– Dopo la fine del governo Berlusconi non è più ammissibile la posizione di quanti, da una parte o dall’altra, restringevano il problema del rapporto tra politica e giustizia alle beghe processuali di una sola persona. Per anni abbiamo assistito a un gioco delle parti per cui chi denunciava il peso politico spropositato assunto dalla magistratura, faceva per forza il gioco di Berlusconi, mentre chi non voleva fare il gioco di Berlusconi doveva per forza fingere di non vedere quello che stava succedendo.

Lo spettacolo, oggi, è sotto gli occhi di tutti. Quello cui oggi assistiamo è solo il risultato di una lunga deriva istituzionale, come recita il sottotitolo del bel libro di Mauro Mellini, Il partito dei magistrati (2011), che racconta in modo dettagliato come la magistratura sia diventata una forza politica rilevante, forse l’unica forza politica più rilevante oggi in Italia. L’espressione “partito dei magistrati” non va equivocata: sta a significare semplicemente che quell’istituzione che, per definizione, dovrebbe essere al di sopra delle parti, è diventata essa stessa una parte in causa. Una parte della magistratura, da lungo tempo, ha teorizzato e messo in pratica l’idea per cui non si è tutti uguali davanti alla legge, ma è la legge che deve far diventare tutti uguali; dunque, il compito del magistrato non è applicare la legge ma correggere quelle che egli ritiene essere le storture della società. Molti, da Chicco Testa a Giuliano Ferrara, si sono scandalizzati (giustamente) perché il pm che ha disposto la chiusura dell’Ilva di Taranto, invece di limitarsi a elencare reati, si è lanciato in un’aspra requisitoria contro il capitalismo e la logica del profitto. Ma questa non è altro che la conseguente applicazione dei principi enunciati sopra.

Il cortocircuito che si viene a creare tra il potere discrezionale di cui godono i pm e le aberranti idee sul diritto che alcuni di essi portano avanti, era già chiaro molto prima di Tangentopoli. Dino Risi ne ha fatto un ritratto splendido nel suo In nome del popolo italiano (1971). Stranamente oggi tutti ricordano il personaggio dell’imprenditore disonesto impersonato da Gassman (vedendovi una prefigurazione di Berlusconi), ma nessuno ricorda l’altro protagonista, il magistrato integerrimo e moralista (nel senso dei vari Rodotà) intepretato da Ugo Tognazzi, che, in nome di un suo ideale pseudo-rivoluzionario di giustizia, fa condannare l’altro per omicidio pur sapendolo innocente. Basterebbe riflettere sulle parole che il giudice rivolge all’accusato: “Io sono stufo…di essere il difensore di leggi che proteggono una società che fa schifo e che consentono a individui come lei di prosperare”. L’idea per cui il potere legislativo fa le leggi e l’ordine giudiziario si limita ad applicarle è, ovviamente, un vecchio residuo borghese.

Poiché, come sempre, la realtà supera la finzione (anche quella cinematografica), oggi abbiamo il pm star che partecipa a un comizio di partito e, non contento, decide di processare le istituzioni per la presunta trattativa tra stato e mafia. La trattativa è presunta, nel senso che è ancora dubbio se ci sia stata o no, ma il reato (di trattativa) è sicuramente inesistente, ma questo, per Antonio Ingroia, non è affatto un problema. Per lui “lotta alla mafia” è un termine che si identifica con le sue passioni etico-politiche (proprio come il magistrato impersonato da Tognazzi, che condanna un innocente per punire l’idea di Italia che egli rappresenta), tant’è che, invece di processare i mafiosi, processa i carabinieri che hanno arrestato i mafiosi (come il generale Mori) e, ora, vuol processare lo stesso Stato italiano nella persona di alcuni suoi rappresentanti.

Il conflitto di attribuzione sollevato da Napolitano ha avuto il merito di aprire gli occhi a quanti ancora fingevano di non vedere. L’idea che per rispondere a questo vero e proprio assalto da parte della magistratura basti l’ennesima legge sulle intercettazioni (che nessuno farà mai rispettare) è indice di una miopia sconcertante. Una politica debole si ricorda del garantismo a giorni alterni, a seconda che si debbano sacrificare i vari Papa o Lusi (peraltro scarcerato dalla Cassazione) o salvare i vari Tedesco e altri. La magistratura militante, che faccia cadere giunte o chiudere imprese, opera incontrastata, senza dover rispondere a nessuno. Non basteranno, temo, i buoni uffici del presidente della Repubblica. Per fermare il declino dell’Italia occorrerà anche fermare questa lunga deriva istituzionale.