di CARMELO PALMA – Il “salvataggio” dei paesi che la crisi dei debiti sovrani potrebbe condurre al default non è una forma di solidarietà europea che risponde ad una visione sovranazionale – e per l’appunto europea – degli equilibri dell’eurozona, ma è la prosecuzione del nazionalismo (tedesco) con altri mezzi. Con l’euro i tedeschi hanno costruito un’Europa a propria immagine e somiglianza. L’Ue non ha unito l’Europa, ma l’ha divisa secondo il confine sostanzialmente politico dei divari di competitività. Ora il commissariamento dei paesi mediterranei – l’altra faccia del “salvataggio” – è il prezzo del ricatto.

Questa, nella sostanza, è la sintesi che non solo nella pancia della rivolta antipolitica e antieuropea, ma nella testa delle classi dirigenti politicamente alfabetizzate e sensibili al tema della “sovranità nazionale” si va facendo delle discussioni in sede Ue sui piani di salvataggio dell’Europa mediterranea. Se i difetti di fabbrica dell’eurozona rispondano davvero ad un disegno “tedesco” è questione quanto mai opinabile. L’unione monetaria nacque piuttosto come progetto “francese” e come  dispositivo di sicurezza contro e non a vantaggio della Germania riunificata, che Mitterand riteneva di dovere integrare (e imprigionare) nella costruzione europea, secondo uno sviluppo, tutto sommato coerente, dei principi dell’europeismo post-bellico.

La germanizzazione delle istituzioni comuni e del modello di integrazione europea fu piuttosto il compromesso accordato alle paure tedesche. L’ortodossia monetaria fu il frutto di uno scambio, non un’imposizione imperiale contro Paesi – quelli dell’Europa mediterranea – che la Germania non voleva affatto dominare attraverso l’euro, ma al contrario escludere dall’area euro. Ai tempi, con la scelta di una BCE “modello Bundesbank non fummo noi, ma la Francia a rinunciare a qualcosa.

Comunque la questione nazionale e, se così vogliamo dire, “patriottica” per quanto riguarda l’Italia oggi non è affatto una questione di sovranità. Per fermarci alla storia del secondo dopoguerra l’Italia ha funzionato quando un vincolo o una tutela “esterna” ne ha orientato e intrappolato la frustrazione e l’inclinazione nazionalistica. La sovranità ci ha regalato l’illusione dell’eccezione, l’interdipendenza la consapevolezza della normalità. Il “primato della politica” ha accomodato gli italiani nell’idea che i loro difetti (una scarsa offerta di lavoro, un welfare discriminatorio, un’economia corporativa, un investimento striminzito e scadente nella formazione del capitale umano…) fossero caratteri nazionali e le virtù suggerite dalla ragionevolezza e dalla necessità imposizioni prepotenti di “potenze straniere”. Il sistema pensionistico che abbiamo tenuto in piedi ben oltre il possibile – la democrazia contro la demografia – è un monumento imperituro a questo ideale di sovranità.

La sovranità nazionale è un attrezzo archeologico e inefficiente, che poco aiuta a dirimere e a risolvere le questioni politiche e di diritto della società e del mercato globale. Ma per un Paese come l’Italia è decisamente peggio. E’ un mito autoconsolatorio che scava la fossa in cui rischiamo di finire seppelliti senza alcuna consolazione. La cosa più patriottica da fare – per il bene, il benessere e la libertà degli italiani – è fare i conti con la realtà della nostra debolezza e dei suoi possibili (ripetiamo: possibili) rimedi.