– Traian Basescu passerà alla storia come il presidente che sopravvisse due volte.
Nel 2007 e nel 2012, la maggioranza parlamentare ha tentato di rovesciarlo, ma in tutti e due i casi, i referendum popolari gli hanno restituito lo scettro da capo di Stato.

Prima di tutto è bene fare un piccolo passo indietro. La Romania, dal 1947 al 1989, ha subito una delle più brutali dittature comuniste del mondo. In questo arco di tempo il Paese ha subito ogni tipo di repressione. Il lascito del regime è pesantissimo: mezzo milione di morti, provocati soprattutto dalla Securitate, la temibilissima polizia politica.

Da un punto di vista economico, la Romania è uscita completamente devastata da quella esperienza. Chiunque abbia memoria di quegli anni bui, ricorda bene il razionamento della corrente elettrica, la scarsità di acqua potabile, l’assenza di infrastrutture decenti, l’impossibilità di viaggiare all’interno del Paese (e il sogno di abbandonarlo per sempre), gli orfanatrofi/lager, l’Aids diffuso quasi a livelli africani.

Perché è importante ricordare questo passato? Perché la lotta politica del presente è una parte di un lento e difficilissimo percorso di liberazione dal passato.

Il presidente Traian Basescu, eletto nel 2004 e poi riconfermato nel 2009, si è presentato al suo popolo come un convinto anticomunista. Nel 2005, con un discorso al parlamento, disturbato platealmente sia dai socialisti che dagli ultra-nazionalisti, ha ufficialmente condannato il passato regime e ha istituito una commissione di inchiesta per investigare i suoi crimini. Ne sono usciti sporchi in tanti, compreso l’ex presidente (suo predecessore) Ion Iliescu, che pure è conosciuto come il padre della rivoluzione contro Ceausescu del 1989.

Basescu stesso non è del tutto estraneo al passato totalitario. Da giovane era capitano nella marina mercantile rumena e, come tutti gli ufficiali, era un membro del Partito Comunista e un informatore della Securitate. Dopo aver negato ogni legame, Basescu ha poi ammesso di aver avuto un rapporto minimo (e obbligatorio) con l’ex polizia politica. E per questo i suoi oppositori politici lo accusano di ipocrisia.

In ogni caso, indipendentemente dal suo passato controverso, Basescu ha dimostrato più di altri di voler portare il suo Paese fuori dalle secche del socialismo reale. Mentre Iliescu era sostanzialmente un comunista riformatore (sulla falsariga di Michail Gorbachev nell’ultima Unione Sovietica), l’attuale presidente è decisamente più liberale.

È grazie a lui che la Romania entrò a far parte del club dell’Unione Europea nel 2007. Proprio quell’anno, però, era partita la prima offensiva parlamentare contro di lui. La maggioranza, costituita da una coalizione temporanea di socialisti e ultra-nazionalisti, lo accusava di “abuso di potere” e “partigianeria” e riuscì a destituirlo.

Basescu e i suoi sostenitori si difesero affermando che si trattasse di un attacco politicamente motivato: un modo per fermare le riforme liberali e un contrattacco degli ex e post-comunisti contro un presidente che li stava smascherando. Basescu stesso, in quella occasione, puntò il dito anche contro l’ex presidente Iliescu:Ha trovato un modo più elegante per eliminare i suoi nemici. Non ha chiamato a raccolta i minatori, gli sono bastati 322 parlamentari”. Un mese dopo la destituzione, vinse il referendum: quasi il 75% dei rumeni lo volle di nuovo presidente. Due anni dopo, nelle elezioni del 2009, vinse anche le elezioni (per un soffio) contro il socialista Mircea Geoana.

E arriviamo, quindi, all’attuale crisi politica, che si innesta direttamente su quella economica europea. La Romania, in questo contesto, si trova particolarmente svantaggiata perché ha ancora due poteri in lotta fra loro. Il governo, eletto nell’ottobre 2009 e guidato dal socialista Victor Ponta, non ha affatto digerito la ricetta della riforma liberale. Il presidente Basescu, invece, l’ha ribadita nel suo programma. Se questa divergenza di filosofie politiche era forte anche in tempo di crescita, in tempo di recessione è diventata uno scontro al calor bianco.

Per uscire dalla crisi e ottenere un indispensabile credito dall’Unione Europea, Basescu propone una ricetta di tagli alla spesa pubblica e austerity. L’opposizione parlamentare, sostenuta dai sindacati, non ne vuol nemmeno sentir parlare. La lotta si è estesa anche al fronte dell’energia. Sia per il suo sostegno alla politica europea di autonomia dalla Russia, sia per rilanciare il settore in patria, il presidente è favorevole ad un maggiore sfruttamento dei giacimenti di petrolio nazionali. I suoi oppositori sono contrari, vuoi perché più vicini alla Russia di Putin, vuoi per motivi ambientalisti.

Il risultato di questo scontro è stato un secondo impeachment del presidente. Ma anche questa volta, gli elettori lo hanno riconfermato nel successivo referendum di questa domenica. In tempi di crisi, gli entusiasmi si fiaccano e quella di Basescu è stata una vittoria “passiva”: ha vinto l’astensionismo e il quorum non è stato raggiunto. Nonostante gli sforzi dell’opposizione, pronta a creare (con metodi che ricordano i brogli della vicina Russia, più che le altre nazioni europee) “seggi mobili” in tutte le località di vacanza e all’estero.

Le autorità europee sono soddisfatte: la Romania, benché stanca e afflitta dalla crisi, prosegue il suo lento percorso di uscita dal comunismo.