Categorized | Capitale umano

Liberali, unirsi per contare e governare il Paese

– Nell’autunno del 1847 il giovane studente Goffredo Mameli scriveva i versi del Canto degli italiani, ribattezzato un secolo dopo “Inno Nazionale della Repubblica Italiana”, così descrivendo la condizione politica delle terre sottomesse per le quali, poco tempo dopo, avrebbe perso la vita: “Noi siamo da secoli calpesti, derisi, perché non siam popol, perché siamo divisi”.

Il “Canto”, intriso di quello smaliziato amore per la libertà che ha caratterizzato la lotta –  ben presto snaturata e tradita – di tanti giovani liberali e repubblicani italiani, faceva seguito ai continui fallimenti dei moti insurrezionali del 1830-1831, di quelli mazziniani del 1833 e 1834 ed alla tragica morte dei Fratelli Bandiera nel 1844: tali  sfortunate  e male organizzate esperienze spinsero i patrioti ad una maggiore coesione, precedendo l’esplosione dei moti del 1848 e l’avvio di quel tortuoso procedimento di unificazione nazionale conclusosi (ma solo sulla carta e con diverse, sostanziali e peggiorative varianti in corso d’opera ) soltanto diversi decenni dopo.

I versi che Goffredo Mameli, con magistrale capacità di sintesi e visionaria passione politica, dedicava 165 anni fa all’amata e agognata Italia, sembrano adattarsi perfettamente all’attuale condizione di quel popolo apolide e demotivato costituito dai liberali, riformatori e laici italiani, tristemente incapace di reagire ad una frammentazione deleteria che si prolunga, tra ripetuti esperimenti fallimentari e spesso personalistici, oramai da troppi decenni.

All’indomani della nascita della Repubblica i liberali, lacerati dagli errori e dalle divisioni della lunga fase post-unitaria e dai traumi dell’esperienza del ventennio fascista, seppero riunirsi intorno a personaggi del calibro di Benedetto Croce e Luigi Einaudi, dando vita al Partito Liberale Italiano. Alle elezioni dell’Assemblea Costituente il PLI riuscì ad ottenere ben  trentatre seggi, risultando il quarto gruppo parlamentare dietro democristiani, socialisti e comunisti. La parentesi unitaria durò ben poco, fino alla consumazione, nel 1955, della scissione dell’ala sinistra, che diede vita al Partito Radicale dei Liberali e Democratici Italiani. La scelta di opporsi fermamente ai Governi targati Democrazia Cristiana  (spesso con appoggio del PSI e del PSDI) consegnò comunque al Partito liberale italiano, nettamente schierato su posizioni liberiste, il 7% alle elezioni del 1963 ed il 6% nel 1968.

La partecipazione del PLI ai governi di centrosinistra del pentapartito fece progressivamente sprofondare i consensi elettorali, che non si risollevarono più oltre la soglia del 2%. La medesima percentuale venne contestualmente raggiunta, e spesso abbondantemente superata, dai “fratelli” del Partito Radicale e dai “cugini” del Partito Repubblicano Italiano, capaci di intercettare fette consistenti dell’elettorato liberale: tutto ciò fino al terremoto di Tangentopoli, che portò allo scioglimento del PLI ed all’inizio di una diaspora lunghissima e dolorosa, inaugurata dalla separazione tra l’ala destra di  Alfredo Biondi e Raffaele Costa (che fondarono l’Unione di Centro) e l’ala sinistra di Valerio Zanone .

Da allora in poi una serie interminabile di illusioni e delusioni: dal partito liberale di massa promesso da Silvio Berlusconi nel 1994  al piccolo ed autoreferenziale Partito Liberale di De Luca (incapace di andare oltre lo 0.3% delle politiche del 2008) , alla Federazione liberale di Morelli (orientata verso il centrosinistra), passando attraverso una serie di meteore che hanno attraversato rapidissimamente  l’orizzonte politico nazionale.

La parola d’ordine del 2011 e dei primi mesi del 2012 è stata indubbiamente “Costituente Liberale”. Tanti si sono proposti di realizzarla, ma tutti sembravano scontare un insuperabile errore metodologico: l’unificazione dei liberali non si potrà mai realizzare fin quando l’obiettivo non dichiarato di alcuni tra coloro che stanno dietro al progetto sarà quello di traghettare voti alla destra berlusconiana o alla sinistra a trazione ultrasocialista di Nichi Vendola (alla quale Casini ha concesso oggettivamente troppo alimentando l’aspettativa di un’alleanza, ancorchè successiva).

L’unità dei liberali richiede, al contrario, alterità rispetto a tale deprimente teatrino della politica e potrà realizzarsi solo se tutte le energie in campo sapranno fondersi sotto un unico vessillo, rinunciando ai propri piccoli orticelli.

Per realizzare davvero l’unità, giusto per essere semplici, schietti e diretti, i liberali di Zero Positivo, Futuro e Libertà per l’Italia e Italia Futura, i Radicali Italiani, i liberali del centrodestra, i “commandos” di Oscar Giannino,  i sostenitori della Sedizione, del Tea Party, del Movimento Libertario e di ogni altra forza liberaldemocratica,  dovrebbero trovare il coraggio di  “preferirsi a vicenda”, candidarsi al governo del Paese con ambizione maggioritaria, e di prendere le distanze  rispettivamente dagli equilibrismi politici – a nostro parere sbagliati – dell’UDC, dagli inciuci cattocomunisti tra Nicky Vendola e Rosy Bindi, dall’ipocrisia conservatrice del PDL e degli improponibili alleati del sempreverde Cavaliere, dal settarismo che caratterizza l’area dei movimenti e delle associazioni locali o culturali di ispirazione liberale.

Non c’è altra soluzione che consenta all’area “calpesta e derisa”, di uscire da un isolamento che dura ormai da troppo tempo e che, con la propria colpevole inerzia, ha agevolato la costituzione e prolungata sopravvivenza dei governi più illiberali, inefficienti e scadenti della storia nazionale.

Unire le forze è necessario, insomma, per fermare il declino e  per non fallire ancora.

Al netto da ogni involontaria velleità patriottica, potrebbe essere utile ancora una volta, allora, citare le parole di quel Canto degli Italiani che, al di là della retorica istituzionale post-bellica, suona oggi alle orecchie dello scrivente come un vero e proprio Canto dei Liberali: “Raccoltaci un’unica bandiera, una speme: di fonderci insieme già l’ora suonò”.


Autore: Carmelo Impusino

30 anni, avvocato, vive a Melicucco (RC). Master di II° livello in Diritto e Management Sanitario presso l'Università della Calabria. Blogger liberale iscritto all'Associazione Calabria Radicale e a Futuro e Libertà per l'Italia.

24 Responses to “Liberali, unirsi per contare e governare il Paese”

  1. AntiCasta scrive:

    Liberali? Liberali de che??

  2. In cerca di un'alternativa scrive:

    Aspetto con ansia risvolti concreti, che sia la volta buona? :)

  3. In cerca di un'alternativa scrive:

    Essere “anti” a priori aiuta ben poco, spero che tu ne sia consapevole. Anti de che??

  4. Speriamo davvero sia la volta buona. A noi il compito di fare pressing affinchè quest’unificazione possa trovare compimento.

  5. Stefano scrive:

    Ottima idea l’unione dei liberali italiani. Almeno riuscirebbero a farsi un pokerino.

  6. In cerca di un'alternativa scrive:

    Già, ma come potrai notare anche dai commenti di AntiCasta e Stefano, regna la rassegnazione, quando non la diffidenza. Non avrei mai pensato di trovarmi d’accordo con Silvio su qualcosa, ma più vado a fondo a più mi accorgo di cosa intendesse con “il partito dell’odio”; chi non fa, non falla..
    Che tristezza di popolo che ci ritroviamo.. avanti così, ma attenzione alle derive, chi vi sostiene non è il berluschino col salame sugli occhi, qui chi sbaglia paga. :)

  7. Piccolapatria scrive:

    Per unirsi a governare bisogna avere i voti ( tanti, tantissimi voti…). Orbene, questo è un paese dove una moltitudine maggioritaria di cittadini senza senno dichiara, per esempio:”intercettateci tutti” e che pretendono sia giusto poter leggere e/o ascoltare sui media ogni sospiro telefonico di chiunque…; questi cittadini di nome ma di fatto sudditi si compattano scioccamente nell’urlo “lotta dura all’evasore” applaudendo alle norme di polizia fiscale che hanno cancellato ogni diritto di difesa con il ribaltamento dell’onere della prova ( le agenzie fiscali ti accusano di evasione e tu, tapino, spesso innocente ma senza mezzi adeguati, devi produrre l’ardua prova del contrario, ma a decidere se la prova è valida o meno non è un organo terzo ma un’entità interna all’organo accusatore). E’ immensamente diffusa in questo paese la filosofia spicciola e deleteria per cui il rispetto e la libertà dell’individuo siano da sacrificare in nome del Bene Superiore e , perchè no, della Giustizia maiuscola ( insindacabile!) sopra ogni cosa. Le idee, dicono, camminano con le gambe degli uomini…meglio sarebbe dire che le buone idee liberali avanzano e prosperano se suffragate dal voto di tanti e tanti uomini…
    Grazie per l’ospitalità.

  8. lodovico scrive:

    Se questi sono i commenti…..credo che l’estensore dell’articolo abbia scazzato. Il problema è convincere non unire quello che non c’è. A partire da FINI.

  9. step scrive:

    Salve Carmelo, sono abbastanza d’accordo con te (tra l’altro è bene rimarcare che il PLI cominciò a perdere quando, da malagodiano, diventò “sinistrese”), però non capisco una cosa: ma c’è qualche iniziativa particolare? Oppure stai riferendoti specificamente a “fermare il declino”? Oppure il tuo è solo un auspicio?

  10. enzo palumbo scrive:

    Caro Impusino, ho postato due giorni fa un commento, e, nel farlo, mi sono scusato per la lunghezza, inevitabilmente dovuta al fatto di avere riportato integralmente la mozione congressuale del PLI del marzo scorso.
    Il commento verteva sulla possibilità di riunire i liberali nell’unico partito liberale (il PLI) attualmente esistente in campo nazionale ed organizzato sul territorio.
    Un partito che ha già presentato le liste alle elezioni del 2008 (con un risultato modesto 0.3%, che però è meglio di niente)al di fuori dei due poli; che si batte da anni contro il bipolarismo; che ha approvato in due congressi nazionali (nel 2009 e, da ultimo, nel marzo del 2012) una chiara linea politica su tutti i principali problemi della società italiana, in termini assolutamente liberali ed alternativi sia al PdL che al PD; che è attualmente testato nei sondaggi con percentuali basse ma non insignificanti (oscillanti tra 0,4 e 0,6%), in qualche caso superiori anche a quelle di partiti nazionali ben più strutturati.
    La mia proposta è che, se da qualcosa bisogna pure cominciare, si potrebbe intanto utilizzare come veicolo (almeno iniziale e salvi successivi aggiustamenti in corso d’opera) proprio il PLI.
    Sta di fatto che il mio commento, apparso come in attesa di moderazione, non è stato poi pubblicato.
    Va bene anche così, se proprio si ritiene che la sua lunghezza non era compatibile con l’economia del sito.
    Questo mio commento di oggi, molto più breve, non ha quel difetto e potrebbe invece essere pubblicato senza problemi, e credo meriterebbe anche una risposta nel merito.
    Il PLI è certamente piccolo, ma non è autoreferenziale, come credo dimostri questo mio tentativo, come tutti gli altri che vado facendo da anni (sul web ma anche con personali contatti), purtroppo puntualmente ignorati da chi parla di riunire i liberali, ma poi, arrivati al dunque, si sottrae al dialogo proprio con chi il liberale lo fa da una vita.
    In tutte le occasioni che ho avuto, ho cercato per l’appunto ad instaurare una interlocuzione con chiunque sia seriamente interessato all’argomento.
    Vogliamo provarci, una buona volta, a fare un discorso serio sul tema? Grazie per l’attenzione.

  11. In cerca di un'alternativa scrive:

    Piacerebbe anche a me assistere a un discorso serio sul tema, e credo che a molti altri con me. La proposta del Dott. Palumbo merita anche a mio avviso almeno una risposta.
    Attendo fiducioso :)

    Per intanto è possibile saperne di più su queste “sottrazioni al dialogo” avvenute in passato? Se non altro, per avere un quadro della situazione un po’ più chiaro.

    Grazie

  12. enzo palumbo scrive:

    Ringrazio “in cerca di un’alternativa” per la sua risposta e rispondo subito alla sua domanda.
    Le occasioni in cui il dialogo è stato sollecitato sono innumerevoli, anche ad iniziativa di altri amici del PLI.

    Comincio proprio con Impusino, sul cui blog nell’aprile dello scorso anno ho postato un commento in tal senso, anche comunicandogli la mia mail personale ed invitandolo ad un contatto (per e-mail o anche di persona) che poi non c’è stato; un’interlocuzione analoga ho fatto con Impusino nello stesso periodo, rispondendo ad un suo commento sul sito del PLI (www.partitoliberale.it) ed indicandogli anche gli esponenti locali (calabresi) ai quali era possibile rivolgersi per un’interlocuzione più ravvicinata; anche in tal caso, nessun seguito.

    Tralascio tutti gli altri tentativi, fatti verso l’universo mondo, e passo ai più recenti, che sono di estrema e rilevante attualità perché riguardano il recente appello di Oscar Giannino ed altri.

    Quell’appello era stato anticipato da Giannino sin dal mese di giugno, con un suo articolo pubblicato sul giornale online TEMPI.IT; il 7 giugno, ho provveduto a postare su quel giornale un lungo commento (comprendente la mozione congressuale del PLI), e quindi sostanzialmente identico a quello che ho tentato di postare su Libertiamo e che non è poi comparso. Il mio commento è stato integralmente riportato ma non ha avuto alcuna risposta!

    Un’analoga anticipazione Giannino ha fatto sul giornale online LO SCHERMO.IT nel mese di luglio; il 14 luglio ho pensato allora di reiterare anche su tale giornale, con qualche aggiornamento, il medesimo commento, che è stato ancora una volta integralmente pubblicato; nessuna risposta!

    Il 28 luglio Giannino ha pubblicato sul giornale dell’Istituto Bruno Leoni CHICAGO.BLOG l’appello “Per fermare il declino, etc.” di cui si è fatto promotore assieme ad altri esponenti della c.d. società civile (anche se molti sono dei politici in s.p.e. travestiti da professori o da giornalisti); ancora una volta, ho provato a ricercare l’interlocuzione auspicata postando su tale giornale lo stesso commento (il n. 49 di pag. 1), con qualche piccolo aggiornamento, e sono poi intervenuto con un altro commento (il n. 18 di pag. 2).

    Alcuni esponenti del PLI sono poi intervenuti a sostegno del mio commento; in particolare: Antonio Pileggi (PLI Roma) il 30 luglio (commenti n. ri 37 e 43 di pag. 4); e poi, tutti in data 31 luglio: Mario Rampichini (PLI Milano), col commento n. 49 di pag. 5; Massimo Rizzo (PLI Messina) col commento n. 13 di pag. 6); Enzo Lombardo (PLI Catania) con numerosi commenti (n. ri 34 e 46 di pag. 6, e poi n. ri 4, 6, 12 e 27 di pag. 7).
    Tutti hanno insistito per avere una risposta nel merito. Risposta: nessuna!

    La conclusione che ne ho tratto (e che mi auguro sia smentita dai fatti) è che in tutti coloro che dicono di volere riunire i liberali c’è tanta voglia di scrivere queste cose sul web (costa poco, basta mettersi dinanzi ad un computer e fare lavorare la tastiera) ma pochissima voglia di tradurle in attività e comportamenti concreti (costano tantissimo: in tempo, fatica fisica, denaro, inimicizie, delusioni, etc.).

    Quanto all’atteggiamento di noncuranza verso il PLI, come ho già scritto proprio ad Impusino l’anno scorso sul sito del PLI, c’è forse in tanti degli antichi liberali la consapevolezza che la sola esistenza del PLI è la rappresentazione emblematica dell’errore compiuto quando l’hanno via via abbandonato per seguire la sirena berlusconiana o le illusioni dei liberalPD, percorsi questi rivelatisi entrambi fallimentari; mentre in tanti liberali delle nuove generazioni c’è la tendenza a crearsi da soli un piccolo sito politico (spesso uni personale ed autoreferenziale), tanto da poter dire di essere liberali senza tuttavia fare nulla per incidere realmente nella società.

    Agli uni e gli altri vorrei dire che oggi è possibile ciò che fino ad ieri sembrava impensabile; e cioè di vedere nuovamente riuniti in un unico partito tutti i liberali disponibili, quale che sia la loro provenienza.
    Il PLI è pronto ad accoglierli senza pregiudizi e senza primogeniture.

  13. lodovico scrive:

    Le idee di Piero Ostellino in “lo stato canaglia” e quelle nell’editoriale di oggi nel corriere della sera o le risposte date ad Ingroia,che si ritiene liberale, trovano conforto tra Voi e prima di tutto in Della Vedova? E l’appoggio a Monti è il minore dei mali o una moderna versione del liberalismo fatta da professori ed amministratori delegati o grandi burocrati? Forse il nocciolo della questione non è stato ancora afrontato dal FLI- Italia futura etc?

  14. creonte scrive:

    come dice Monti il PDL rischia l’eurofobia e la demagogia se le cose non la germania non sia ggiustano. Purtuttavia nessun vero politoco è autorizzato al populismo, in nessuna occasione. DEVE esistere un nucleo con questi riferimenti ben saldi

  15. In cerca di un'alternativa scrive:

    “Agli uni e gli altri vorrei dire che oggi è possibile ciò che fino ad ieri sembrava impensabile; e cioè di vedere nuovamente riuniti in un unico partito tutti i liberali disponibili, quale che sia la loro provenienza.”

    Per lei sarebbe imprescindibile riunirsi sotto il vessillo del PLI, o sarebbe disposto a discutere la costituzione di un “nuovo” partito?

    Per esempio (faccio un po’ l’avvocato del diavolo, me lo consenta), crede davvero nella (ri)conversione a liberali di tutti quegli appartenenti al PLI un tempo berlusconiani, per non dire democristiani? Quand’anche fossero tutti gente per bene, l’elettore medio ha dei pregiudizi (che derivano non tanto dal PLI, ma dalla situazione politica italiana in generale) che è quasi impossibile eradicare, e per un progetto come questo dove avere un’immagine pulita è essenziale, potrebbe non essere la scelta più azzeccata.
    Così come, dopo vent’anni e più di bombardamento mediatico, potrebbe non essere un’idea vincente avere come presidente dello stesso partito un membro del CSM. Considerazioni queste che esulano da un qualsivoglia merito, ma sa bene anche lei che per vincere ci vogliono voti. Sono curioso di sapere cosa ne pensa a riguardo, spero che colga lo spirito costruttivo della mia provocazione.

    Detto questo, sarei anche molto curioso di avere una risposta da Ipmusino, per sentire anche le altre campane e farmi un’opinione completa sulla questione; anche solo due righe per spiegare brevemente il suo punto di vista, altrimenti io resto dell’idea che, in questi casi, il silenzio è dei colpevoli.

    Grazie

  16. Bruno scrive:

    Forse un po’ di dietrologia non guasta. Qualcuno, anni fa, descrisse l’Italia come un’espressione geografica. Poi si fece il regno d’Italia, qualcuno disse “fatta l’italia, adesso bisogna fare gli italiani”.

    Gli italiani non sono ancora “fatti” nonostante qualcuno si ostini a celebrare l’anniversario dell’unita’ d’Italia, gli italiani non si sono ancora amalgamati e integrati come popolo, le differenze culturali ed economiche tra le varie parti del paese sono piu’ che mai enormi.
    Anzi bisogna prendere atto che ci sono spinte secessionistiche e di divisione per motivi diversi e spesso assimetrici.

    Questa crisi non ha fatto altro che evidenziare le differenze e anomalie interne di questo paese, anomalie che finora erano considerate tabu’ o si e’ preferito ignorarle. L’Italia sta diventando nuovamente un’espressione geografica, dove una forza trasnazionale chiamata globalizzazione sta creando un nuoco assetto politico economico.

    Mi dispiace per l’articolista, questo saggio e’ staccato dalla realta’. L’Italia e’ in seria difficolta’ se poi l’autore propone come nuovi padri fondatori quei politici di lungo corso che hanno portato l’Italia alla deriva, che hanno sciolto e fondato piu’ partiti che il cambio di camicia (Fini), allora si va da male in peggio.

    L’Italia, esclusa la parentesi dell’impero romano, e’ sempre stata commissariata. La questione e’ se vale la pena di essere un’espressione geografica sotto foreign management, o vivere di una indipendenza relativa in paese caotico ed inefficiente. Indipendenza relativa e’ data dal fatto che economicamente e politicamente siamo alla merce’ di potentati stranieri.

  17. enzo palumbo scrive:

    Ed ecco ora nuovamente le mie risposte a “In cerca di un’alternativa”, per la terza volta, sperando che sia quella buona!

    Rispondo volentieri al mio cortese interlocutore che continua a firmarsi “In cerca di un’alternativa”.
    Comincio col dire che, essendomi presentato con nome e cognome, non mi dispiacerebbe sapere esattamente con chi mi sto confrontando pubblicamente, anche perché ho l’impressione che si tratti di persona garbata e di valore, che non ha certo bisogno di nascondersi.
    Quanto alle tre domande, non ho difficoltà a rispondere, anche se in termini non brevi, dei quali sin d’ora mi scuso.
    Alla prima domanda, che è quella più propositiva, risponderò alla fine, anche perché la risposta sarà la naturale conseguenza di quanto dirò a proposito delle altre due.

    1) La risposta alla seconda domanda è complessa e necessita di una premessa, in chiave inevitabilmente personale.
    Mi si chiede se io creda davvero “nella (ri)conversione a liberali di tutti quegli appartenenti al PLI un tempo berlusconiani, per non dire democristiani”.
    Comincio col dire che non ho mai aderito a Forza Italia, e men che meno alle sue successive metamorfosi; ho votato per Forza Italia una sola volta, nel marzo del 1994, illudendomi circa la possibilità che i molti liberali candidati in quel partito, una volta eletti, sarebbero confluiti nella neonata Federazione dei Liberali (creata dagli stessi delegati che avevano appena sciolto il PLI), come prima delle elezioni si erano impegnati a fare, dando così nuova vita ad un significativo partito liberale anche nella c.d. seconda Repubblica.
    Nonostante l’illusione di molti, non ho invece mai pensato ad un partito liberale di massa, perché in Italia di masse liberali non ce ne sono mai state e dubito che mai ce ne sarann0; e tuttavia quel momento sembrava propizio per uscire dalla navigazione sotto costa (alla quale il PLI era stato destinato dalla presenza ingombrante della DC) e navigare in mare aperto con nuove energie e migliori prospettive di governo della società italiana.
    Ho poi preso atto che l’attualità del Governo aveva preso il sopravvento rispetto a tutto il resto, ed ho fatto presto ad accorgermi della natura profondamente illiberale del partito creato da Berlusconi, nel momento in cui è stato fatto di tutto e di più per impedire alla Federazione dei Liberali di presentare, in tre circoscrizioni su cinque (salvo nord-ovest ed isole), le liste per le elezioni europee del giugno 1994, così rendendo impossibile la conquista di quell’unico seggio che avrebbe consentito alla FdL, a cascata, di ripresentarsi a tutte le successive elezioni senza la iugulatoria necessità di raccogliere decine di migliaia di firme.
    Essendosi nel frattempo esaurita per lenta consunzione la FdL, mi sono ben guardato dall’aderire al PLI, rifondato nel 1997 da Stefano de Luca, e ciò per tutto il tempo in cui il PLI sii è proposto in alleanza o comunque in prossimità rispetto al partito di Berlusconi; e ciò perché, essendo io un liberale di antica data (diciamo, tanto per precisare, da quando avevo 17 anni, il che è un bel po’ di tempo fa) e quindi rendendomi agevolmente conto di quanto ontologicamente illiberale fosse un partito padronale (al di là dei programmi liberali sbandierati ad ogni occasione);:
    La mia adesione al PLI rifondato si è verificata, per la prima volta, in occasione delle elezioni del 2008, allorché ho constatato che il PLI si era temerariamente presentato alle elezioni da solo ed in posizione alternativa al bipolarismo imperante di allora, e, soprattutto in termini alternativi al PdL appena nato per iniziativa di Berlusconi.
    Quella del PLI del 2008 mi è apparsa come una scelta positiva ancorché tardiva, e mi è sembrato quindi doveroso, per un liberale d’antan come mi considero, di assecondarla col mio voto (poca cosa) e con la mia convinta militanza (sempre poco, ma qualcosa in più, quanto a fatica, costi, polemiche, inimicizie, etc.).
    In vista del Congresso del PLI del febbraio 2009 ho promosso, insieme a molti liberali siciliani (tra i quali mi piace ricordare i prof. ri Cotroneo, Gembillo e Giordano, che sono considerati tra i massimi cultori contemporanei di Croce), un appello ai liberali italiani, che prendeva severamente le distanze dal bipolarismo italiano e dal suo massimo propugnatore di allora (Berlusconi, il quale, ovviamente, oggi sembra avere cambiato idea, posto che non gli conviene più); quell’appello si è trasformato nella mozione approvata a maggioranza dal Congresso del PLI, con l’ovvia opposizione dell’anima berlusconiana che in quell’occasione tentò un vivace attacco (per fortuna respinto) alla linea politica che si veniva configurando.
    Da allora credo di avere contribuito non poco al consolidamento di quella linea, che ha portato il PLI ad opporsi fortemente (con la piccola ed irrequieta rappresentanza parlamentare approdata al PLI nel corso della Legislatura) al Governo Berlusconi, resistendo ad ogni lusinga che, nei momenti cruciali del dicembre 2010, non è mancata, come si può ben immaginare.
    Quella linea è stata confermata ed implementata nel corso del Congresso Nazionale dello scorso marzo, e credo che ormai sia divenuta irreversibile, ancorché anche nell’ultimo Congresso non sia mancato chi ha provato a piegarla ad una sua diversa visione delle alleanze politiche, occultando questa prospettiva con la bandiera di un ricambio generazionale, che deve certo esserci purché la linea congressuale non ne risulti stravolta (ma questo è un altro discorso) .
    Ho fatto questa lunga premessa per dire, anche a chi mi legge e non sa nulla di me, che l’ultima cosa che mi si può rimproverare è la mancanza di coerenza nel tempo, ahimè lungo, della mia attività politica.
    Ma anche per dire che, sulla base di questa premessa, avrei anche qualche non piccolo titolo a fare l’esame del sangue a chi si approssima al PLI avendo fatto in passato scelte che, col senno di poi, “liberali” non possono essere certo definite. Ma un buon liberale non fa esami del sangue a nessuno, specie quando si tratta di valutare scelte politiche che, di per sé, sono quasi sempre opinabili.
    E tuttavia, un buon metodo “liberale” per valutare le nuove scelte di chiunque, quale che sia stato il suo percorso, c’è, ed è quello di prendere atto di un minimo di autocritica, verificando nei fatti (e non nelle chiacchiere) l’adesione alla linea politica congressuale del partito, ed in tal senso la coerenza tra affermazioni ideali e comportamenti pratici, che sono poi quelli di cui la politica si nutre ogni giorno.
    Se questa complessa valutazione risulta positiva (o, almeno, largamente positiva), ecco allora che non c’è luogo per sospetti e retro pensieri, essendo tutta la dirigenza del PLI (Presidenza, Segreteria, Direzione e Consiglio Nazionale) impegnata in primo luogo a salvaguardare la linea politica piuttosto che le proprie posizioni personali, che sul piano della promozione individuale non valgono nulla se non sacrifici, dispiaceri e delusioni.
    Chi non crede nella c.d. “forma partito” (ed io invece la trovo imprescindibile, mentre trovo impraticabile il c.d. partito liquido che inevitabilmente finisce per essere un partito personale) e chi non condivide la linea politica (inequivocabilmente tracciata nel documento congressuale, che mi spiace non sia stato qui interamente pubblicato come pure avevo chiesto), può fare a meno di entrare nel PLI ed andare ad incrementare i mille e più movimenti sedicenti liberali che si muovono sul web; chi invece condivide la forma e la sostanza del PLI, a prescindere dalla sua provenienza, sarà comunque bene accolto, se ovviamente si impegna, come sul dirsi alle decisioni collegiali dei suoi organi statutari.
    Non è importante da dove si viene, è importante verso dove si vuole andare.

    2) Ho trovato la terza domanda alquanto singolare e tuttavia non mi sottraggo al quesito.
    Si prospetta il dubbio che “potrebbe non essere un’idea vincente avere come presidente dello stesso partito un membro del CSM”.
    Per chi non lo sapesse, nella Consiliatura chiusasi nell’estate del 1990, ventidue anni or sono, ho fatto parte del CSM, come membro c.d. laico, eletto dal Parlamento in seduta comune ed “in solitudine”, dovendosi allora sostituire soltanto il compianto prof. Tosi, eletto l’anno prima insieme agli altri nove membri laici e poi prematuramente scomparso;.
    Nell’occasione, pur essendo il voto sulla mia candidatura svincolato dal voto per gli altri membri (già eletti l’anno prima), ho avuto la soddisfazione di essere votato da più dei tre quinti del Parlamento in seduta comune, nonostante io fossi espressione di un gruppo parlamentare piccolo, com’era quello del PLI di allora.
    Ho considerato quello di essere membro del CSM, in rappresentanza del Parlamento, come un assoluto titolo di onore, che ho cercato di rispettare con una lavoro durissimo nell’interesse della Giustizia e senza indulgere ad alcun corporativismo di categoria, ed anzi costantemente battendomi, in tutte le occasioni che ho avuto, perché il CSM non divenisse la terza Camera parlamentare; l’ultima cosa che immaginavo era che qualcuno un giorno potesse, sia pure garbatamente, rimproverarmelo, evocando una indiretta incompatibilità con l’attività politica, sia pure “part time”, come quella che vado oggi svolgendo.
    Se ho capito il senso della domanda, il fatto che io, attuale presidente del PLI, sia stato ventidue anni fa membro del CSM sarebbe in qualche modo ostativo alla raccolta di consenso elettorale per il PLI.
    Se questo fosse il problema, e se ne risultasse garantito un qualche significativo ritorno elettorale per il PLI, il mio attuale e precario incarico, al quale in occasione del Congresso del marzo scorso ho già invano rinunziato per ben tre volte, sarebbe da subito a disposizione.
    Ma se il problema è politico, e se la preoccupazione sottesa alla domanda è che quell’antico mio incarico mi congelerebbe in un ruolo di supporto dell’ordine giudiziario, mi basterà ricordare che la mia presenza nel CSM non mi ha impedito, né allora né dopo, di battermi per la responsabilità civile dei magistrati (di quel referendum ero stato per l’appunto tra i promotori come vicesegretario del PLI nel 1986), per la separazione delle carriere di giudici e PM, per una nuova regolamentazione della responsabilità disciplinare dei magistrati, e per tanti altri problemi del pianeta Giustizia, in termini che ho da ultimo formalizzato in una serie di “Proposte liberali per la Giustizia rapida e giusta”, che ho indirizzato al Ministro Severino con una mia lettera del 31 gennaio scorso, garbatamente riscontrata dal Ministro ma rimasta sostanzialmente inevasa.

    3) E vengo alla prima domanda, inizialmente tralasciata (“se cioè sia imprescindibile riunirsi sotto il vessillo del PLI o se sia possibile discutere la costituzione di un “nuovo” partito”), alla quale posso ovviamente rispondere solo per la parte che mi riguarda, essendo lo scioglimento del PLI di stretta competenza di un apposito Congresso Nazionale straordinario (art. 35 Statuto PLI).
    Quella della creazione di un nuovo partito è ormai un “mantra” della pubblicistica liberale, ed in particolare dei movimenti per lo più “uni personali” che si vanno diffondendo, specie sul web; sulle ragioni che originano questa singolare richiestacredo di avere già dato una parziale risposta nel mio precedente post.
    La riflessione che mi viene da aggiungere è la seguente: se il nuovo partito sarà e/o si chiamerà “liberale”, mi chiedo perché mai non debba essere possibile cominciare il percorso utilizzando proprio il partito che c’è già (il PLI, con le sue modeste ma esistenti strutture materiali, informatiche ed umane), magari per cambiarlo radicalmente, con appositi accordi preventivi, nel suo modo di proporsi e nei suoi dirigenti, e sempre ferma restando la “forma partito” e la “linea politica”; e se invece il nuovo partito non sarà e/o non si chiamerà liberale, mi chiedo per quale strano motivo il PLI dovrebbe dissolversi in una diversa compagine a beneficio di una linea politica che non gli appartiene.
    Avendo già malauguratamente partecipato, nel febbraio del 1994, allo scioglimento del PLI di allora, nella sincera speranza che ne venisse qualcosa di più e di meglio, speranza poi vanificata dagli eventi successivi, sono assolutamente scettico di fronte alla possibilità di ripetere quell’errore, e cercherò di rappresentare questa posizione nella sede competente, se mai si porrà.
    Ciò non toglie che il PLI, pur continuando ad esistere come tale, possa federarsi con altre forze politiche aventi la medesima ispirazione ideale, in virtù di specifici accordi deliberati dalla Direzione Nazionale e ratificati dal Consiglio Nazionale (art. 1.8 Statuto), dando così luogo anche ad un nuovo soggetto politico; ovviamente, per una cosa del genere occorre che altri movimenti politici del genere abbiano la medesima volontà; se ci sono, che si palesino pubblicamente, e ne discuteremo.
    Altra e ben più semplice cosa è quella della modifica del simbolo del Partito, questione che attiene alla mera opportunità di presentarsi all’elettorato in forma più moderna ed accattivante, decisione questa che lo Statuto del PLI attribuisce alla competenza della Direzione Nazionale senza necessità di ricorrere alla procedura delle modifiche statutarie (art. 1.7 Statuto).
    Ma, anche per fare questa semplice cosa, occorre che ne valga la pena, e cioè che ci sia la ragionevole convinzione che questo gesto simbolico si accompagni ad una complessiva riaggregazione delle energie liberali disponibili, in termini che possano consentire al nuovo simbolo di divenire riferimento “sia per i liberali della diaspora del 1994, sia, e soprattutto, di quei tanti altri che, specie tra le nuove generazioni, sono oggi nuovi sostenitori del liberalismo democratico europeo ed internazionale, che trova le sue emblematiche espressioni nel Partito Europeo dei Liberali Democratici e Riformatori (ELDR) e nell’Internazionale Liberale (L. I.)”, nella conferma della “collocazione alternativa rispetto all’attuale bipolarismo italiano” e del proposito di costruire e rafforzare, tenendo conto delle esigenze scaturenti dalla normativa elettorale, “alleanze politiche ed elettorali sia coi movimenti dichiaratamente liberali, sia con tutte le altre espressioni laiche della politica e della società civile, disposte a costruire coi liberali l’Italia del Futuro”.
    Affermazioni, questo, che, non per niente, costituiscono la parte finale della mozione “Liberali per l’Italia del Futuro” approvata dall’ultimo Congresso Nazionale dello scorso mese di marzo.

  18. A Enzo Palumbo vorrei solo far notare che, differentemente da quanto dallo stesso scritto, ho contattato personalmente i dirigenti calabresi del PLI per dare la mia massima disponibilità a collaborare ad iniziative tematiche sul territorio(che non significava adesione al partito, come detto abbondantemente ai referenti regionali). Tramite il contatto fornitomi, ho organizzato un tavolo di raccolta firme per il referendum sulla legge elettorale. Personalmente (e tramite il referente calabrese indicatomi) ho richiesto a più riprese i moduli, ma dal PLI non sono mai stati inviati. Dopo di che i contatti si sono persi, il PLI non mi ha più contattato e io ho potuto riscontrare che sono del tutto assenti sul territorio. A me interessano le iniziative (che latitano), non i congressi o le cariche locali, e neppure le tessere. Chi del PLI mi ha contattato (sia dalla Calabria che dalla Puglia – e si, perchè mi è stato proposto persino di tesserarmi in Puglia, e non ho ancora capito chi ha dato il mio numero al referente pugliese) voleva solo una tessera da far pesare nell’ennesimo congresso farlocco, non potevo certo prestarmi ad un gioco simile. Il problema è proprio che ogni soggetto vuole mantenere queste piccole ed autoreferenziali posizioni di potere, la risposta di Palumbo è l’ennesima dimostrazione di perchè si sia arrivati a questo livello in Italia. Saluti liberali.

  19. enzo palumbo scrive:

    Caro Impusino, la storia va raccontata tutta, secondo il suo andamento cronologico, che inizia nell’aprile del 2011, allorché è comparso sul sito del PLI un Suo commento nel quale Lei lamentava che, all’inizio del 2009, proprio in vista del Congresso che si sarebbe celebrato di lì a poco nel mese di febbraio, aveva tentato di iscriversi al PLI senza riuscirci per indisponibilità del dirigente locale dell’epoca.
    Avendo letto la Sua giusta lagnanza, ho subito postato sul Suo Blog Liberlex (28 aprile 2011, h. 6,57) il seguente commento: “Ho letto il commento di Carmelo Impusino sul sito del PLI e scrivo per dichiararmi dispiaciuto che sia rimasto disatteso il suo tentativo di contattare un responsabile locale del PLI, fatto oltre due anni or sono, in prossimità del Congresso nazionale del 2009. Da allora la situazione del PLI è totalmente cambiata, particolarmente in Calabria. Dopo avere visitato il suo interessante blog, vorrei pregarlo di farmi avere la sua mail personale, in modo da stabilire un contatto che, questa volta, sarà certamente più produttivo. Cordialmente”
    Nel postare il commento, ho ovviamente indicato la mia mail personale, sperando di essere raggiunto da un Suo messaggio.
    Rispondendo sul sito del PLI, ho poi aggiunto quanto segue a proposito del dirigente locale che aveva disatteso la sua richiesta: “E’ possibile che si sia trattato della stessa persona che, dopo l’esito del Congresso, da lui non condiviso, ha abbandonato il Partito. Oggi esiste invece una Segreteria Regionale funzionante nella persona dell’amico Eugenio Barca, di Cosenza, che sono certo sarebbe ben lieto di raccogliere l’adesione di Impusino e di tanti altri come lui”.

    Nell’occasione sono tornato a sollecitare un contatto sulla mia mail personale, ma, da allora, non ho più saputo nulla, sino all’altro ieri, allorché ho letto il Suo articolo sulla necessità di riunire i liberali, con l’obiettivo di “Unirsi per contare e governare il Paese”.
    Ho così appreso che Lei, nei colloqui dello scorso anno coi dirigenti PLI di Cosenza,si era detto indisponibile quanto all’iscrizione al Partito (il che è esattamente il contrario di ciò che aveva mosso la sua originaria lagnanza), ma aveva dato la Sua disponibilità per la raccolta delle firme per il referendum antiporcellum, tuttavia lamentando che non Le siano stati trasmessi i relativi moduli (perché il PLI di Cosenza più non ne disponeva).
    Mi pare dunque di capire che l’attivazione del contatto, e poi la sua interruzione, riguardino soltanto il periodo della campagna referendaria antiporcellum, che è iniziata alla fine di luglio 2011 ed proseguita sino alla metà di settembre, anche ad iniziativa del PLI, che ne è stato tra i promotori e vi ha contribuito in termini significativi, raccogliendo, con le sue modestissime strutture, oltre settantamila firme (circa il 6% su un totale di 1.200.000), e che mi ha visto impegnato in prima persona a difendere le ragioni referendarie in tutte le sedi, scientifiche, politiche ed istituzionali, e poi anche come patrocinatore del Comitato dinanzi alla Corte Costituzionale.
    Come ho già scritto, insieme ai nominativi degli amici calabresi, Le avevo anche indicato la mia mail personale (che, per ogni eventualità, nuovamente Le segnalo: vincenzo.palumbo39@virgilio.it), e mi ero detto disponibile per un contatto personale ed anche per un incontro (abitando entrambi ad un tiro di schioppo, Lei a Melicucco, io a Messina).
    Sarebbe stato così possibile parlare di eventuali iniziative comuni, a cominciare da quella poi sviluppatasi col referendum, e nell’occasione, avrei potuto fornirle tutti i moduli che Le servivano, ancorché gli stessi fossero agevolmente reperibili presso ogni comune, e tra questi certamente anche il Suo, come anche presso la Sede Nazionale del PLI (tel./fax 06.45505081, e-mail partito.liberale@libero.it), che mi risulta abbia puntualmente evaso tutte le richieste pervenute, salvo disguidi sempre possibili.

    Quanto alla iscrizione al PLI, a me sembra naturale che un dirigente locale di un qualsiasi partito si occupi,oltre che di fare politica sul territorio, anche di fare proselitismo, che costituisce un suo primario dovere verso il proprio Partito; parlo ovviamente dei partiti veri, quelli più o meno pesanti, e non di quelli liquidi in voga nella seconda Repubblica, che inevitabilmente finiscono per essere carismatici (nella migliore delle ipotesi) o padronali (nella peggiore)..
    Per altro, quando io ho auspicato la Sua adesione al PLI, basandomi sul fatto che in passato Lei aveva espresso una simile richiesta e si era lagnato che fosse rimasta inevasa, il problema del Congresso Nazionale del Partito neppure esisteva in termini di attualità, essendo stato esso programmato solo nell’autunno del 2011, convocato solo alla fine di gennaio 2012 e poi svolto alla fine di marzo 2012.

    Riepilogando, sul punto: all’inizio del 2009 Lei aveva chiesto di iscriversi al PLI, mentre era in vista quel Congresso Nazionale e si è poi giustamente lagnato del mancato riscontro; invece, nella primavera-estate del 2012 Lei ha rifiutato la proposta di iscriversi, e si sta ora lagnando (questa volta, credo, ingiustamente) di esserne stato richiesto e proprio mentre era in lontana programmazione il nuovo Congresso Nazionale.

    A parte ciò, il fatto di avere sollecitato la Sua iscrizione al PLI fa onore ai dirigenti locali, sia perché è in generale indicativo della loro volontà di sopperire alle carenze territoriali (che certo ci sono e che vanno colmate proprio con le adesione locali), sia perché quell’invito è significativo della loro disponibilità a coinvolgerLa nelle scelte precongressuali e, per conseguenza, anche in quelle congressuali.
    Ed è proprio questa circostanza, da Lei non gradita, quella che dimostra come il PLI sia tutt’altro che “autoreferenziale”, come Lei non si stanca di ripetere in ogni Suo scritto relativo al PLI.
    Se le parole hanno un senso, autoreferenziale è “chi cerca la giustificazione di sé solo in sé stesso, non curandosi d’altri o d’altro”, mentre un partito come il PLI, che celebra normalmente i suoi congressi ed in vista di essi mette in discussione i suoi dirigenti e ricerca adesioni all’esterno sulla sua linea politica è tutto fuorché “autoreferenziale”, proprio perché cerca di relazionarsi cogli altri piuttosto che compiacersi e rinchiudersi in sé stesso.
    Dalla lettura del Suo breve curriculum in calce all’articolo, ho ora appreso che Lei è già iscritto a ben due movimenti politici (Calabria Radicale e Futuro e Libertà per l’Italia), entrambi meritevoli di ogni rispetto.
    Avendo già due “case politiche” nelle quali abitare, ben comprendo come Lei non sia più interessato ad entrare nel PLI, come pure Lei intendeva fare all’inizio del 2009 e come io nella primavera del 2011 avevo capito che volesse ancora fare, dopo avere letto e per lo più apprezzato i Suoi articoli.
    Ma allora, per favore, se non è interessato al PLI, cerchi almeno di non fare la predica ai pochi liberali che, contro ogni personale convenienza, hanno scelto di restare in casa propria, anche se piccola e scomoda, cercando di implementarla e migliorarla..
    E, se vuole e più Le piace, continui pure a dissertare periodicamente sulla necessità che i liberali si ritrovino in una casa comune, ovviamente purché questa casa non sia il PLI, considerata troppo piccola per le proprie visioni della vita politica, rese manifeste dal titolo del Suo articolo.
    Pensavo che questo atteggiamento fosse presente solo nei liberali della diaspora, che non vogliono riconoscere di essersi sbagliati quando hanno abbandonato il PLI e che sono sempre in cerca di qualcosa di “grosso” in cui potere “contare e governare”; ma vedo che alberga anche tra i più giovani.
    Agli uni ed agli altri sembra che la cosa che più dispiace sia che un soggetto identitario liberale organizzato già esista, forse perché ciò delegittima la loro illusione verso un nuovo liberalismo di massa, che l’Italia ha già tristemente sperimentato col berlusconismo.
    Quello che a me premeva di ripetere a Lei e di fare sapere ai lettori di questo giornale è che, per chi vuole, una casa liberale c’è già, aperta e fruibile, ed è il PLI; liberissimo restando poi ognuno di fare le sue scelte, aderirvi ovvero contestarlo, e, al limite, anche deriderlo, sostenendo che è “piccolo” (il che è vero) ed “autoreferenziale” (il che è falso).
    Ci siamo abituati e ce ne siamo fatta da tempo una ragione!

  20. Il “Caro” non era necessario, sono pur sempre un radicale in FLI, e chi proviene da quell’area sa che di caro c’abbiamo solo la tessera. E’ vero che siamo “vicini territorialmente”, ma le assicuro che se avessi avuto voglia di incontrarla non ne avrei perso l’occasione. A pelle, però, di apprezzamento verso il suo operato non ne ho mai avuto molto, e mi scusi se glielo confesso in maniera così diretta. E’ semplicissimo rispondere alle sue parole con una semplice constatazione: nella primavera 2012 (e premetto che la mia tessera di Calabria Radicale – che è un’associazione culturale, non un partito- risale ed è confermata dal 2010 ) avevo già assistito allo scempio di due congressi “incredibili” del PLI. Il primo al quale mi si era impedito di partecipare (anzi, non era stata accolta neppure l’iscrizione, temevate votassi per Taradash, per non farlo vincere avete imbarcato persino Guzzanti), al secondo (recentissimo) in cui è stato riconfermato l’attuale segretario con modalità pazzesche, che hanno leso le posizioni delle opposizioni interne e determinato una nuova diaspora nel già minuscolo movimento. Con tutto il rispetto parlando, dopo due esperienze del genere, non avrei mai accettato di tesserarmi al PLI, che è rimasto piccolo non per l’assenza di liberali in Italia, ma per i suoi piccoli dirigenti, che determinano divisioni invece di unioni. Per me il problema vero è aggregare, non mi importa quale sia il nome del soggetto aggregatore. Il nome Partito Liberale mi andrebbe benissimo, ma cosa c’è di liberale nella condotta tenuta dalla dirigenza del suo partito negli ultimi venti anni? De Luca sta in sella da un tempo maggiore rispetto a Berlusconi, il partito non è mai riuscito a superare lo zero virgola con voi alla guida. Se tenete al futuro liberale, evitate di danneggiare gli avversari interni, evitate di farli scappare o di espellerli o , evitate di non accogliere adesioni in vista dei congressi per impedire che la democrazia possa spodestarvi dalle seggiole che ricoprite. Evitate, soprattutto, di boicottare ogni iniziativa che mira ad unire ed uscite dall’isolamento nel quale vi siete posti. Dentro FLI mi batto per l’unificazione dei liberali, affinchè tutti i soggetti ai quali sono vicino quotidianamente possano correre insieme. Sono liberale e radicale, non si stupisca se ho scelto Futuro e Libertà invece del PLI, che non ha fatto altro che deludere me (e tantissimi liberali) per anni ed anni. In FLI, peraltro, di doppiotesserati radicali ce ne sono tantissimi, nessuno mi ha mai impedito di partecipare alle azioni del Partito Radicale e di altre associazioni o movimenti liberali, nessuno mi ha mai posto “aut-aut”. C’è tolleranza piena in FLI da questo punto di vista, ognuno può rendersi utile alle iniziative in cui crede, senza dover dar conto delle proprie azioni. Posso comprendere che la mia mancata adesione le bruci. Prima ancora di iscrivermi mi è stata proposta la dirigenza provinciale, ma che avrei dovuto farmene? Farci una targhetta e esporla nel mio studio? L’ho detto subito al vostro referente che non volevo la tessera, ma collaborare ad iniziative, a convegni, a volantinaggi, a raccolta firme, a tutto ciò che può essere impegno puro e disinteressato. Sarà per quello che non sono stato più contattato? Avrei dovuto contattarli di nuovo io, soprattutto dopo aver assistito all’ultimo vostro congresso? Nel 2009 non mi avete voluto, sul vostro partito c’ho messo una pietra sopra, ho scelto altro e dovete farvene una ragione, giustificate ragioni mi hanno indotto a non voler sapere nulla della vostra tessera quando, tre anni dopo, me l’avete proposta. Meglio essere un semplice iscritto ad un soggetto che aggrega e lavoro sodo, che dirigente in un soggetto che divide e si ritiene portatore unico della cultura liberale, pretendendo di dover necessariamente conglobare tutti gli altri. Tali galloni dovete conquistarveli sul campo, non incollarveli su una giacchetta sbiadita, sperando che gli altri li notino. Buon lavoro, e se vi interessa lavorare venite a dare una mano ai progetti d’unificazione (che non mancano). Del progetto Fermare il Declino che ha da dirmi ? Perchè non aderite? Cosa non condividete? Perchè non ci siete? Sono queste le domande alle quali deve rispondere agli italiani e ai liberali.

  21. Per sua informazione: chi dei vostri mi ha telefonato nel 2012 da altre regioni (rispetto alla mia) per iscrivermi al PLI da “fuori sede”, non lo ha fatto per consentirmi di partecipare a fasi precongressuali e congressuali, o per amor di democrazia, ma sperando di avere più delegati in Congresso, per mandare a casa lei e De Luca. Non mi presto (e non mi presterei mai) a giochi del genere, neppure la scarsa considerazione nei confronti della dirigenza del PLI potrebbe mai giustificare condotte simili. Spero solo che tanti di voi possano ritrovarsi insieme ad altri liberali in una Casa grande e seria (chiamiamola come cavolo vi pare, ma facciamola).Saluti liberali.

  22. enzo palumbo scrive:

    Ometto il “caro”, visto che non lo gradisce.
    Vedo che si è innervosito, e non era mia intenzione provocare questa reazione (francamente inusitata) ma solo raccontare i fatti per come si sono svolti, nei termini che Lei ha implicitamente confermato, a ciò indotto proprio dalla Sua esplicita richiesta inviatami su FB.
    Il fatto che Lei non apprezzi ciò che sono e faccio nel PLI non diminuisce, per altro, il mio apprezzamento per buona parte di ciò che scrive nei suoi articoli, quando mostra di essere più calmo di quanto non appaia oggi nel Suo commento delle 10,24.
    Per il resto, Le ho già scritto, e Le confermo, che alle posizioni come la Sua “ci siamo abituati e ce ne siamo fatta da tempo una ragione”.

  23. Carmelo Palma scrive:

    Direi che la discussione sulle questioni interne del PLI può a questo punto continuare altrove, non in questo spazio-commenti (che ha ospitato abbastanza eccezionalmente commenti molto, molto lunghi) Senza nulla togliere e dare alle ragioni, ovviamente, di chi del tema vuole continuare altrove a discutere.

  24. Giovanni Sallicano scrive:

    Apprezzo lo sforzo di tutti, finalizzato alla “costruzione” piuttosto che alla divisione. Ciò detto, però, mi sembra che si stia ripercorrendo pedissequamente la via senza sbocchi della seconda metà del novecento, preoccupati solamente di sentirci e farci sentire “equidistanti”. Non è un buon segnale. Noi dobbiamo essere “liberali e democratici” e, non disponendo della maggioranza assoluta, siamo costretti ad allearci con chi è più vicino ai nostri programmi (se ci sono) e alle nostre aspettative (spesso molte, ma confuse). Ora, in questo mmomento storico. Vero è che anche il centro sinistra ha governato nell’ultimo ventennio, ma non mi pare che possano esserci dubbi che detto ventennio è stato per lo più caratterizzato dal nulla berlusconiano, che molti liberali -colpevolmente- purtroppo hanno avallato nel nome di un anacronistico anticomunismo, subendo fanfaronate e nefandezze. Preso atto doverosamente del panorama politico, quello attuale (non quello passato o quello paranormale del mondo dei sogni), dobbiamo trarre le necessarie conseguenze. Compresa la circostanza che il centro destra italiano costituisce la vera antipolitica, della specie più becera.
    L’italia (o quel che resta dell’idea della nazione) ha bisogno dei liberali, ma i liberali devono liberarsi dal sedimenti del secolo passato.
    Giovanni Sallicano

Trackbacks/Pingbacks