Bologna, la “strage di Stato” diventata “verità di Stato”

di CARMELO PALMA – Nel Paese delle “stragi di Stato” – le carneficine politiche di cui si contesta da sempre e con qualche ragione la responsabilità o la complicità di un potere legittimo, ma illegale, statuale, ma eversivo: non solo dei fascisti, insomma, ma degli apparati fascisti dello Stato  – c’è una strage (quella della stazione di Bologna del 2 agosto 1980) che è invece diventata un’insopportabile “verità di Stato”.

E’ questa, certo, una strage anomala, se non altro perché sola ha trovato, per così dire, giustizia con una sentenza più che discutibile al termine di una delle più sconclusionate vicende giudiziarie della storia italiana. E’ ovviamente una “strage fascista” come si disse da subito e come infine venne, per così dire, dimostrato con la condanna degli esecutori materiali, due terroristi neofascisti da manuale, Francesca Mambro e Valerio Fioravanti. Ma è anche una strage “intoccabile”, in cui la verità giudiziaria – su chi sia stato e chi l’abbia voluta – soppianta quella storica e la sostituisce nella vulgata storiografica e nel senso comune della sinistra, malgrado tra tutte le “stragi di Stato” sia quella in cui meno, nel prima e nel dopo, le trame nere abbiano lasciato tracce visibili.

A distanza di trentadue anni dai fatti e di diciassette dalla sentenza definitiva la memoria della strage rimane penosamente carcerata nella devozione conformistica alla “verità giudiziaria”. Se si manca di rispetto ai giudici, si manca di rispetto ai morti (su questa base, ad esempio, la verità su via D’Amelio sarebbe quella di Scarantino – e guai a chi la tocca). Se si sollevano ipotesi, con argomenti e documenti robusti, sul come e sul perché dei fatti diverse da quelle che la teoria della “strage fascista” ha preteso e infine ottenuto, si congiura per l’ennesimo depistaggio.

Ne sa qualcosa Enzo Raisi, che ha raccolto in un libro di prossima pubblicazione i risultati di una ricerca effettuata anche sugli archivi della commissione Mitrokhin e che in base a molti documenti inediti suggerisce una diversa ricostruzione dei fatti, ricollegandola alla cosiddetta “pista palestinese” e all’internazionale terrorista di Carlos. E’ una ipotesi discutibile, ma non più di quella comprovata dalle sentenze e decisamente più aperta. Non conclude su chi sia stato a far esplodere la bomba né perché la bomba sia esplosa, ma raccoglie elementi “sensibili” su chi fosse intorno e dentro la stazione quando la bomba, casualmente o no, è scoppiata.

Nondimeno Raisi è rimasto imprigionato anche lui, come tutti, nella trappola della “verità di Stato”, che gli riserva il ruolo del fascista che difende i fascisti, del personaggio “squallido che merita solo disprezzo” come ha detto tranquillamente nel corso della cerimonia ufficiale il Presidente dell’Associazione dei parenti delle vittime, Bolognesi.

Gli anni di piombo hanno inflitto all’Italia un duplice “secondo tempo”. Prima della guerra civile antifascista, poi del dopoguerra incivile post-fascista, in una lunga scia di violenze e di verità ufficiali. Non si può eccepire nulla sulla condanna di Sofri, senza che un “nero” (per dire, Gasparri) denunci la compromissione morale dei suoi “amici rossi”. E non si può discutere la condanna (troppo) esemplare di due esponenti del terrore nichilista degli anni ’70 senza incappare in un accusa di revisionismo filo-stragista. Ciascuno ha accatastato i propri morti e le proprie verità – e guai a chi le tocca. Ma se la verità non si può “toccare” – cioè discutere, verificare e saggiare in base ad ipotesi diverse – non può essere vera.


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

One Response to “Bologna, la “strage di Stato” diventata “verità di Stato””

  1. lodovico scrive:

    La nostra è una Magistratura “creativa”. Interpreta la legge e nel farlo scopre molte “verità”. Verità di Stato, Verità processuale” Verità logica” Verità presunta, Verità dopo tutti gli appelli, Verità nel riproporre in maniera indefinita lo stesso processo.
    Forse meglio sarebbe che i giudici desistessero dalla Verità e che indirizzassero i loro sforzi nell’individuare i non colpevoli oltre ogni ragionevole dubbio. Se la Giustizia è un fatto opinabile almeno si abbia un’ingiustizia uguale per tutti.

Trackbacks/Pingbacks