– Nell’autunno del 1847 il giovane studente Goffredo Mameli scriveva i versi del Canto degli italiani, ribattezzato un secolo dopo “Inno Nazionale della Repubblica Italiana”, così descrivendo la condizione politica delle terre sottomesse per le quali, poco tempo dopo, avrebbe perso la vita: “Noi siamo da secoli calpesti, derisi, perché non siam popol, perché siamo divisi”.

Il “Canto”, intriso di quello smaliziato amore per la libertà che ha caratterizzato la lotta –  ben presto snaturata e tradita – di tanti giovani liberali e repubblicani italiani, faceva seguito ai continui fallimenti dei moti insurrezionali del 1830-1831, di quelli mazziniani del 1833 e 1834 ed alla tragica morte dei Fratelli Bandiera nel 1844: tali  sfortunate  e male organizzate esperienze spinsero i patrioti ad una maggiore coesione, precedendo l’esplosione dei moti del 1848 e l’avvio di quel tortuoso procedimento di unificazione nazionale conclusosi (ma solo sulla carta e con diverse, sostanziali e peggiorative varianti in corso d’opera ) soltanto diversi decenni dopo.

I versi che Goffredo Mameli, con magistrale capacità di sintesi e visionaria passione politica, dedicava 165 anni fa all’amata e agognata Italia, sembrano adattarsi perfettamente all’attuale condizione di quel popolo apolide e demotivato costituito dai liberali, riformatori e laici italiani, tristemente incapace di reagire ad una frammentazione deleteria che si prolunga, tra ripetuti esperimenti fallimentari e spesso personalistici, oramai da troppi decenni.

All’indomani della nascita della Repubblica i liberali, lacerati dagli errori e dalle divisioni della lunga fase post-unitaria e dai traumi dell’esperienza del ventennio fascista, seppero riunirsi intorno a personaggi del calibro di Benedetto Croce e Luigi Einaudi, dando vita al Partito Liberale Italiano. Alle elezioni dell’Assemblea Costituente il PLI riuscì ad ottenere ben  trentatre seggi, risultando il quarto gruppo parlamentare dietro democristiani, socialisti e comunisti. La parentesi unitaria durò ben poco, fino alla consumazione, nel 1955, della scissione dell’ala sinistra, che diede vita al Partito Radicale dei Liberali e Democratici Italiani. La scelta di opporsi fermamente ai Governi targati Democrazia Cristiana  (spesso con appoggio del PSI e del PSDI) consegnò comunque al Partito liberale italiano, nettamente schierato su posizioni liberiste, il 7% alle elezioni del 1963 ed il 6% nel 1968.

La partecipazione del PLI ai governi di centrosinistra del pentapartito fece progressivamente sprofondare i consensi elettorali, che non si risollevarono più oltre la soglia del 2%. La medesima percentuale venne contestualmente raggiunta, e spesso abbondantemente superata, dai “fratelli” del Partito Radicale e dai “cugini” del Partito Repubblicano Italiano, capaci di intercettare fette consistenti dell’elettorato liberale: tutto ciò fino al terremoto di Tangentopoli, che portò allo scioglimento del PLI ed all’inizio di una diaspora lunghissima e dolorosa, inaugurata dalla separazione tra l’ala destra di  Alfredo Biondi e Raffaele Costa (che fondarono l’Unione di Centro) e l’ala sinistra di Valerio Zanone .

Da allora in poi una serie interminabile di illusioni e delusioni: dal partito liberale di massa promesso da Silvio Berlusconi nel 1994  al piccolo ed autoreferenziale Partito Liberale di De Luca (incapace di andare oltre lo 0.3% delle politiche del 2008) , alla Federazione liberale di Morelli (orientata verso il centrosinistra), passando attraverso una serie di meteore che hanno attraversato rapidissimamente  l’orizzonte politico nazionale.

La parola d’ordine del 2011 e dei primi mesi del 2012 è stata indubbiamente “Costituente Liberale”. Tanti si sono proposti di realizzarla, ma tutti sembravano scontare un insuperabile errore metodologico: l’unificazione dei liberali non si potrà mai realizzare fin quando l’obiettivo non dichiarato di alcuni tra coloro che stanno dietro al progetto sarà quello di traghettare voti alla destra berlusconiana o alla sinistra a trazione ultrasocialista di Nichi Vendola (alla quale Casini ha concesso oggettivamente troppo alimentando l’aspettativa di un’alleanza, ancorchè successiva).

L’unità dei liberali richiede, al contrario, alterità rispetto a tale deprimente teatrino della politica e potrà realizzarsi solo se tutte le energie in campo sapranno fondersi sotto un unico vessillo, rinunciando ai propri piccoli orticelli.

Per realizzare davvero l’unità, giusto per essere semplici, schietti e diretti, i liberali di Zero Positivo, Futuro e Libertà per l’Italia e Italia Futura, i Radicali Italiani, i liberali del centrodestra, i “commandos” di Oscar Giannino,  i sostenitori della Sedizione, del Tea Party, del Movimento Libertario e di ogni altra forza liberaldemocratica,  dovrebbero trovare il coraggio di  “preferirsi a vicenda”, candidarsi al governo del Paese con ambizione maggioritaria, e di prendere le distanze  rispettivamente dagli equilibrismi politici – a nostro parere sbagliati – dell’UDC, dagli inciuci cattocomunisti tra Nicky Vendola e Rosy Bindi, dall’ipocrisia conservatrice del PDL e degli improponibili alleati del sempreverde Cavaliere, dal settarismo che caratterizza l’area dei movimenti e delle associazioni locali o culturali di ispirazione liberale.

Non c’è altra soluzione che consenta all’area “calpesta e derisa”, di uscire da un isolamento che dura ormai da troppo tempo e che, con la propria colpevole inerzia, ha agevolato la costituzione e prolungata sopravvivenza dei governi più illiberali, inefficienti e scadenti della storia nazionale.

Unire le forze è necessario, insomma, per fermare il declino e  per non fallire ancora.

Al netto da ogni involontaria velleità patriottica, potrebbe essere utile ancora una volta, allora, citare le parole di quel Canto degli Italiani che, al di là della retorica istituzionale post-bellica, suona oggi alle orecchie dello scrivente come un vero e proprio Canto dei Liberali: “Raccoltaci un’unica bandiera, una speme: di fonderci insieme già l’ora suonò”.