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Nicolini, l’intellettuale della leggerezza intelligente

– “L’ Italia al suo 150° compleanno ne ha viste tante da cadere in un brutto esaurimento… per riprendersi si è rifugiata sui monti della Svizzera… in Svizzera nascono gli ultimi miti dell’uomo contemporaneo, anziché da Saturno dalla Banca… I paradisi fiscali, il denaro che ritorna candido come la neve delle Alpi… ma nasce anche, con Guglielmo Tell, il mito della liberazione della Patria… “

Queste parole sembrano sbullonate, ma non lo sono, tutt’altro. Fanno parte dell’introduzione che Renato Nicolini ha scritto per il suo ultimo testo teatrale. Un testo che ha recitato, in prima persona, sul palco, con di fianco Ugo Gregoretti.

“Lo spettacolo è intorno a Goffredo Mameli, poeta morto giovanissimo per difendere con Garibaldi e Mazzini la Repubblica Romana, ed alcuni altri, tra cui l’eroico bisnonno del regista Ugo Gregoretti, anche lui combattente per Roma nel ’49, ed il mio stesso bisnonno garibaldino, Angelo Nicolino…
L’Italia di Mameli e del ’48 convive con l’Italia di Giovanni Prati, il cantore del piccolo grillo che vuole solo vivere in pace… Con gli studenti caduti a Curtatone e Montanara e vent’anni dopo già dimenticati dal Comune di Firenze… Col Mito moderno per eccellenza del Progresso, il Satana del Carducci… E con l’Ode alla pizza Margherita di mio nonno Angelo Nicolino, il poeta contadino.”

Chi ha potuto vedere questo spettacolo – sia a Spoleto, sia a Roma – si è ritrovato innanzi a due anziani intellettuali che si divertivano, con una sottigliezza culturale sottilmente e spaventosamente profonda. Roba d’altri tempi, verrebbe da dire, ahimé.

Nel suo testo Nicolini voleva raccontare “la Patria che incontra il Mito e il Il Mito che incontra la Patria”, e lo ha fatto nel suo straordinario modo – innalzando la cultura, nel senso di renderla visibile, ed al contempo sdrammatizzandola – costruendo una cosa alta per subito renderla orizzontale; facendo una bolla apparentemente retorica per poi bucarla e farla volare come un palloncino da bambini – dire ma dirlo a tutti e per tutti, senza gonfiare il petto, ma sgonfiandolo.

Il 12 giugno, nell’ultima replica dello spettacolo, Nicolini sembrava in gran forma. Sul palco sembrava citare Carmelo Bene, e con il suo ghigno un po’ ingenuo un po’ sardonico raccontava ciò che amava… tracce di una cultura dimenticata ma vitale, e lo faceva a mo’ di sfottò. Nicolini forse era così.

La cultura va presa sul serio, ma solo disimpegnandola dalla sterile seriosità si riuscirà a mantenerla e a renderla vitale. Per Nicolini la cultura era festa, carnevale, ribaltamento della realtà, delle contingenze storiche. La sua intuizione di portare in strada la gente che il terrorismo e la sclerosi politica voleva chiusa in casa… ecco come si ribalta il contingente… con le suggestioni, con le performance culturali, dando cibo alle sinapsi.

Chi sbarra le finestre e chiude i portoni uccide l’immaginario, e chi uccide l’immaginario uccide il popolo. Questa era una idea Nicoliniana che molti amministratori pubblici dovrebbero tatuarsi sul braccio, invece di chiudere le Fondazioni, abolire gli avvenimenti culturali e sprangare le Notti Bianche. Questi aridi funzionari del potere, questi palafrenieri della sclerosi culturale immaginano le città come metafora della loro propria grettezza culturale, Nicolini no. Era l’inverso di questa piccolezza. Nicolini voleva liberare le energie, far vivere le cose e le idee, lanciare il pensiero in circolo. Ma senza dogmatismi, senza pretesti, senza secondi fini… come va va. Chi poteva capire capiva, e chi non poteva capire era comunque spinto a pensare.

Nicolini era un grande sacerdote dell’asistematicità culturale. Era un intellettuale che ricordava certi intellettuali alla francese. Ne avremmo così bisogno oggi, e domani, mentre ci poniamo e ci porremo la dolorosa domanda: “ma in Italia, gli intellettuali, quelli veri, ma dove son finiti? Ma ci sono ancora?”

Nell’ultima replica del suo spettacolo ho visto Renato Nicolini prendere gli applausi, poi riprendere gli applausi, e poi continuare a rimanere sul palco – non voleva andar via. Guardava. Era lì, con uno sguardo tenero, vivace, malinconico, ironico. Sapeva di morire. Stava salutando i suoi amici e il mondo, a modo suo, lanciando suggestioni, con profondissima volatile densissima leggerezza.


Autore: Francesco Linguiti

Si occupa di produzione culturale. È autore nella produzione audiovisiva. È docente di semiologia del testo.

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