggio da trasmettere è più o meno il seguente: gli americani hanno comunque ragione, fanno quello che fanno sempre a fin di bene, chi non è d’accordo è un comunista o un fascista. E’ quindi con estrema tristezza che per sperare di mantenere un mondo equilibrato e multipolare occorre turarsi il naso e stare dalla parte di BASHAR ASSAD che, pur a capo di un regime autoritario, in questo momento rappresenta la libertà che lotta contro la tirannia.

  2. Stefano Magni scrive:

    Caro Maurizio Ratti, io non metto in dubbio la sua buona fede, né discuto la sua libertà di sostenere un dittatore (che sta massacrando il suo popolo), accusando chiunque voglia fermarlo di essere un collaborazionista di un presunto regime mondiale americano. Quel che tuttavia non capisco e continuerò a non capire è come faccia lei ad avere le uniche informazioni “vere” sul conflitto siriano, se considera che tutti i media (e il sottoscritto), sono tutti “asserviti” a questo presunto disegno mondialista americano. Saluti. Stefano Magni

  3. fabio scrive:

    perfettamente d’ accordo con lei.

  4. Wallace scrive:

    Magni lei si sofferma sui 48 iraniani e non dice una parola sulle migliaia di mercenari jihadisti che sostengono i ribelli.. quando si dice l’obbiettività. In ogni caso se le scorte dell’esercito siriano non sono infinite, lo sono ancora meno quelle dei ribelli. Non credo che riusciranno a rovesciare il regime tanto facilmente

  5. Lino scrive:

    Che piaccia o no questo regime verra’ abbattuto e il prossimo sara’ quello Iraniano

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