– Un altro importante passo è stato compiuto per colmare il gender gap del nostro Paese.

La scorsa settimana, infatti, il Consiglio dei ministri ha approvato “lo schema di regolamento con i termini e le modalità di attuazione della disciplina sulla parità di accesso agli organi di amministrazione e di controllo delle società pubbliche costituite in Italia (legge n. 120 del 2011)”.

Lo schema di regolamento, ora sottoposto al parere obbligatorio del Consiglio di Stato, prevede che gli statuti delle singole società a controllo pubblico siano modificati per assicurare l’equilibrio tra i generi, che si considera raggiunto quando il genere meno rappresentato all’interno dell’organo amministrativo o di controllo ottiene almeno un terzo dei componenti eletti.

Le ragioni alla base di questo provvedimento sono state esemplarmente illustrate dal Ministro Fornero: “la previsione di quote è un passaggio significativo, ancorché obbligato, per consentire l’effettiva partecipazione delle donne a momenti decisionali di così rilevanti attori economici, rimuovendo pregiudizi e conservatorismi anacronistici” e costituisce “un’altra importante tappa nel cammino verso l’affermazione di una nuova cultura della parità di genere”.

Infatti, l’opera di realizzazione del principio delle pari opportunità, che faticosamente e con pazienza è stata intrapresa dopo la sua introduzione nella nostra carta costituzionale, riceve un ulteriore impulso e inizia a presentare un chiaro e preciso quadro di riferimento.

In materia elettorale, ad esempio, abbiamo il successo del sistema campano della doppia preferenza di genere, che dopo aver superato lo scrutinio di costituzionalità, si pone come modello di confronto per la legislazione elettorale regionale, ma non solo.

Però i progressi più significativi sono stati compiuti in materia di formazione delle giunte degli enti locali e delle regioni, dove la giurisprudenza amministrativa e costituzionale ha ribadito la natura precettiva delle disposizioni statutarie, molto spesso vissute dagli operatori politici come mere elencazione di buoni propositi privi di efficacia vincolante. Per fortuna, non è così!

Ora tocca, come detto, alle società pubbliche.

L’insieme di queste misure dovrebbe migliorare una situazione ancora largamente insoddisfacente. Infatti, una nota del Consiglio dei Ministri, emanata in occasione dell’approvazione del predetto schema regolamentare, ci ricorda che “in base ai dati Eurostat del 2012, in Italia l’occupazione delle donne tra i 25 e i 54 anni è pari al 63,9%, circa 12 punti percentuali in meno rispetto alla media dell’Ue a 27. Anche i dati diffusi da Istat e Censis sulla presenza di donne nei consigli di amministrazione fotografano una realtà preoccupante: nel 2011 appena il 7% del totale dei componenti dei Cda delle società quotate contava una presenza femminile“.

Quindi un altro passo in avanti, ma di strada da fare ce n’è ancora tanta, troppa purtroppo.