Dalle Olimpiadi un insegnamento contro la politica delle “quote”

- La cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Londra ha riportato per un breve lasso di tempo alla ribalta una piccola porzione di Africa che l’inesorabilità dei trend politici e demografici sembrava aver consegnato definitivamente alla storia passata. Davanti alla Regina qualche giorno fa ha sfilato anche l’Africa bianca – hanno sfilato atleti con la pelle chiara che chiamano casa Nairobi, Harare o Mbabane.

Quattro paese dell’Africa nera sono stati rappresentati da portabandiera di origine europea, il Kenya, la Namibia, lo Swaziland e lo Zimbabwe. Inoltre, due paesi dell’Africa Australe, il Sudafrica  ed ancora lo Zimbabwe, schieravano più atleti bianchi che atleti neri.

Ma queste Olimpiadi non sono solo certo un white man’s burden, perché se gli africani fanno il tifo per ragazze e ragazzi con la pelle bianca come Kirsty Coventry o il coraggioso Oscar Pistorius, americani, canadesi o britannici vanno in delirio per squadre di velocisti formate quasi interamente da atleti di colore.
Ma cosa hanno in comune i nuotatori bianchi del Sudafrica o dello Zimbabwe con i velocisti neri della squadra degli Stati Uniti? Una cosa senz’altro sì, quella di non entrarci nulla con qualsiasi considerazione di rappresentatività dei rispettivi paesi in termini puramente demografici e di proporzionalità etnica.

Una cosa bella dello sport è quello di essere rimasto in larga parte al riparo da determinate visioni di ingegneria sociale secondo cui è intrinsecamente ingiusto che determinati gruppi siano sovrarappresentati a scapito di altri in determinati ambiti. Nello sport vincono i migliori, e se per caso questi migliori non sono etnicamente “rappresentativi”, se non rispettano determinati criteri a priori di “diversità”, questo in fin dei conti non deve importare più di tanto.

Nei fatti, in qualsiasi ambito della vita umana i processi sociali lasciati a se stessi non conducono – il più delle volte – ad esiti di proporzionalità rispetto alla razza, al sesso o ad altri fattori come la classe sociale di appartenza.
Il fatto è che nello sport ci appare in genere normale porsi in una posizione di neutralità rispetto ad esiti non proporzionali, mentre, se esiti di questo tipo si determinano in politica o in economia, essi vengono sovente vissuti come una stortura che deve essere in qualche modo corretta.

Si dirà che nello sport, se non si produce un’uguaglianza dei punti di arrivo, per lo meno è soddisfatto il principio dell’uguaglianza dei punti di partenza. Le regole degli sport sono ben codificate e la competizione avviene alla luce del sole; quindi non ci sarebbe spazio per la “discriminazione” – mentre invece in altri ambiti della società alcuni gruppi etnici sono svantaggiati nei fatti da pregiudizi discriminatori che è necessario contrastare con quote ed azioni positive.

Questa argomentazione è, in realtà, abbastanza debole. L’uguaglianza di punti di partenza non esiste da nessuna parte, neppure nello sport.
Innanzitutto ci sono sport che presentano maggiori barriere all’ingresso di altri in termini di costi e questo fa sì che attingano in misura maggiore dai gruppi etnici più benestanti. Gli sport “di lusso” – quelli per i quali l’attrezzatura, l’accesso alle strutture e la possibilità di fruire di allenamenti di qualità costa di più – finiscono giocoforza per essere più bianchi degli sport “poveri”. Ed in certi paesi, specie in Africa, quasi tutti gli sport sono di per sé “di lusso”.

Poi, anche a prescindere da quanto costa fare sport, ci sono una serie di fattori legati alle dinamiche di socializzazione tra i giovani, cioè ai meccanismi di imitazione tra persone che condividano lo stesso background e che possono rendere determinati ambienti sportivi più aperti o (magari) più ostili nei confronti di chi abbia la pelle di un certo colore.
E’ interessante, ad esempio, mettere a confronto le nazionali francesi di calcio e di rugby. Si tratta di due sport tutto sommato simili, eppure nel calcio i giocatori francesi sono quasi tutti neri o magrebini, mentre il rugby attinge prevalentemente a francesi etnici, alla France de souche – una differenza che può essere spiegata solo attraverso con l’esistenza di determinati circuiti socio-culturali che condizionano in un senso o in un altro lo sviluppo sportivo dei giovani.

Insomma, volendo guardare all’attività sportiva con le stesse lenti politicamente corrette che molti vorrebbero applicare ad altri ambiti della società, ci sarebbe senz’altro tutto lo spazio per entrare a gamba tesa con esperimenti volti a “riproporzionalizzare” lo sport ed a renderlo più etnicamente “diverso” e “rappresentativo”. Ad esempio nella staffetta 4×100 gli americani potrebbero scegliere di schierare 3 bianchi ed un nero, mentre il Sudafrica non dovrebbe portare in piscina più di un bianco ogni 10.

Intendiamoci, l’idea di quote razziali nello sport in qualche caso è balenata. In Sudafrica la questione delle quote nere tra gli Springboks, la nazionale di rugby, è effettivamente oggetto di dibattito, mentre in Francia qualcuno si era persino inventato l’idea delle quote bianche nel calcio, per evitare che i ragazzini bianchi fossero scoraggiati dall’intraprendere quello sport per paura di sentirsi un corpo estraneo in spogliatoi interamente composti da figli di immigrati.

Tuttavia, al di là di casi minoritari, finora le competizioni sportive sono rimaste libere dall’ossessione costruttivista delle “azioni positive”.

In fondo siamo un po’ tutti d’accordo che negare a qualcuno la possibilità di gareggiare perché quelli con il suo colore della pelle sono già “rappresentati” sarebbe prima di tutto una grandissima ingiustizia – e secondariamente sarebbe pure fortemente inefficiente nell’ottica complessiva del risultato di squadra.
Peccato, però, che queste due cose siano vere non solamente per lo sport, ma anche per qualsiasi altro ambito dell’economia e della società, anche per quelli nei quali molti invece ritengono necessari interventi politici di riequilibrio.

Per alcuni la ragione di questo atteggiamento diverso è che lo sport alla fine è solo un gioco dei cui esiti ci possiamo tutto sommato disinteressare in’ottica “politica”, mentre in altre sfere si fa sul serio e quindi non è possibile tollerare esiti distonici rispetto a determinati criteri di equità e di giustizia sociale.
In realtà è certamente vero che vi sono ambiti più importanti dello sport, ma è proprio perché sono più importanti che le conseguenze di “azioni positive” inefficienti possono essere ancora più nefaste per la competitività complessiva di un paese.

E’ interessante, da questo punto di vista, il caso estremo e paradigmatico dello Zimbabwe.
Tutte le medaglie olimpiche ottenute nella sua storia da questo stato africano sono state conseguite da atleti bianchi (anzi più esattamente da atlete bianche). E’ bello che Robert Mugabe non consideri la cosa minimamente un problema – è bello che si dica orgoglioso di quei successi e che abbia elevato la nuotratrice Kirsty Coventry ad eroina nazionale.

Se solo Mugabe avesse mantenuto lo stesso approccio race blind anche nel settore agricolo e non gli avesse fatto specie che la maggior parte delle fattorie commerciali del paese fossero possedute da farmer bianchi, oggi realisticamente potrebbe vantare ben più di qualche medaglia olimpica – potrebbe vantare una delle economie più ricche dell’Africa.

Invece il concetto che quei farmer di successo di sangue anglosassone fossero un pugno in un occhio, uno schiaffo al carattere africano del paese ha condotto ai drammatici espropri che hanno ridotto in ginocchio l’economia del paese e ridotto la ex-Rhodesia ad essere ormai uno dei paesi più poveri del mondo intero.

Quale prova migliore che anche l’economia, non solo lo sport, meriterebbe di essere tenuta al riparo dal concetto che determinati gruppi siano “colpevoli” di essere sovrarappresentati?


Autore: Marco Faraci

Nato a Pisa, 34 anni, ingegnere elettronico, executive master in business administration. Professionista nel campo delle telecomunicazioni. Saggista ed opinionista liberista, ha collaborato con giornali e riviste e curato libri sul pensiero politico liberale.

2 Responses to “Dalle Olimpiadi un insegnamento contro la politica delle “quote””

  1. vnd scrive:

    “Nello sport vincono i migliori, e se per caso questi migliori non sono etnicamente “rappresentativi”, se non rispettano determinati criteri a priori di “diversità”, questo in fin dei conti non deve importare più di tanto.”
    Il che non è del tutto esatto…
    Nello sport, in realtà come quella italiana, vincono i migliori tra coloro che appartengono ad una classe sociale che consente loro di fare sport.
    Ormai è cosa per ricchi. Ammesso che sia mai stata cosa per poveri. Rinunciare agli studi, per dedicarsi agli allenamenti non è un lusso per tutti.

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  1. [...] un’inaccettabile compromissione del criterio meritocratico. Qui si richiama il bellissimo articolo di Faraci. La sua argomentazione è chiara e persuasiva, ma manca completamente l’obiettivo. Prima di [...]