Categorized | Economia e mercato

Il vero spread è quello degli interessi

– Ormai tutti sanno a cosa ci si riferisce quando si parla di spread.
Questo indicatore offre spunti ai mezzi di informazione che hanno gioco facile nel realizzare aperture di giornali e telegiornali sul tema. Tuttavia, la storia viene sempre raccontata a metà visto che si parla solo dello spread di Grecia, Italia, Spagna e Portogallo. Lo spread è un differenziale e dare un’occhiata a cosa accade anche all’altro estremo sul quale si misura questo differenziale può essere utile per capire perchè la crisi dell’eurozona sembra essersi incartata in una spirale senza fine.

Le cause del differenziale per rifinanziare il debito che paghiamo rispetto alla Germania sono sostanzialmente due.
La prima è interna e possiamo solo ringraziare i nostri amministratori per il danno creato soprattutto nelle ultime due decadi. La nostra classe dirigente non ha saputo gestire i conti pubblici e la competitività del paese, e così, alla prima crisi internazionale vera, i mercati hanno abbandonato in massa l’Italia ritenuta un soggetto poco affidabile a cui dare i soldi.

Elucubrazioni sulla speculazione c’entrano davvero poco con il problema, voi prestereste soldi ad una persona di cui non vi fidate? L’Italia sui mercati internazionali soffre di questo problema, quindi i mercati non stanno “speculando”, ma ci ricordano che quando andiamo a votare dovremmo scegliere bene da chi farci amministrare.

La seconda causa è strutturale, come già scritto tante volte, e dipende dall’architettura dell’euro. Non esistono meccanismi di redistribuzione fiscale, non esiste un modo per legare un debito comune ad una moneta comune, e gli stati devono cavarsela da soli nel rifinanziare i debiti che fanno. La nota storica è che questa fu proprio una decisione degli stati membri. Furono le capitali a voler mantere un saldo controllo sui propri bilanci, quindi a coloro che oggi urlano contro l’Unione Europea e l’euro voglio ricordare che è per colpa dell’antieuropeismo se l’integrazione non è stata fatta nel modo ottimale. Tuttavia, questa nota storica non risolve l’eurocrisi.

La soluzione oggi può essere solo europea e passa attraverso una devoluzione importante di poteri alle istituzioni comunitarie ed una comunitarizzazione del debito con un tasso di interesse unico per i paesi dell’euro. In questa chiave di lettura il nocciolo della questione è che se lo spread si abbassa per l’Italia, significa che i tassi di interesse si alzeranno per altri paesi che, naturalmente, si oppongono a questa soluzione. E quali sono questi paesi?

Visto che lo spread si calcola sul dato tedesco, la Germania è il primo paese a trarre vantaggio da questa situazione con un tasso di interesse di 1,3% (i dati sono a giugno 2012). Poi vengono la Finlandia con 1,76, il Lussemburgo con 1,82, l’Olanda con 1,93 e l’Austria con 2,29. I bilanci pubblici sono i primi a trarre beneficio da questa situazione, e lo sanno bene l’Italia costretta a pagare il 5,9% sul suo debito, la Spagna il 7, il Portogallo l’11 e la Grecia il 28.

Se dovessimo mettere tutti i debiti dell’eurozona in un unico paniere, il tasso di interesse tenderebbe a convergere. Facendo una media rozza dei tassi di interesse di 16 paesi della zona euro (Estonia esclusa) calcoliamo che la media si avvicina al 6%. Questa cifra è probabilmente una stima al rialzo, quindi possiamo ipotizzare di avere un tasso di interesse tendente al 4%: cosa significherebbe questo per i paesi euro-forti?

Sarebbe una bella mazzata. Con tassi al 4% la Germania pagherebbe quasi 60 miliardi di euro in più all’anno per rifinanziare il proprio debito pubblico, la Finlandia 2, il Lussemburgo 160 milioni, l’Olanda 8 miliardi, la Francia 24 e l’Austria 3,5. Sono stime calcolate su tutto lo stock di debito pubblico, ma sono numeri importanti sui quali i governi nazionali non possono non fare i conti. I paesi euro-deboli, fra i quali l’Italia, trarrebbero grande vantaggio da un tasso di interesse uniforme convergente verso il 4%, risparmiando qualcosa nell’ordine di 35 miliardi l’anno in spese per interessi, la Spagna 25 e la Grecia oltre gli 80 miliardi (dato gonfiato dalla situazione innaturale, ma vera, dalla crisi di questi mesi).

Con queste cifre non sorprende che l’Europa stia vivendo una fase di stallo. I paesi euro-forti non solo hanno il timore di condividere le spese di un debito che non hanno contratto loro, ma hanno l’interesse a fare in modo che questa situazione non cambi. In teoria, una moneta unica dovrebbe unificare il tasso di rifinanziamento, mentre la costruzione dell’euro attuale accentua le differenze e crea una forza attrattiva dei mercati verso quei paesi che paiono più affidabili. In altre parole è grazie al cortocircuito dell’euro che i paesi euro-forti hanno tassi di interesse così bassi (basta vedere la serie storica dal 1992 per rendersene conto).

Il governo italiano può e deve fare di più per fermare il declino dell’Italia, ma la condizione che deve cambiare nel breve si trova in Europa ed il grande conflitto di interesse fra i paesi che hanno bassi tassi e quelli che pagano tantissimo per rifinanziarsi blocca ogni tentativo di risoluzione del problema. Vi sono in molti che pensano di poter lucrare da questa situazione, ma l’Europa oggi è come il Titanic con i passeggeri in prima classe che ballano pensando di essere al sicuro, dimenticando che l’Europa è una grande barca. Se affondiamo gli euro-deboli, affondano tutti.

Dati Eurostat sul PIL del 2011
Dati Banca Centrale Europea sugli interessi (anche nel grafico riportato sotto)


Autore: Francesco Giumelli

32 anni, insegna Relazioni Internazionali e Studi Europei alla Metropolitan University Prague. Studia e si occupa di conflitti, politica estera e sanzioni internazionali. Autore di "Coercing, Constraining and Signalling. Explaining UN and EU Sanctions after the Cold War" con ECPR Press e curatore del blog Tucidide (tucidide.giumelli.org).

Comments are closed.