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Europa, meglio aver torto e salvarsi o aver ragione e affondare?

– Non sempre avere ragione significa essere nel giusto.

La dimostrazione della verità di questa affermazione probabilmente sarebbe difficilissima, se non impossibile; eppure appartiene al bagaglio esperienziale di un’infinità di individui, che nelle loro vite compiono scelte assolutamente contrarie alla logica, ma sentite intensamente come giuste (e spesso alla fine risultano esserlo).

Ciò accade anche nella vita delle comunità umane. Basti pensare, ad esempio, alle clamorose dimissioni del governatore Pohl, al tempo della riunificazione tedesca, quando il cancelliere Kohl impose che il cambio del marco orientale fosse elevato al livello di quello occidentale.
Nessun economista avrebbe potuto dubitare sul fatto che il valore delle due differenti monete era profondamente diverso. Quindi, se si dovesse definire il cambio alla pari dei due marchi esclusivamente in termini di teoria monetaria, tranquillamente potremmo sostenere che era una idea folle. Ma oggi noi sappiamo per esperienza che quella follia è stata, invece, espressione di un genio politico capace di costruire, anche grazie alla sua lungimiranza, un futuro di sviluppo civile ed economico del suo Paese, finalmente guarito dalle cicatrici della sua storia più oscura.

Oggi, invece, ostinati a difendere le nostre diverse ragioni (spesso anche con eccellenti argomenti), tralasciamo la visione di lungo periodo e l’evidenza dei fatti, spesso ottenendo effetti contrari ai nostri propositi.
Un esempio paradigmatico è rappresentato dalla gestione europea della crisi finanziaria, dove, con il proposito di fare espiare ai Paesi viziosi le loro colpe, la politica dell’austerità non ha solo aggravato il problema iniziale, ma ha anche comportato per i contribuenti un costo superiore a quello che sarebbe stato necessario per spegnere l’iniziale incendio.

Ciò è dovuto a due ordini di fattori.
In primo luogo, il dogmatismo economico ripropone lo stesso errore comportamentale, seppur contrario, della Repubblica di Weimar. Infatti, se allora la totale volontaria ignoranza della teoria quantitativa della moneta condusse ad elevatissimi livelli di inflazione, oggi è proprio la sua ortodossa difesa a costituire il più grave ostacolo alla soluzione della crisi.

In secondo luogo, la criminalizzazione del debito pubblico. Quest’ultima affermazione merita di essere spiegata, soprattutto in questo spazio informativo. A mio parere, l’analisi di ciò che è accaduto nel corso di questi anni evidenzia che non è la condizionalità a causare problemi, come dimostrano i casi di successo dell’Irlanda e del Portogallo. D’altronde, è pienamente comprensibile che la somministrazione di aiuti economici sia in qualche modo subordinata a determinati eventi o condizioni. È accaduto anche in passato e accadrà ancora. Il problema si è posto quando sono andati in crisi Paesi con un debito pubblico elevato dovuto a comportamenti sociali oggettivamente molto discutibili, di cui la Grecia, ma anche l’Italia, rappresenta il paradigma.

È indubbio che, anche, e soprattutto, in questi casi gli aiuti dovrebbero essere condizionati all’attuazione di serie riforme volte a invertire il trend e ridurre progressivamente il perimetro di uno Stato invadente, ma, forse accecati dal furore morale, si è omesso di considerare la forte correlazione esistente tra debito pubblico e ricchezza privata in determinate società, nelle quali in larga parte l’enorme debito pubblico ha svolto il ruolo di principale fattore di crescita economica. Certo, una crescita iniqua socialmente ed insostenibile, ma comunque concreta e reale.

D’altronde, l’affermazione per cui abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità pare ormai essere una verità accettata dai più, quasi dimentichi di ciò che realmente significa: senza un debito pubblico così alto, oggi sicuramente non avremmo la stessa ricchezza di oggi.
Si può certo obiettare che forse il nostro sviluppo economico sarebbe stato più equilibrato e avrebbe premiato le migliori energie, penalizzando le resistenze corporative. Forse. È invece sicuro che il concreto livello di benessere che oggi viviamo lo dobbiamo anche al debito pubblico.

E questa verità non riguarda unicamente i dipendenti di ruolo delle pubbliche amministrazioni, ma tutti i segmenti della società. E non solo perché la spesa pubblica non è soltanto quella per gli stipendi (per cui a bene vedere coloro che direttamente o indirettamente hanno avuto disponibilità di denaro pubblico è una platea molto ampia della popolazione italiana), ma perché l’alto livello di indebitamento pubblico è anche frutto di un basso livello di contribuzione effettiva per una parte economicamente significativa della popolazione.

Queste considerazioni rimandano al nostro incipit. Non serve avere ragione, ma essere giusti. Nel senso che occorre pretendere serie politiche di riforme, senza che queste comportino un repentino e drastico impoverimento delle popolazioni interessate, adottando l’intero armamentario concettuale della scienza economica sulla base delle concrete problematiche, senza apriorismi ideologici. Da questo punto di vista, la recente approvazione parlamentare del Fiscal Compact va in questa direzione, prefigurando un processo di ampio respiro.

Oggi guardare lontano significa soprattutto puntare alla salvaguardia a qualsiasi costo dell’euro, senza perdere pezzi per strada, coniugando rigore e solidarietà, che non sono necessariamente valori antitetici, ma possono essere tra loro diversamente bilanciati sulla base della complessità della situazione sociale e politica, avendo sempre come punto di riferimento le concrete condizioni di vita degli individui: in definitiva, un sano e bilanciato pragmatismo contro la ferrea applicazione di un rigoroso schema teorico.

Alla fine ci guadagneremo tutti, perché l’alternativa è un’Europa più povera, egoista, autoritaria e violenta.
Un film già visto, che non ci è piaciuto affatto. Ed è stato proprio questo il principale fondamento dell’edificio comunitario. Forse, oggi è il caso di ricordarlo.


Autore: Giacomo Canale

Consigliere della Corte costituzionale e dottorando in diritto pubblico presso l'Università degli Studi di Roma Tor Vergata, dove collabora con la cattedra di diritto costituzionale. Ha frequentato il 173° corso varie Armi dell'Accademia Militare di Modena e prestato servizio in qualità di addetto di sezione presso il Reparto Affari Giuridici ed Economici del personale dello Stato Maggiore dell'Esercito. Le opinioni qui espresse sono strettamente personali e non impegnano l'istituzione di appartenenza

2 Responses to “Europa, meglio aver torto e salvarsi o aver ragione e affondare?”

  1. Pippolo scrive:

    Questa è pura follia.
    Come si fa a ritenere di essere più ricchi solo perché abbiamo più debiti????
    Il benessere di cui si parla è solo virtuale e la spesa pubblica è solo e soltanto il furto di benessere dalle generazioni future. Chi sta versando i contributi pensionistici ora consente a chi sta in pensione adesso di consumare e vivere a spese degli altri, in quanto quello che percepisce non ha nulla a che fare con quel poco che ha versato in passato, in futuro non rimarrà nulla per le nuove generazioni proprio perché stiamo vivendo sopra le nostre possibilità.
    “È invece sicuro che il concreto livello di benessere che oggi viviamo lo dobbiamo anche al debito pubblico.”
    Quindi dobbiamo continuare con questa politica folle e immorale, magari sperando che i tedeschi consentano a noialtri di continuare a vivere alle spalle degli altri.
    La realtà e che nonostante quello che si crede generalmente anche i tedeschi hanno vissuto sopra le loro possibilità e non sono in grado di sostenere le nostre economie. L’unica strada che rimane ai governi dell’europa è quella di inflazionare per abbattere il debito, e lo faranno, obbligheranno alla BCE di farlo e in caso di residue resistenze, stracceranno i trattati e porranno la bce sotto il controllo diretto del parlamento europeo.
    E saremo tutti più poveri.

  2. giacomo canale scrive:

    Gentile Pippolo,
    lei ha ragione: è una follia continuare ad alimentare un gigantesco debito pubblico, che rischia di divorare le nostre risorse.
    Nè mi pare di avere sostenuto questa tesi.
    Più modestamente, intendo dire che il processo di normalizzazione del debito dovrà necessariamente avere un arco temporale disteso, che non significa prendersela comoda.
    E questo, a me pare, essere finora il merito principale di questo governo. Cioè avere portato avanti riforme serie e strutturali col giusto respiro, sapendo di scontentare non soltanto il partito della spesa facile, ma anche quello dell’abbattimento subitaneo del debito.
    Poi sulla virtualità della ricchezza prodotta dal debito, gli effetti recessivi dei tagli sulla spesa pubblica, a mio avviso, dimostrano che la ricchezza che produce è molto reale.
    Comunque la ringrazio per avere avuto la cortesia di leggermi e di commentarmi.

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