Una nuova élite per diventare cittadini

– “Dobbiamo tornare a dividerci. Non è vero che tutto è uguale. Il mondo è diviso tra coloro che ritengono di sapere meglio di me qual è il mio bene e coloro che ritengono che la scelta vada lasciata ad ogni individuo. Questa deve diventare una discriminazione ideologica”.

Parole scritte da Nicola Rossi, professore di economia e senatore del gruppo misto (ex Pd) nella prefazione alla raccolta di saggi, edita dall’Istituto Bruno Leoni, intitolata Sudditi. Un programma per i prossimi 50 anni (pagg. 260, euro 20).

Una serie di contributi su un ventaglio di temi, dalle tasse all’urbanistica, legati tra loro da un minimo comun denominatore. Sempre in questi ambiti lo Stato è il sovrano, spesso assoluto, e il cittadino è il suddito. Un rapporto di parità mai raggiunto, perché, in realtà, mai cercato. L’idea di fondo della politica e della pubblica amministrazione italiane è che lo Stato e chi lo occupa sappia sempre quale sia il bene dei cittadini e per questo sia legittimato a limitarne le libertà.

Un tema, quello delle libertà, del bene preconfezionato, come si sa attualissimo nello scenario politico. Nel quale partiti piccoli e grandi, soprattutto nell’alveo del centrosinistra fanno a gara, proponendo “cosa” e “come” fare. Proprio per questo, sostiene convintamente Rossi, è necessario creare uno spazio contrario, che privilegi le libertà di cittadini non più sudditi. Eliminando quella contrapposizione perpetua tra un “supersoggetto”, come lo definisce in uno dei saggi il filosofo del diritto Giorgio Rebuffa, e il cittadino senza diritti individuali.

E’ probabilmente questa ricerca, quasi disperata, di un nuovo contenitore nel quale la politica ritrovi la sua antica essenza, riacquistando il favore degli elettori, che alimenta nuove formazioni. Rassemblement più o meno realmente nuovi, anche trasversali agli attuali soggetti politici.

Contestualmente a questo rimescolamento di nomi di persone e sigle, forse al fondo di questo tsunami pienamente attivo, si intrecciano problemi strutturali. Ai piani alti e a quelli bassi. Inestricabili grovigli di irrisolte criticità che riguardano le classi dirigenti, le élite, ma anche la società, il popolo dei votanti.

Da un lato una classe dirigente che, come recentemente ha rilevato Carlo Galli (I riluttanti, Laterza, Pagg. 142, euro 14,00), sembra contraddistinguersi per un tratto essenziale, la riluttanza. Intesa come cinismo, apatia, mancanza di cultura, sottovalutazione del ruolo necessario della politica o della sua funzione universale. Pur dovendo fare attenzione a non cadere nel tranello delle facili e qualunquiste generalizzazioni. Non sarebbe rispettoso della realtà ignorare che accanto ai “riluttanti”, esistono nelle élite politiche, in quelle sociali e in quelle imprenditoriali, parti non trascurabili, né per entità numerica né per acutezza di pensiero.

Non può ignorarsi che esiste un pensiero liberale che, seppur lentamente, faticosamente, sembra farsi strada. Un pensiero che è stato danneggiato forse più che dallo pseudo-liberalismo di Berlusconi, dai paladini dell’antiberlusconismo, dalle ultra-élite morali e intellettuali.

Dall’altro lato il popolo dei votanti, ad intermittenza e a seconda delle circostanze, indignati e attratti dal potere. Affascinati e blanditi dalla possibilità di favori. Su questo rapporto equivoco si sono in fondo giocati tanti decenni della nostra Storia post-unitaria. Non solo nel vituperato Mezzogiorno. Così questo rapporto di dipendenza ha pian piano svuotato della sua forza proprio il popolo dei votanti, privandolo in sostanza dell’unico strumento a sua disposizione. Quello del voto.

Proprio per questi motivi l’Italia ha finito per trovarsi sull’orlo del baratro. A causa di un processo di progressivo logoramento dei suoi capisaldi, che lentamente ha prodotto quella che alcuni mesi fa Luigi Zingales definì come “peggiocrazia”. Uno Stato nel quale all’incapacità delle élite di rigenerarsi si è sommato un allontanamento della società dai problemi del Paese. Come se quei problemi non avessero finito, presto o tardi, per travolgerli.

Si cerca la strada migliore per rispondere alle domande, pressanti, dell’oggi, la geometria perfetta, lo schema vincente. Anche se non sempre lo si fa avendo come scopo primario il riequilibrio delle diseguaglianze, la ricostruzione di un unico Paese che alcuni avrebbero voluto diviso. Nella confusione crescente, alimentata anche da una moltiplicazione delle offerte politiche, la presentazione di una nuova élite, credibile e affidabile, dovrebbe costituire il prerequisito di qualsiasi operazione.

Agli inizi del Novecento Roberto Michels, nel suo trattato Sociologia del partito politico, auspicava la permanenza costante di una “robusta élite unica al potere”, intesa non come una aristocrazia statica ereditaria e oligarchica, ma plurale. Un circuito virtuoso aperto ai migliori talenti. Non una élite che fosse frutto di “tortuosi intrighi di corridoio”, ma sempre fondata sul principio di rappresentanza democratica e sul valore della maggioranza. Quando questo processo subisce un cortocircuito, la classe dirigente perde la sua vitalità e, di conseguenza, il Paese la sua linfa vitale.

Insomma, come sosteneva Pareto nel Saggio sulla Trasformazione della democrazia, una classe dirigente è utile alla sua nazione finché riesce, attraverso un processo meritocratico di assimilazione, a rinsanguarsi con le energie morali e intellettuali degli elementi migliori della società. Con queste premesse andrebbero fatte le nuove scelte. Evitando di ri-cadere in uno sterile processo di cooptazione, come spesso è accaduto. Finendo per avere quelle che Prezzolini, definì “aristocrazie di briganti”.

Non esistono ricette miracolose. Non sarà, forse, possibile ricostruire in poco quel che si è distrutto in alcuni decenni. Partire dalla classe dirigente, necessario. Farne a meno significherebbe cedere alle suggestioni della massa che, come nota Max Weber “pensa unicamente fino a dopodomani, esposta all’influenza del momento”. Una élite che abbia una libera circolazione, che, come nell’accezione della teoria di Michels-Mosca-Pareto, sia quella che si dimostra capace di interpretare la “comunità del destino”.

Una leadership che parafrasando Nicola Rossi, sappia restituire la libertà ai Cittadini.


Autore: Manlio Lilli

44 anni, romano, laureato in lettere con indirizzo archeologico all’Università di Roma “La Sapienza”, dottore di ricerca in topografia antica all’Università di Bologna, professore a contratto presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Perugia. Ha partecipato e condotto scavi archeologici a Roma, Pesaro, Grumentum e Venosa e campagne di ricognizione in Abruzzo, Marche e Lazio. Nella sua attività di ricerca scientifica si annoverano, oltre a voci nell’Enciclopedia Archeologica e nel Mondo dell’Archeologia a cura della Treccani, numerosi articoli e approfondimenti editi in collane e riviste italiane e straniere. E’ autore di tre opere monografiche sulla ricostruzione del popolamento antico di Lanuvio, Ariccia e Velletri.

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