di PIERCAMILLO FALASCA – Sovranamente, l’Italia ha scelto nel corso dei decenni di accumulare un debito pubblico – sovrano, appunto – di dimensioni pachidermiche, spesso per finanziare non solo spese di portata pluriennale, come le infrastrutture, che esplicano i propri benefici su un orizzonte temporale lungo, bensì per coprire spese correnti (di fatto chiedendo alle generazioni future di contribuenti, chiamate a restituire le risorse prese a prestito, di pagare i consumi delle generazioni precedenti). Sovranamente, abbiamo scelto di aderire – dopo un intenso cammino lungo il sentiero di una sempre maggiore integrazione commerciale ed economica – ad una valuta comune con altri paesi d’Europa, con relativi accordi di disciplina fiscale, rinunciando così ad una politica monetaria ballerina, beneficiando di migliori condizioni di accesso al credito internazionale ed eliminando molti dei costi di transazione negli scambi intraeuropei.

Sovranamente, però, da quel momento in poi, ce ne siamo infischiati di riformare e ammodernare nei tempi e nei modi opportuni la macchina pubblica, il sistema fiscale, le istituzioni del welfare, la regolazione del mercato del lavoro, la giustizia, il sistema formativo, le infrastrutture pubbliche e così via. Anche l’adesione all’euro, in fondo, era un debito sovrano: un’obbligazione che l’Italia, come tutti gli altri paesi membri peraltro, assumeva di fronte a sé stessa e agli altri “soci”. L’Italia che oggi si affanna a tagliare severamente la propria spesa pubblica non per ridurre la (altissima) pressione fiscale a lavoratori e imprese, ma per coprire gli altissimi tassi d’interesse sul debito, è un paese che ha sovranamente accettato di comprimere i propri margini di operatività di politica economica, esponendosi ai rischi che oggi corriamo. Per dirne una, persino negli anni in cui la crisi finanziaria già esplicava i suoi effetti tremendi nel mondo, il governo Berlusconi negava – sovranamente – la possibilità di contagio per l’economia italiana e per il bilancio pubblico.

Come ne usciremo? Da soli possiamo fare ancora molto, magari inaugurando in tempi relativamente rapidi una stagione di dismissione del patrimonio pubblico mobiliare e immobiliare, per aggredire in quota parte lo stock di debito. Così come dovremmo (anzi, dobbiamo), in tempi necessariamente più lunghi e con mezzi più complessi, creare le condizioni perché l’Italia torni ad essere un luogo sicuro, affidabile e profittevole per gli investimenti esteri. Tuttavia, è molto probabile che la cessione graduale, costante e “volontaria” di sovranità a favore dei creditori (il debito pubblico si chiama anche “sovrano”, non a caso) sia ormai giunta ad un livello tale che l’Italia non abbia più la forza di superare da sola la crisi fiscale conclamata in cui è precipitata, a meno che non si accetti di sostenere per molti lunghi anni il peso della contrazione dell’attività economica, la deflazione, l’emigrazione, la rinuncia ad alcuni dei più basilari pilastri dello stato sociale. Abbiamo bisogno di aiuto dall’esterno, ormai: per ottenerlo, dobbiamo essere capaci di offrire garanzie enormi (anzitutto, un quadro politico ed una prospettiva di governo futuro stabile e affidabile nelle decisioni da assumere) ed accettare le condizioni dell’aiuto, eventualmente negoziandole, ma senza considerarle un attentato alla sovranità, ancora una volta. Si può fare altrimenti? Certo, sovranamente c’è sempre la scelta di ripudiare in tutto o in parte il debito detenuto dai creditori, che in maggioranza peraltro sono cittadini italiani. La sovranità non è fare ciò che si vuole, come la classe politica italiana ha fatto per decenni. La vera sovranità è saper responsabilmente fare ciò che si deve.

 

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